Il giardino delle domande suicide

il giardino delle domande suicide

Ho il post della giornata già pronto e impacchettato ma poi succede qualcosa. Come quando sei già pronto per andare al mare, hai il naso ancora imbiancato dalla protezione solare tanto che sembra intonaco scrostato dalla camera da letto che non è più tua perché ormai te ne sei andato e forse tua non lo è mai stata perché lì non sei mai stato tu e quindi, in fondo, è un po’ come se non ci fossi mai stato. Insomma, a volte tu capiti alle cose, ti imbatti in loro e ne cambi il corso e a volte le cose si imbattono in te e fanno trottole tridimensionali dei tuoi piani. Quindi per colpa del “caso”, caro lettore, ti sorbirai un non-post sperando che non sia un calice troppo amaro.

Ho pensato una cosa e questa cosa da tarlo è diventata seme e ha fatto germogliare questo scritto. La cosa che ho pensato è che farsi le domande giuste (e quindi forse sbagliate perché quasi mai qualcuno le domande giuste ha davvero voglia di farsele), dicevamo, farsi le domande giuste è uno sporco lavoro ma qualcuno dovrà pur farlo. E se scrivi non puoi startene per sempre a scrivere scritti con lo stesso trasporto con cui scriveresti la lista della spesa. A meno che sia una lista della spesa speciale dove c’è l’aceto e il bicarbonato per costruire un vulcano e distruggere anche le ginestre.

Ma tu sei felice?

Mi sono chiesta se qualcuno te lo chiede mai. E se stiamo qui a scrivercela e rileggercela perché ci rende felici, o meno infelici o più infelici ma più pieni o più vuoti e più spensierati e quindi più allegri, o perché ci aiuta a rimanere ancorati a ciò che abbiamo deciso di essere o ci dà l’occasione di essere quello che in fondo non sappiamo essere perché sennò lo saremmo e  non ci limiteremmo a scriverne. Ecco, mi chiedo questo.

Anche perché io avrei in mente una certa creazione, ma dipende molto anche da quello che dà a te scrivere. E dalla tua motivazione.

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43 pensieri su “Il giardino delle domande suicide

  1. No, io non sono felice. E no, non credo me l’abbia mai chiesto qualcuno, come io non chiedo a nessuno se sia felice. La risposta, poi, implicherebbe parlarne, dare una motivazione e la faccenda si farebbe poi troppo lunga e anche personale.

    A me scrivere dà un modo per sperare che forse un giorno le cose cambieranno, dà modo anche di uscire fuori dalla mia realtà e crearmi altre realtà migliori della mia. Dà, soprattutto, quel minimo di felicità che comunque una passione infonde.

    Dà anche la base per poter creare qualcosa di solido, che rimanga nel tempo e non sia solo illusione e futilità come tanta di quella che troviamo – o almeno che trovo – sui vari social media.

    1. Modalità interrogatorio, mettiti gli occhiali da sole ché la lampadina acceca:

      – Ma avresti voluto che qualcuno te lo chiedesse (se sei felice)? E avresti mai voluto chiederlo a qualcuno?
      – Scrivere ti dà modo di sperare che un giorno le cose cambieranno perché ti dà modo di sperare che un giorno diventerai uno scrittore (= uno che vive, bene, dei propri libri) et similia? Oppure perché ti dà speranza in un futuro migliore?
      – Se la tua realtà fosse migliore pensi avresti meno voglia di scrivere perché avresti meno voglia di uscire dalla tua realtà?

      1. No, sinceramente non m’interessa che qualcuno me lo chieda. Non cambierebbe nulla nella mia vita. E non m’interessa chiederlo a qualcuno. Sono domande troppo personali, per me.

        Non credo per niente che un giorno io possa vivere dei libri che scrivo, vista la velocità con cui li scrivo, praticamente ancora nessuno in oltre 4 decenni 🙂

        Né per la speranza di un futuro migliore, che è legata alla precedente domanda.

        Se la mia vita fosse migliore, avrei la stessa voglia di scrivere, forse anche di più.

      2. Allora in che senso dici “a me scrivere dà un modo per sperare che forse un giorno le cose cambieranno”?
        (Pensa che capolavoro verrà fuori allo scoccare del decimo lustro!)

