Lettera aperta al te stesso che eri

lettera aperta al te stesso che eri

Ehi,
chi parla, per quanto piano, vuole comunque essere sentito. Io invece ti scrivo perché voglio solo essere ascoltata. Lo sai che quel gradino dove adesso stai appoggiando la schiena imparerà il nome delle tue coste e di chi te le farà fremere in un sussulto? Un giorno su queste stesse scale ti siederai con indosso i jeans che hanno resistito alle presse dei baci e all’alienazione delle chiamate lunghe ore come i loro illustri predecessori hanno resistito alle fabbriche e ai tappi da avvitare, sempre uguali. Avrai quegli occhi troppo grandi che metti su quando la luce non ti basta e alla tua amica andrà di traverso l’insalata per quella notizia inaspettata. Lo sai che a un certo punto non succederà che sarai esattamente come fantastichi? Hai letto bene, Non. Perché nessun punto della vita ha questo potere di infilarti dentro una fonte miracolosa e tirartene fuori nuovo di zecca, come una versione riveduta e corretta di quel lago di quel film strano. Lo hai già visto questo film? Un giorno lo racconterai spezzandoti l’unghia dell’anulare destro con il canino sinistro e ti sentirai così profondamente la persona sbagliata nel posto sbagliato da sognare soltanto questo gradino in questo posto per poterti sedere e tornare a respirare. Scusa se ti rubo il vezzo di scrivere. Ma è tanto tuo quanto mio. Anzi è più mio perché io è da più tempo che me lo porto addosso come si fa con un morso che quando è inverno puoi nascondere, con le dita tiri giù la manica, come quella volta che sul polso avevi scritto il nome di lui e non importa quanto a lui piacessi tu: a lei piaceva lui e tu a lei volevi troppo bene per ferirla. Ok, scusa anche questo, non hai ancora imparato a non tergiversare. Ora però slaccia le gambe, mettiti comoda sì ma pronta a fuggire se quello che stai per ascoltare dovesse farti troppo male. Nessuno viene mai dal futuro a darti le istruzioni per l’uso. Ma forse a volte sì.

A un certo punto il primo amore capita a tutti. Quando ti capita pensi che non potrà mai finire. Ma il più delle volte finisce. Quando finisce pensi che non potrai mai dimenticarlo. Ma in realtà ne farai un sunto breve, come una recensione di un film visto in un cinema in un giorno infrasettimanale, salverai qualche foto da appendere nella tua mente e non sempre saranno gli scatti migliori. Quando avrai superato la rottura crederai di non poter amare mai più nessuno tanto. Ma lo rifarai. Sarà sempre nuovo, sempre diverso. E pian piano capirai che la maggior parte delle rotture non potrebbero mai rompere quella parte di te che eternamente vuole il bene e che eternamente ama e si lascia amare (semicit.)

Impara a nuotare e a andare in bicicletta e sui pattini e a far volare gli aquiloni e a allacciarti le scarpe in fretta e a agganciarti e sganciarti qualcosa anche se i gancetti sono dietro la schiena e a giocare a pallavolo e a racchettoni e a correre senza accasciarti dopo poco e a saltare le staccionate e arrampicarti e cucire uno strappo (metaforico e non solo) e controllare un contatore e montare un mobile e cucinare un piatto di pasta e sintonizzare un televisore e… Impara in fretta tutte quelle cose che potresti aver la tentazione di dare per scontate o trascurare o rimandare perché saranno quelle stesse cose che a volte ti renderanno un po’ più felice e no, non è importante se l’idea di essere “un po’ più felice” ti fa schifo, non importa perché faresti meglio anche a imparare che la felicità non appare con tutta la brutalità di un atto di forza, ti ci avvicini piano e più ci sei vicino più (forse) ti accorgi che il bello stava già nell’avvicinarcisi.

