Il cioccolato bianco, le chiavi inglesi, i guanti in lattice, gli ombrelli

Dopo la prima, ecco una nuova puntata del “La Posta dei Denti

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Lettera

“Volevo dire ad ABC che io ci provo ad essere uno più normale e a tenere per me tutte quelle cose che di solito farebbero “strano” agli altri, ma dopo anni che trattengo la lingua e la testa, alla fine qualcosa inizia a scappare e quelli che dormono meno si fanno due conti e iniziano a ragionare.
Eppure se smettessi di trattenere probabilmente sarebbe tutto più facile e camperei con meno pensieri.

Quindi cara ABC, sono qui a pesare rischi e ritorni da qualche settimana ma non riesco a fermare la bilancia in un punto preciso, perché continua ad oscillare sebbene la stia tenendo lontana da ogni interferenza. L’unico dilemma è che se poi alla fine scopro che non mi conviene non posso chiedere di tornare indietro e non so se tutto questo gioco valga davvero la candela.

Inquieto, sempre. Perso per mare senza equipaggio e con le vele un po’ stanche. E la mia Itaca speriamo che aspetti.”

S.

Risposta

Caro S.,

quale modo migliore di un puntoelenco per rispondere a qualcuno che ha deciso di affidare a ABC le proprie confidenze, affidarle a ABC come scrivere un messaggio e infilarlo in una bottiglia e essere certi però che dall’altra parte sarà letto. Affidarsi a un mare senza tempeste causate da divinità irose, un mare senza inganni, un mare senza sirene pericolose. Un mare dove qualunque sponda che lambisce può diventare casa, perché casa è ovunque tu sei (tu).

E il primo punto di questo strampalato puntoelenco è proprio questo: tu lo sai chi sei? E se pensi di saperlo pensi di sapere anche quanto ciò che sei sia influenzato da ciò che ti circonda? E se sai chi sei e sai chi sei senza fronzoli, ecco, se sai chi sei riesci a essere chi sei? Ci stai lavorando? Diventare quanto più possibile simile all’idea che hai di te stesso (semicit.) è a oggi la tua priorità? Perché tutto perde di senso se non è prioritario questo.

Il secondo punto parla della concezione della normalità. Ognuno dovrebbe poter avere il proprio di canone. Che poi la normalità è qualcosa di talmente effimero che una normalità ad personam, una normalità che ci si può cucire su misura come un abito di alta sartoria è probabilmente un’idea di normalità più calzante di tante pseudonormalità generalizzate. “Norma”, etimologicamente, deriva dal termina “squadra”. “Squadra” nel senso di strumento, certo, ma se invece noi cambiassimo il senso a nostro piacimento? Se davvero iniziassimo a accettare come unica normalità auspicabile quella che ha la cooperazione come fondamento? La normalità come la situazione ideale in cui noi collaboriamo con gli altri e collaborano tra loro anche tutte le parti di noi.      

Il terzo punto parla di convenienza, di “tornare indietro” come bagnarsi due volte nelle acque dello stesso fiume, di giochi, luci che saltano e candele. Il concetto stesso di convenienza è difficile da codificare. Dipende sempre, e qui torniamo al discorso di “definire le proprie priorità” da ciò che si ritiene più importante. Se è vero che scegliere è sempre rinunciare è anche vero che forse le scelte giuste per noi sono quelle che implicano rinunce di cui, in fondo, ci importa poco e niente. Tanto più perdiamo cose che siamo disposti a perdere tanto più ci stiamo avvicinando a cose che non vorremmo perdere mai, probabilmente. Tutto è scelta e tornare indietro è impossibile. Tutto cambia anche quando stiamo perfettamente immobili (o comunque crediamo di starci), figurati quando ci muoviamo. Eppure possiamo sempre cambiare gioco se la mano che abbiamo non ci piace, se ci sembra che ci abbiano cambiato le regole in corsa. Possiamo sempre cambiare gioco se non ci divertiamo più. E se dovessimo perdere? Ne giocheremo un altro ancora.

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