      3. Speranza, non certezza, sono due cose diverse. E quella frase che ho scritto ora neanche la condivido più. Al decimo lustro magari ancora non avrò terminato nulla 🙂

  2. Che bel post, due spunti, poi, mi hanno colpita e affondata: il titolo e la frase “quasi mai qualcuno le domande giuste ha davvero voglia di farsele”… figuriamoci darsi le risposte, aggiungerei 😀

    1. Fan del quasi omonimo libro-film, Bia? 🙂
      La cosa “divertente” è che magari ti metti proprio d’impegno per evitare di fartele, quelle domande, e distogli lo sguardo anche quando ti si parano proprio davanti finché un giorno ti ci imbatti (ma proprio letteralmente, come quando sei distratto e vai a scontrarti contro un palo della luce) e capisci che non puoi sempre chiudere gli occhi e fingere ci sia luce.
      (Benvenuta! Benvenuta!)

  3. No. E me l’hanno chiesto tempo fa. La risposta è no, perchè manca qualcosa. Quanto alla scrittura, per me è un passatempo, e poi in effetti io scrivo poco e male e con uno scopo specifico ben lontano dal valore della scrittura di un lettore medio di Calamo.

    1. Chi te l’ha chiesto era chi avresti voluto te lo chiedesse?
      Il bello della tua scrittura in fondo sta soprattutto nel suo scopo e considerando che per essere felici raggiungere i propri scopi male non fa…

      1. Sai che non sono per nulla bravo a fare il filosofo, sono un avvocato! Non credo ci sia un metro della felicità uguale per tutti. Io, seguendo il consiglio di qualcuno bravo, provo a cercarla nelle piccole cose, una buona lettura, una compagnia piacevole, la condivisione di qualche passione. Provo a seminare chicchi di felicità, non germoglia ogni volta che vorrei, ma il piccolo raccolto mi ha sempre sfamato, sinora. Come va invece la tua personale pursuit of happiness?

        P.s. i commenti di marco e seme nero mi hanno reso felice 🙂

  4. Io va do contro tendenza e rispondo con Sì, sono felice!
    Per me è un valore imprescindibile della mia esistenza, ora che ho scoperto come si fa non voglio rinunciarvi. Il mio essere felice non fa di me una persona pienamente soddisfatta della propria vita, anzi, ma mi è utile per affrontare con positività il divenire, mi da sicurezza, consapevolezza e forza. E’ un mantra.

    Ho anche provato a porgere questa domanda a chi mi sta attorno e ho sempre ottenuto risposte polarizzate: c’è chi la butta sul ridicolo, parlanndo di sciocchezze e chi invece intraprende una profonda riflessione sul sé e si infila in percorsi pericolosi.

    la felicità è come lo sbadiglio: contagiosa.

  5. Sì, sono felice. Adesso. Tra qualche minuto troverò sicuramente un motivo valido per sentirmi insignificante, inutile, fallito, ma adesso sono felice. Tirando le somme sto riuscendo in tutto quello che di veramente importante ho intrapreso nella mia vita. Potrei stare meglio? Sì, potrei essere più tranquillo ma, hey, me ne starò tranquillo tre metri sottoterra.
    Grazie Marco per non avermi fatto sentire l’unico bastian contrario: in due almeno ci si fa una birra.

    P.S.: Com’è la storia del vulcano con l’aceto e il bicarbonato? *__*

    1. Tu hai la licenza per essere felice, piccolo (grande) Seme!
      (Al mio web-nipote, noto anche come “figliotuoedell’amoredellatuavita” costruirò un vulcano casalingo e sfruttando la reazione di bicarbonato+aceto, con qualche goccia di colorante rosso, giocheremo all’eruzione!)

  6. No.
    Ed è una fortuna.
    Perchè se lo fossi non scriverei.
    La scrittura non è nata per riempire gli spazi bianchi sui fogli, ma gli spazi vuoti nei nostri destini.

  7. Felice? Oddio. La Treccani online dice: “Felice: che si sente pienamente soddisfatto nei proprî desiderî, che ha lo spirito sereno, non turbato da dolori o preoccupazioni e gode di questo suo stato.” Pienamente soddisfatta nei mie idesideri, non turbata da preoccupazioni? Beh, non esageriamo. Ma sto bene lo stesso.

    1. La definizione della Treccani mi ha fatto venire in mente che io ho sempre distinto tra felicità e serenità…
      E poi mi chiedo se arrivati all’acme della soddisfazione non sia nella natura umana ricominciare a tendere verso qualcos’altro.

