S-chiarimenti: perché un #blog è uno studio pilota

Lo si chiede quasi subito quando non ci si vede da un po’ e poi magari ci si incontra di nuovo, magari per caso, magari no, magari piove e allora non capisci immediatamente se gli occhi dell’altro sono un po’ lucidi per quello, oppure fa solo freddo, ma molto freddo, sarà che è pieno inverno, o ancora è estate, estate piena, che poi che vuol dire “pieno e piena” riferito a una stagione, come se una stagione potesse essere vuota, come se non fossimo in fondo solo noi quelli capaci di prendere e riempire o svuotare le cose, insomma, si fa così quando ci si incrocia, ci si fa questa domanda quando si inciampa l’uno nella vita dell’altro, quando è passato del tempo, poi, sembra quasi un obbligo sottinteso, una chiave di volta del momento, una frase che suona come un incantesimo scaccia-imbarazzo, una forma meno ingombrante di nave rompi-ghiaccio:

Come va?

Te lo chiedono abbastanza spesso, Calamista? E, soprattutto, dopo avertelo chiesto, chi te lo chiede si ferma ad aspettare la risposta? E la ascolta con sufficiente interesse? E se rispondi “tuttobenegrazie”, così, come se fosse una parola sola, con un solo fiato, come se non fossi sicuro di averne altri da usare, come se li dovessi conservare, come se tutto fosse un correre a perdifiato, ecco, in questo caso, chi ti ha chiesto “come stai?” va oltre le risposte di circostanza? Ci sono domande che a volte vengono fatte quasi come se si fosse costretti a farle ma poi ci sono risposte che vanno sinceramente date. Almeno a se stessi.

Salva il protocollo, salva il mondo

Se il “ciaocomestai” fa parte del protocollo formale, delle consuetudini relazionali, del cosidetto “cerimoniale” (e il fatto che ci sia il mio nome in mezzo è del tutto casuale), c’è anche un altro tipo di protocollo, un protocollo diverso da attuare. Un protocollo di studio, in medicina, è la mappa di uno studio (e noi adoriamo le mappe, vero?), è quel documento che riporta, in modo al tempo stesso sintetico e dettagliato, il piano di svolgimento dello studio stesso. Va steso (nel senso di messo nero su bianco, scritto, redatto) bene perché altrimenti tutto lo studio può diventare troppo facile da stendere (nel senso di battere, a-b-battere, mettere al tappeto).

Da queste parti, qualche giorno fa, le cose sono un po’ cambiate, perché un blog è un laboratorio di ricerca a cielo aperto (nel senso che di tanto in tanto le stelle cadenti cadono proprio lì e qualcuna finisce in una beuta e diventa esperimento), perché un blog è un nucleo operativo per chi non ha paura di diventare radioattivo, perché un blog è una creatura viva che a volte, in quei momenti in cui si cresce in fretta come piante annaffiate bene, si ritrova a stare un po’ curvo, col capo chino, come gli adolescenti che non hanno ancora preso confidenza con la loro nuova altezza, finché arriva il momento in cui diventa imprescindibile alzare la testa, vedere quanto si è diventati grandi, prenderne coscienza e guardare il panorama da quella nuova prospettiva, sempre la stessa, un po’ diversa.

Un blog è uno studio clinico

Titolo della ricerca

Calamo Scrittorio (che, come ogni ospedale che si rispetti ha il suo Pronto Soccorso e il suo Triage e che, come ogni farmaco che si rispetti, ha anche il suo Foglietto Illustrativo). Calamo Scrittorio e tutti i suoi tentacoli, Calamo Scrittorio con tutte le sue circonvoluzioni, Calamo Scrittorio come unico titolo per indicare molteplici fattori. Calamo Scrittorio è sceneggiatore e regista e attore della sua stessa ricerca.

Coordinatore dello studio e cosperimentatori

Me, medesma, io e i Mostri Trasmittenti che, di volta in volta, animeranno la Clinica dei Mostri mostrando meraviglie ai Mostri Riceventi e i Vir(t)us Bisbiglianti che diffonderanno questi pericolosi messaggi e tutti gli altri, insomma, tutti i componenti del magico #Magenteam.

In particolare oggi vorrei accennare (sì, giusto un cenno, come farti arrivare della porporina tra le ciglia con un alito di vento, ma tra pochissimo ne parleremo molto meglio), appunto, vorrei accennare a un Mostro Trasmittente che ha deciso di mettere la propria cornucopia di saperi e abilità e desideri a disposizione per gli abitanti di questo Regno: noi qui lo chiamiamo Seoeta. Perché Seoeta? Perché se c’è una cosa che la SEO e la poesia hanno in comune è che entrambe, in qualche modo, mirano a sedurre. Nel senso più letterale del termine: puntano a condurre verso di sé. Così Seoeta, che sarà pure fatto per metà di ferro ma nella metà non ferrosa ha tutto lo zucchero di un vero unicorno, dicevo, Seoeta ha creato il logo che potete ammirare qui, sul blog (perché sarà “Seoeta” ma qui, tutti i componenti del Magenteam, sono sempre un sacco di cose, quasi mai una per volta) e sta creando con me quella cosa incantevole che è StripMine, il primo porpo-corso della Clinica dei Mostri.