Non dire no. O meglio, dinne qualcuno, ma di’ i no giusti. Impegnati a dire no quando davvero non ti va, non ti piace, ti fa soffrire. Insegnati a dire no anche quando ti sembra che il tuo dire no non cambi nulla perché il nulla cambia ancora meno se dici l’ennesimo sì controvoglia. Ma di’ anche tanti sì. Provaci. Sorridi e buttati. Non aspettare quella sensazione di perfetta convinzione, il sentirsi perfettamente pronti. Accetta e basta. Accetta gli inviti, travestiti e va’ alle feste, scrivi biglietti lunghi lunghi e belli e infilali in regali che poi magari un giorno saranno buttati o riciclati ma tu non lo sai quindi sorridi e scrivi biglietti lunghi che anche se sono brutti e magari di lì a poco non significheranno più niente avranno avuto un senso in quel momento.

Ascoltami, convinciti che tu non sei la tua famiglia, non sei casa tua, non sei neanche il numero di dediche dietro la foto di fine anno, non sei il tuo ruolo nella recita scolastica, non sei quella che in camera in gita gioca con un foglio in testa e mangia una tavoletta di cioccolata che qualcuno ha rubato per lei, non sei il numero di volte che qualcuno ti guarda né il numero di volte ché qualcuno ti ignora, non sei i tuoi voti a scuola, non sei la tua voglia di riscatto né il tuo timore del fallimento, non sei un fiume che se solo straripasse distruggerebbe la città e non sei neanche gli argini che devono sempre tenere tutto a bada, non sei un numero, neanche se quel numero lo hai imparato a memoria, non sei quel momento bellissimo in cui l’aria sa di nicotina e patchouli e la voce fuori campo dice “guardala, è contenta” ma non sei neanche quel momento in cui l’aria non sa di niente e la foto si è bruciata, non è stata mai scattata, la pellicola si è rifiutata di impressionarla, non sei quello che vorresti diventare ma non lo dici neanche a te stesso e non sei quello che non sei certo di voler essere ma tutti lo sanno e allora va bene, forse, ok, non sei rumore e non sei melodia, non sei la tua grafia e neanche le cose che scrivi e neppure le cose che ti hanno scritto e che continueranno a scrivere pure quando te ne sarai andata. Non sei nessuna di queste cose. Totalmente. Eppure sei tutte queste cose, in parte. Perché tutte queste cose fanno parte di te.

Quello che pensi la gente non ami di te è probabilmente qualcosa che invece alla gente va bene. A volte pure benissimo. In compenso hai dei difetti che non hai mai pensato di avere e quando qualcuno te lo farà notare ti sentirai come il protagonista di quella famosa novella di Pirandello alle prese col suo naso (lo so che conosci già Pirandello, sei un’insopportabile snob). Quello che pensi ti sarà fondamentale non necessariamente lo sarà. Vedrai andare avanti altri che non hanno quelle doti ma forse ne hanno altre e forse le hai anche tu ma non lo saprai finché continuerai a credere che l’unico metro di giudizio valido nel giudicarti sia il tuo. Soprattutto quando gioca al ribasso. Quello che gli altri pensano di te non sempre è uguale a quello che tu stessa pensi di te. Qualche volta avrai ragione tu, qualche volta avranno ragione loro. Quello che gli altri pensano di te a volte non è uguale neanche a quello che tu vorresti pensassero di te. Qualche volta penseranno di te cose molto più belle, qualche volta ti renderai conto che neanche tu sai più perché volevi pensassero quello di te.

Non dare per scontato che ti piace davvero una cosa solo perché è stata la prima e forse l’unica cosa che hai provato e non ti ha fatto schifo e allora hai premuto stop. Divertiti a conoscerti. E non dare sempre per scontato che gli altri non ti capiscano. A volte sei tu a non dare loro modo di farlo. Riflettici perché a un certo punto ti renderai conto che tutto quello che ti ostini a tenerti dentro tanto gelosamente dopo un po’ puzza di chiuso e soprattutto se ingoi troppi rospi e non li sputi mai ti avveleni dentro e rischi di far marcire anche ciò che hai dentro di buono e di bello.

Prendi il meglio dalle persone. Non aspettare di trovare persone esattamente come le vorresti tu e non crucciarti troppo quando scopri lati sgradevoli di persone a cui vuoi bene. Impara a fare una cernita, come se fossi davanti a una bancarella di libri dove ci sono titoli orribili, è vero, ma anche dei romanzi interessanti. Assapora ciò che ti piace degli altri senza sentirti costretta a bere l’amaro calice per intero. E se questo meglio da prendere non c’è ricordati che è sempre più facile cambiare persona che cambiare una persona.