  8. Pensandoci un attimo non lo so.
    Non sono uno che pensa a certe cose a dire il vero, o almeno non lo faccio in maniera cosciente.
    Probabilmente da fuori si intuirà pure, ma al momento se dovessi farmi la domanda non saprei come argomentare la risposta in maniera convincente (almeno per me stesso).

    Riprendendo la definizione Treccani che cita Grazia dovrei rispondere seccamente NO perchè al momento manco letteralmente tutti i requisiti.

    Da una parte però ci sarebbero voglie in ballo da far esplodere e pensieri belli che non vorrei mandare troppo in la per non rischiare di starci male dopo, quindi rimango ahimè in un limbo di indecisione totale.

    Mi riprometto comunque di riprendere più in la questa domanda e di sporcarti il blog con una seconda risposta che spero potrà essere positiva 🙂

    Se non lo faccio sei autorizzata a trattarmi male pubblicamente!

    1. Se alla domanda “sei felice?” non sai rispondere, secondo me, è un buon segno.
      Ok, non sarai proprio Felice ma neanche infeliceinfelicissimo, ecco.
      Farò una nuova newsletter, stavolta mensile, in cui chiedo a ogni amico di Calamo “allora? Adesso sei felice?” 😀
      (Sei sempre più che benvenuto, lo sai.)

  9. Ciao Monia,
    E un po’ che non commento i tuoi preziosi post. Mi è spiaciuto anche non proseguire scrittura28, spero sia andato bene. Purtroppo problemi acuti di vita mi hanno portato a parcheggiare via corpo e mente.
    Poi, se sono felice?
    Quando scrivo, e non posso spesso, ma talvolta quando scrivo, sì, sono felice.

    1. Ciao Marco!
      Ai miei post sono mancati i tuoi preziosi post!
      Spero che il parcheggio un po’ ti abbia ritemprato. E che tu abbia sempre più spesso la possibilità di scrivere.
      (Torna per raccontare gli sviluppi, mi raccomando!)

  10. Sì, sono felice, almeno dieci volte al giorno. Il che implica che io sia anche non felice almeno nove volte al giorno. Non farei cambio con nessuno, il che indica che in linea generale la mia sia una vita felice. Mi capita spesso di pensare “se muoio ora, va bene così” e se mi accorgo di aver passato più di quattro giorni a far qualcosa di diverso da ciò che vorrei fare, mi faccio un esame di coscienza per assicurarmi che ne valga la pena. Chiedo spesso agli altri “sei felice?” e dico spesso “Sono fiera di te” perché vedo che la gente ne ha un bisogno tremendo in questo mondo assurdo. Ciò su cui sto lavorando al momento, in un percorso di autoterapia, è riuscire a guardarmi allo specchio e dirlo a me stessa. Spero che porterai avanti con altri post questo discorso accattivante!

    1. Ciao Lisa, benvenuta!

      “Mi capita spesso di pensare “se muoio ora, va bene così””
      Mi sembra un gran traguardo, sai?

      “se mi accorgo di aver passato più di quattro giorni a far qualcosa di diverso da ciò che vorrei fare, mi faccio un esame di coscienza per assicurarmi che ne valga la pena”
      Questo lo metterei nel manifesto dei CPA di cui parlavamo su Twitter! “Se stai facendo da troppo tempo qualcosa di diverso da ciò che vorresti fare fermati e rifletti.

      “Chiedo spesso agli altri “sei felice?” e dico spesso “Sono fiera di te” perché vedo che la gente ne ha un bisogno tremendo in questo mondo assurdo.”
      Hai colto in pieno lo spirito di questo post. No, i “come stai?” buttati a caso, per abitudine, senza realmente aver voglia di sentire la risposta non valgono come genuine manifestazioni di interesse verso gli altri.

      “Spero che porterai avanti con altri post questo discorso accattivante!”
      Sarà un piacere averti come compagna di viaggio in questo percorso, se ti farà piacere restare qui!

  11. Grazie, in realtà ero già qui in passato, poi mi ero disfollowata perché non mi sentivo abbastanza pratica di scrittura per seguire un blog tanto onirico. Però adesso che Renato ci tiene in mano nel suo poker d’assi mi sento pronta a riprovare. PS: cosa sono i CPA? Mi sto ancora scervellando…

    1. Il tuo rifollowamento (grande Renato!) mi rende meno contenta, un po’ meno sapere che il mio blog ti ha fatta sentire in qualche modo “inadeguata”: spero che da qui in poi il percorso sia tutto in discesa 🙂
      (CPA: i Calamisti, ossia gli avventori di questo blog, Poco Anonimi :D)

  12. Ammetto che ho saltato i commenti (che di solito amo) per mancanza di tempo. Ho letto solo quello di Daniele (che tra l’altro seguo sempre con piacere!)