Razionale

C’è un’espressione bellissima, mutuata dall’inglese e poi un po’ cambiata, nel significato, è un’espressione che ha un suono perfetto e un senso volutamente variamente interpretabile: l’espressione è “stato dell’arte”.

L’espressione è bellissima anche perché, quando la dici, non sai esattamente che senso darle ma sai che può significare solo qualcosa di splendido. Lo senti con certezza. Non ne dubiti mai, mentre pronunci nessuna lettera. A un certo punto ti sembra anche di vedere uno Stato, con la S maiuscola, una nazione intera, un posto in una cartina di plastica lucida con il suo nome scritto in grassetto, un posto così, dove regna l’arte. Un po’ come il posto ideale in cui viviamo io e il #Magenteam.

In realtà (come se la realtà fosse sempre l’unica cosa davvero importante), in italiano l’espressione “stato dell’arte” indica il livello di conoscenza che si è raggiunto in un determinato ambito, lo status quo che, però, non vede l’ora di essere cambiato.

Lo stato dell’arte di questo posto è uno stato sul punto di essere sublimato, uno stato fisico che ha la netta sensazione di essere sul punto di perdere certi legami ma non ne ha paura, sa che ci sono legami (con convinzioni, paure, zavorre) che vanno eccome spezzati.

Quando si scrive il razionale del protocollo di uno studio non si può fare a meno di accennare allo stato dell’arte e, naturalmente, non si può mancare l’appuntamento con una domanda fondamentale: ma tu, esattamente, o più o meno esattamente, insomma, esattamente quanto ti pare, perché, per quali ragioni, questa cosa la vuoi testare, provare, indagare, sperimentare? Qual è, appunto, di tutto questo il razionale?

Il razionale di questo studio clinico che Calamo sta attuando, provando a cambiare pelle e a giocare con tutte le “piume su scaglie di serpente” è il seguente: se la scrittura è un male necessario perché con la scrittura non ci infettiamo e ci curiamo e ci reinfettiamo fino a non riconoscere più la differenza? 

Patologie oggetto d’indagine (e loro terapie)

Il momento è arrivato, finalmente. Io ti conosco, perché tu mi leggi quindi io lo so come sei fatto e lo so che, arrivato a questo punto, il tuo corno luccica di luce propria e un po’ scalpiti. Quindi è il momento di andare al cuore del discorso, come quando mangi un gelato e non vedi l’ora di arrivare alla punta di cioccolato. (Poi magari la punta si rompe, ti cade e allora, insomma, è proprio il caso di mangiare un altro cornetto).

Attenzione, mio mostro magenta, per evitare che questo post diventasse una di quelle compresse così grosse che nessuno ha mai il coraggio di mandare giù (e allora le malattie non guariscono e i sintomi persistono e tutto diventa sempre più difficile da curare), ecco, dato che questo, nel Regno, lo vogliamo proprio evitare, la presentazione di tutto ciò che c’è da presentare è stata volutamente fatta a pezzi. (Ma, tranquillo, non si è affatto fatta male). In questo post, perciò, leggerai una prima parte di ciò che c’è da leggere ma, tranquillobis, per leggere il resto non dovrai molto attendere. 

In questo studio quali malattie vengono prese in considerazione?

Il Male di Leggere (Me)

All’inizio hai detto “smetto quando voglio”. (L’ultima volta che l’ho detto io non ti dico com’è finita. Ok, magari poi te lo dico, lo infilo come un ago in un racconto e te lo somministro piano. Lentamente). Perché all’inizio tutto può sembrare importante ma niente necessario. Così una storia tira l’altra anche se non sempre sono cilieg(i)e, anche se a volte sono solo noccioli, come le ossa delle seppie.

Ma poi succede. Se deve succedere succede.

Non importa quanto tu sappia di poterne, in fondo, comunque fare a meno (possiamo sempre fare a meno di un sacco di cose, anche quando siamo convinti di no, invece è (quasi)  sempre sì, sappiamo adattarci in modi che non crediamo possibili. Finché non li attuiamo), dicevamo, non importa il fatto che tu sappia che comunque potresti rinunciare a queste storie, perché si può rinunciare a così tante cose, ma non importa, sai perché? Perché non vuoi. E allora vuoi solo altre storie, altri batteri da veder crescere sotto forma di colonie in terreni agar sangue, altre pillole di tutti i colori mescolate e ingoiate come atto di fiducia e di dolore, altre fiale da usare per riempire in siringhe che invece vengono rotte e lasciate gocciolare sotto la lingua.