Non ammazzare il tempo perché il tempo è vendicativo. Di tanto in tanto fermati e respira e di’ a te cosa pensi di te anche se ciò che pensi è “tutto mi fa schifo”. Non lamentarti troppo del tempo, è una gran perdita di tempo. Vestiti a strati, compra tanti calzini perché i calzini non sono mai troppi, guarda la tua vita con la stessa indulgenza con cui guardi quella tipa che si guarda allo specchio con quel vestito che tanto bene non le sta. Non perdonarti ma comprenditi e accettati.

Prima di salutare qualcuno che sta andando via se con qualcuno hai litigato e a quel qualcuno vuoi bene facci pace e digli che gli vuoi bene. Tutto il tuo mondo è in leasing e non sai mai quando la banca alzerà i tassi e deciderà di requisirti tutto. Da’ più i baci che schiaffi perché è più probabile tu ti penta dei secondi.
Anche quando senti davvero che tutta la tua vita è un’incessante occuparsi di un castello di carte mentre un uragano sta distruggendo tutto intorno a te prima di correre, forsennatamente, ai ripari chiediti se quel castello di carte significa qualcosa di importante per te. Se è così portalo nel rifugio con te. Se così non è non avere paura di buttare per aria qualcosa, per quanto tempo e energia tu abbia a essa dedicato.

Sappi che diventi grande quando passi un po’ meno tempo a pensare alla tua vita come sarà e inizi a pensare anche a come sarebbe potuta essere se. Fa’ le scelte secondo i motivi per cui le hai sempre fatte ma di tanto in tanto ricordati che pensare solo a se stessi è scandalosamente liberatorio.

Per cambiare qualcosa smettila di aspettare gennaio. Se proprio vuoi un punto simbolico… Inizia a settembre.

P. S. Non posso dirti niente del tuo futuro ma, ehi, quando P. ci proverà digli di sì in quel momento. Dopo non ti piacerà più ma continuerai a pensare al lui di quando ti piaceva.

E tu cosa vorresti dire al te stesso che eri?

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14 pensieri su “Lettera aperta al te stesso che eri

  1. Grazie…ho letto con cura il tuo scritto, al momento ti dico che alla mia lei che ero direi di dire meno volte “non ce la faccio”. E’ stata una routine che sto cercando di scardinare da un po’…
    Se mi sovviene altro te lo aggiungero’, questa e’ stata la prima cosa che il tuo scritto mi ha smosso…buon proseguimento.

    1. I “non ce la faccio” sono terribili perché, che ci si creda o no, spesso funzionano davvero come profezia autoavverante.
      A volte resta però da capire quante volte non ce la facciamo perché, in effetti, volevamo non farcela.
      Benvenuta sul blog Monica!

  2. Mi manchi… a volte mi manchi. Ecco, vorrei dirgli questo.
    Da qualche anno a questa parte una buona parte di quello che ero è rimasta chiusa in un cassetto della mia scrivania vicino a vecchi appunti stropicciati e penne biro usate solo a metà.

    Non torno a trovarla quasi mai e se lo faccio è solo per qualche istante, evitando pure di leggere le ultime cose che la riguardavano per non essere tentato di fare una sorta di ripristino della situazione iniziale.

    In realtà poi non lo so se quello che ho fatto è stato un qualcosa di azzeccato o meno perché dopotutto, gli anni in cui sono stato a quel modo in relazione a questi attuali sono troppi di più e quindi un paragone completo non mi sento di farlo perché ad esempio di esperienze ripetute per entrambe le “facce” non ce ne sono, però il fatto che ogni tanto ci pensi probabilmente è qualcosa di “piuttosto indicativo”.

    Ho già annotato alcuni ottimissimi plus ma sul quafiltro (quaderno filtro) del disappunto di Monia ci sono anche dei minus che al momento sto vagliando per capire se siano tali o no (o forse perchè so che lo sono e cerco di autoconvincermi del contrario).

