Sprechiamo la nostra luce come lanterne accese di giorno

«Nel libro Miss Rona, copyright 1974» dice Brandy, «Rona Barrett (…) nel prologo del libro ci racconta che lei è come questo animale, tagliato ed esposto, con tutti gli organi vitali che luccicano e tremano, sai, tipo il fegato e l’intestino crasso. Immagini del genere, tutto che gronda e pulsa. Comunque, potrebbe aspettare che qualcuno la ricucia, ma sa che nessuno lo farà. Deve prendere ago e filo e ricucirsi da sola.»
«Che schifo» dice Seth.
«Miss Rona dice che niente fa schifo» dice Brandy. «Miss Rona dice che l’unico modo per trovare la vera felicità è di rischiare di essere completamente aperta e tagliata.»

Sai qual è il vero problema del farsi a pezzi, mio caro mostro dall’altra parte dello schermo? Il problema è che, quando ci si fa a pezzi, quasi mai ci si fa a pezzi come pezzi di puzzle, ben modellati, alla rinfusa, tutti sparpagliati, ma, singolarmente, perfetti e perfettamente pronti a incastrarsi l’un l’altro. Nossignore. Quando ci si fa a pezzi qualche pezzo, di solito, finisce sotto il divano, sotto il letto, finisce perso. Non ci si rompe come un puzzle che viene smontato ma come un piatto che viene lasciato cadere. Giù. Patapum. O crash. Ognuno finisce in pezzi facendo il rumore che gli va.

Ma a volte, invece, ci sono pezzi che sono già completi da soli ma poi succede che li metti uno accanto all’altro e scopri che il filo rosso c’è e che anche se non è la striscia rossa dell'”apri qui” puoi seguirlo e aprirlo e vedere che succede.

Succede come con le lucine nei fili di lucine: ogni lucina brilla, forse incurante delle altre, però è quando sono tutte insieme che inizia la festa.

Ora, continuando a leggere leggerai alcune cose che queste dita storte hanno scritto e poi potrai dirmi se brillano come i cocci o come le meteore che forse non brillano però sono comunque andate dall’altra parte del mondo e allora hanno così tante cose da raccontare che quando le stai ad ascoltare le vedi, a dispetto di tutti e tutto, indiscutibilmente brillare.

Sono stralci, organi interni di organismi più grandi, biopsie incisionali, tagli.

Sono luci piccole di alberi addobbati anche se dormono ancora nelle foreste, luci che richiamano altre luci, luci che parlano con le lucciole che leggono tutte le cose che #IMuriSanno e poi le tramandano narrandole in un linguaggio fatto di simboli luminosi.

Sono il neo di inchiostro che ti lasci fare per provare, per vedere come reagisce il tuo corpo, per assicurarti che non ti farà (poi così) male.

Come maneggiare il farmaco

Leggi tutto d’un fiato, senza sbattere le palpebre, senza leggere i titoli di separazione, leggi come se fosse un’unica somministrazione. Poi, una volta che tutto ormai è entrato in circolo come se fosse una cosa sola se senti qualcosa e ti piace quasto qualcosa compila il form per prenotare la tua copia delle 36 storie.

Semplice, no? Come tutti i piani più pericolosi. 

Caffè istantaneo

Sai come si sta in un posto in cui non sai proprio come ci sei arrivato e non hai assolutamente idea di come fare per andartene? Se non conosci la sensazione dovresti fare una cosa: chiudere le palpebre e strizzare forte gli occhi finché iniziano a tremarti, gli occhi, e con le orecchie senti il rumore che fanno gli occhi, quando tremano. È lo stesso rumore che fa uno sguardo quando deve sostenerne un altro che lo soverchia. È il suono che si sussurrano le foglie alle loro orecchie piccole e verdi di foglie quando non hanno più la forza di restare aggrappate e allora piano piano scivolano e poi si tengono per mano finché anche quella stretta perde di vigore e prima di cadere giocano nel vento. Il vento che le tocca, secche, e le sventra, piano, fa questo rumore. Sei entrato nella mia camera e io non so perché. E stando a come ti muovi non lo sai neanche tu. Ho lasciato la porta socchiusa perché speravo entrassi senza bussare ma non ci credevo davvero. Sei un buco nero che non ha fame, se non avessi le mie gambe tremanti così vicine agli occhi, in questo angolo buio di ginocchia al petto, giurerei di averti partorito io. Sei una luce nera che serpeggia. Come fa una luce a essere nera? Io non lo so, ma ce la fa. Le cose non si chiedono mai come fanno a essere ciò che sono. Lo fanno e basta.