Fai sempre più effetto, però sbrigati, fallo presto, ci serve adesso.

Adesso? Ci sono tre farmaci per rispondere a questo disturbo funzionale.

Ketamina e Caffè Istantaneo: quando ho scritto Caffè Istantaneo è stato un po’ come scattare una polaroid e poi metterla subito contro il cappotto (non di Gogol), per paura di vederla bruciare, e sentirla sviluppare. Una cosa che scrivi e che poi fai leggere è una porta, una porta con cardini senza olio, una porta che cigola, una porta verderame, una porta contro cui gli amanti si baciano come se baciarsi contro una porta potesse cancellare tutti i canti d’amore che a una porta, chiusa, ineluttabilmente chiusa, vengono cantati. Quando ho scritto Ketamina è stato un po’ come infilare le dita nella fessura da cui le polaroid sbucano fuori, ciao fessura, mi fai spazio? Un po’ come spingere l’indice fino a sentire la carne viva dell’ingranaggio, il miracolo dei momenti resi immortali, la maledizione di non poter essere dimenticati.

Apri la mano, guardati il palmo, le vedi tutte quelle linee? Sono un po’ ciò che è stato e un po’ ciò che sarà. Vorresti lasciarci sopra un nuovo, microscopico, segno? Scarica il bugiardino dell’edizione speciale di Ketamina e Caffè Istantaneo semplicemente cliccando su di me, scritta oscenamente appariscente.

Cosa avrai? Avrai in una paginetta in PDF un riassunto di cosa ti aspetta e, cosa fondamentale, scoprirai come fare per ottenere i due racconti (che magari non ne hai letto neanche uno e quindi non puoi che essere contento di recuperarli o magari uno dei due lo hai perso e pensavi di non poterlo più recuperare o magari li hai letti entrambi ma tanto sarebbe qualcosa di nuovo anche in questo caso perché le carte, in tavola, si tengono per un motivo: per poterle anche cambiare. E infatti questi racconti un po’ cambieranno, per stupirti ancora, per stupirti meglio).

E adesso in che fase siamo dello studio clinico?

Sai, c’è un momento in cui tutto ancora deve essere. Per certi versi è esaltante. Foglio bianco. Eppure. Eppure è tutto così bianco che un po’ ti chiedi se sia il caso di sporcarlo e poi, come se non bastasse, è tutto così vuoto che un po’ non sai da che parte cominciare. Finché cominci. In un modo o nell’altro.

Cominci.

Cominci anche se non tutto è perfetto. Cominci soprattutto perché capisci che neanche tu sai esattamente come dovrebbe essere tutto per essere secondo te perfetto. Cominci con quello da cui ti viene più naturale cominciare, cominci con quello che ti viene più semplice afferrare, cominci aggrappandoti a qualcosa, come si fa in tutte le scalate. Cominci perché sì, è vero, il paracadute potrebbe anche essere rotto ma se non lo apri per paura che lo sia ti ritroverai spiaccicato al suolo. Proprio come se quel paracadute rotto lo fosse stato. Ma magari non lo era. E allora non aprirlo a che ti è servito? Non rischiare in che modo ti ha aiutato? Adesso siamo nella fase in cui non è più tutto possibile. E meno male. Perché quando scegli non è più tuttotuttotutto possibile. Ma, finalmente, molto diventa probabile.    

Potrei lasciarti andare senza un bacio di commiato?

Anticipazioni: nei prossimi giorni ci concentreremo su terapie in fieri e terapie che già sono e terapie che sono state ma hanno tutta l’intenzione di tornare in auge e terapie per te che scrivi indi(e) sei e per te che leggi e quindi vivi e per te che sei un po’ il blocco di marmo di te stesso e non vuoi rimanere immobile, sempre uguale, sempre fermo, ma vuoi imparare sempre nuove arti grazie a Mostri incredibili fino a veder venir fuori da quella roccia di “vorrei ma non ci riesco” tutti i diamanti nascosti che hai dentro (e StripMine, in questo senso, sarà uno straordinario nuovo arrivo nel Regno) e vorrei lasciarti con un nome, un nome che spero ti risuoni nella testa come risuonano quelle canzoni che a un certo punto neanche sai più se siano le stesse canzoni che avevi iniziato a cantare, non sai più neanche esattamente chi/cosa per primo te le abbia fatte ascoltare, ma loro suonano e tu resti incantato a cantare: Pulcro. Diciamo che è un nome che, se ti piace questo posto e le strane anime che lo popolano, non devi dimenticare perché ti coinvolgerà in prima persona, ti farà pensare alla differenza tra vedere e guardare e lo finirai per amare.

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