    Alla fine però… boh! Tutto sommato credo che di “noi come eravamo” chiunque alla fine rischi di collezionarne più d’uno, e tutti questi piccoli scatolotti pieni di qualcosa che per un motivo o per l’altro decidiamo di mettere da parte, pur trovandosi nascosti alla vista degli altri e di noi stessi, ogni tanto tornino a bussare a quel cassetto che non apriamo mai… un po’ per farsi sentire, un po’ per convincerci a tornare e a volte magari anche per convincerci a proseguire… chissà, forse anche dopo aver preso un buon caffè!

    PS: il mio accompagnato dal solito cognac.

    1. Già vedo la scena. Interno. Chiaro di luna che filtra dalla vetrata. Specchio. Specchio che riflette un altro uguale ma diverso. Un te stesso passato. Entrambi i te cercano di trovare la crepa, la spaccatura, i 7annididisgrazianonèveromacicredo che vi separano.

      E poi niente, tutto il “Tutto sommato credo che di “noi come eravamo” chiunque alla fine rischi di collezionarne più d’uno, e tutti questi piccoli scatolotti pieni di qualcosa che per un motivo o per l’altro decidiamo di mettere da parte, pur trovandosi nascosti alla vista degli altri e di noi stessi, ogni tanto tornino a bussare a quel cassetto che non apriamo mai… un po’ per farsi sentire, un po’ per convincerci a tornare e a volte magari anche per convincerci a proseguire… chissà, forse anche dopo aver preso un buon caffè!” è così bello che ora sarai ribattezzato “seoeta” (seo+poeta)

      1. La ricerca della crepa è un percorso lungo e fatto di tanti compromessi. In realtà poi al momento ce ne sarebbe più d’una, ma bisogna stare prima a cercarle davvero tutte e solo dopo si possono scremare le possibilità tentando di trovare quella che vada bene a entrambe… e ti assicuro che io in confronto a quello passato “sò un zucchero”.

        Poeta? Io? ma no… è merito/colpa di Calamo eh, io che c’entro… scrivo se (come se dice dalle parti mie) “me intuzzi”!

  3. Chissà se certe cose meravigliose pensi di leggerle proprio nel momento giusto in cui vanno lette oppure capita che il tuo stato d’animo se le adatti addosso come un lenzuolino quando l’alba ti rinfresca il sonno.
    La parte di me che eternamente ama su sta drogando ancora e tutto il resto si sta assuefacendo alla velocità della luce… ora sono sull’ottovolante e di tornare a respirare sul gradino di casa non mi va neanche tanto.. finirò di impazzire o tutto il mondo vorticherà assieme a me, i castelli tremeranno, la burrasca potrebbe non risparmiare nulla e l’idea di puntellare tutto a vita, la scarto a priori.
    Buona estate Monia.. e grazie!

    1. Iniziamo dalla fine, come piace a me.
      Grazie a te. Assolutamente grazie a te. E l’estate non so, per me dopo Ferragosto l’estate va scemando, inizia quel periodo noto ai più come la febbre di settembre ma, ti va di sapere una cosa? Ho smesso di desiderare un momento preciso del calendario (per poi ignorarlo una volta arrivato). Quindi vada per un diplomatico “l’estate è uno stato d’animo”.

      Io vado matta per l’ottovolante (e per tutte le attrazioni adrenaliniche, in effetti. Bramo inviti al lunapark più che a cena, quasi).

      Meravigliosi sono gli occhi di chi legge.

  4. Cosa scriverei alla Mepassata? Cosa le direi? Ho passato così tanto tempo a spiare il mio passato che mi è passato di mente. E alla Mepassata dico ogni giorno cose nuove perché possa continuare a crogiolarsi tra i suoi fermoimmagine anche se io lì con lei non ci sono più. Passata in un’altra dimensione.

    Lei che mi guarda e pensa tra sé e sé “Chi è quella signora e cosa diavolo vuole da me?” “E perché mi scrive sempre questi bigliettini che io butto nel camino finché non ne rimane traccia se non una sbavatura di cenere sulla carta bianca?”

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