    Un saluto a Monia, ogni tanto ti vengo a leggere ma è la prima volta che commento (credo..). Ti leggo sempre anche sul blog di Daniele, sul quale ho apprezzato molto il tuo guest post. Io sono una collega blogger ma soprattutto web writer.

    Ora fatti saluti e presentazioni passo al non-post a mio avviso utilissimo perché mi hai fatto riflettere su una cosa. Chiedo spesso “come stai?” o “va tutto bene”. Ma sono domande di convenienza che fai tanto per fare.

    “sei felice?” è la domanda importante. Quando si dice un banale come stai mi aspetto sempre un “bene” come risposta e se non arriva, arriverà un “ho mal di testa”. Sempre i soliti discorsi sulla “vecchiaia” e i primi acciacchi da lavoratori.

    Il “sei felice” come dice Daniele è intimo. Ma è importante. Poche volte mi hanno chiesto se sono felice e le conto sulle dita di una mano. Qualche tempo fa il mio ragazzo mi ha fatto la domanda e com’era immaginabile, si è aperta una gran discussione (costruttiva s’intende).

    In realtà la domanda giusta da fare a una persona a cui vuoi bene è se è felice. Questa e nient’altro. Perché è la cosa importante. Oltre ai mal di testa, i mal di stomaco, il ” a lavoro mi fanno impazzire comunque tutto ok”, la cosa importante è questa. Se veramente siamo felici di ciò che siamo e di come viviamo.

    Oggi la mia risposta è SI. Amo ciò che faccio, sono felice. Domani chissà!

    1. Se hai saltato i commenti (che ami) per mancanza di tempo vuol dire che hai commentato nonostante la mancanza di tempo quiiiindi, cara Claudia, benvenuta e doppiamente grazie!

      Il “come stai?” di rito e lo spostamento su gli acciacchi fisici (giusto per non rischiare di doversi soffermare su quello scricchiolio che si sente dentro quando fuori c’è silenzio) sono effettivamente pro forma.

      “In realtà la domanda giusta da fare a una persona a cui vuoi bene è se è felice…Se veramente siamo felici di ciò che siamo e di come viviamo.”

      Sono proprio d’accordo. E poche cose sono belle come sentire qualcuno dire “amo ciò che faccio, sono felice”. Quindi triplo ringraziamento per il tuo commento! 🙂

  13. Non sono infelice ma non sono nemmeno felice. La domanda assume valenze diverse a seconda dell’occasione in cui vien detta: se mi si chiede se son felice al pensiero di riuscire, un giorno, a fare ciò che desidero, allora posso dire che ne sarò felice. Me la ponga da sola la domanda, la faccio a me stessa ed è sempre e solo la mia personale risposta che per me risulta importante.

    1. Bella riflessione Bruna.
      A questo punto mi viene spontaneo chiederti una cosa: il pensiero di riuscire, un giorno, a fare ciò che desideri e quindi essere felice, a oggi, ti fa stare meglio o peggio?
      Cioè, nella tua attuale “non-felicità-ma-neanche-infelicità” che peso ha questo sogno ancora a metà?
      Ti fa più bene, perché comunque ritenerlo possibile ti sprona e rincuora, o ti fa più male perché ancora monco, non del tutto reale?

      1. Purtroppo, per carattere, non sono una persona ottimista, ma ho capito che bisogna smettere di pensare alla felicità, comunque passeggera, come a qualcosa di proibito per me. Ognuno ha la propria storia, fa delle scelte: non a tutti la felicità arriva allo stesso momento. Forte di questo, mi adopero giorno per giorno per conquistare la mia fetta di felicità: è questo, più che altro, che mi sprona. Pensare di raggiungere è troppo poco, ha troppo a che fare con quella speranza per cui si muore: non voglio morire, preferisco sentirmi viva consapevole che anche oggi ho fatto qualcosa di buono per me e per la mia felicità futura.

      2. “Ho capito che bisogna smettere di pensare alla felicità, comunque passeggera, come a qualcosa di proibito per me.”
        Questa la facciamo proprio INCIDERE sulla facciata di casa Calamo.
        Grande Bruna, grande.

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