Voglio fare con te ciò che la primavera…

La mattina mi sorprende come una promessa imprevedibilmente mantenuta, come qualcosa in cui non avevo più la forza di sperare. Ma nemmeno il coraggio necessario per smettere di farlo. Vedo bagni di luce. Dietro il sonno sempre sveglio dei miei occhi sempre chiusi nel rimanere aperti. Inondazioni. Sento naufragi su isole. Piene di gente. Il sole, invece, filtra a gocce. Arriva e subito cola via. Non c’è nulla di ruvido sulla mia pelle che possa trattenerlo. Nessun attrito che mi consenta almeno di rallentare la sua corsa. Solo tela grezza e grigia e ispida al tatto. Perché? “Scire Nefas”. Che vuol dire un milione di cose. Ma tu devi scegliere. Devi sempre scegliere e fare la scelta migliore. È peccato, è impossibile. Non è lecito. Non ci è permesso ,non ci è concesso. Da chi poi? Forse da quelli che mi hanno portato in una stanza bianca tra tante stanze bianche in un edificio bianco sotto un cielo bianco. Un orizzonte così chiaro, un bagliore così leggero che per un attimo ho scordato dove sono. E dove ero. Ho avuto il mio giorno da capro espiatorio.

*Farmaco non ancora in commercio #1*

Nulla è più osceno della luce del giorno. Nulla è più violento ed incurante dello scempio che semina. La luce, chiara, sfolgorante, accecante, spoglia ogni cosa delle sue più intime illusioni e la costringe a divorare la sua miseria nella più cruda nudità. Così una mattina ti svegli e ti ritrovi con quegli occhi troppo grandi per quel poco che nel mondo merita di essere guardato. Con il sorriso spietato di chi non si allena per altro che per essere mordace. Proprio tu che sei la mia carne che brucia strabordante di quiete. Sei il frutto acerbo della mia febbre. Il fiore schiuso della mia voluttà. Tu che sei zucchero filato nero. Sei me, bambino di otto anni, con le tasche impiastricciate di caramelle e colori a cera e il cuore scarabocchiato dal primo amore. Sei me, diciassette anni di incuria e imprudenza, lasciati scivolare nel corpo della ragazza più dolce che avrei mai conosciuto. Sei me, trentatré anni svenduti al miglior offerente che stringono al petto un fagotto vestito d’incanto. Sei l’immagine riflessa dallo specchio nei miei giorni migliori. Sei l’unica parte che varrebbe la pena salvare. Non scrivo per spiegarti, per salvarmi, per convincerti, per insegnarti. Non scrivo neppure per illudermi di essere amato da te. Non scrivo per la tua comprensione, né per il tuo affetto, né tanto meno per il tuo perdono. Io scrivo solo per raggiungerti.

*Farmaco non ancora in commercio #2*

Oggi avevo voglia di cullarmi con le assenze. Come cullarsi con l’assenzio in fondo. Oblio alcolico. Volevo più forte rimarcare questa mancanza. Come ho sempre voluto rimarcare le differenze. Avrei voluto scoppiare in lacrime solo per contrasto alle sue risate argentee. Sarebbe stato un bel modo di distinguersi. Anche se le lacrime sarebbero in fondo scivolate giù senza far rumore ingoiate dalla mia bocca. Che era antro d’amore mentre ora è solo grotta umida e fredda. La moleskine è ormai distrutta. Ho strappato mille fogli per mille biglietti che non ho avuto il coraggio di consegnarti. Ho chiamato Paolo stamattina. Mi ha dato corda da un capo all’altro del filo del telefono per evitare che usassi un altro cappio. Con altri fini. Mi odieresti per questo genere di battute. Se solo riuscissi a provare ancora qualcosa per me. Vorrei mi detestassi. Come quel maledetto giorno di novembre.

Ketamina

Non sei finito nel migliore dei mondi possibili ma sei pur sempre finito nel mio. Che è davvero mio. Me lo sto costruendo a forza di demolizioni, sto provando a metterlo in piedi nonostante, a volte, spesso, quasi sempre, le tempie mi pulsino come fanno i muri quando sono gonfi e sono costruiti male e dentro la parete è marcia ma tu pensi che finché non vedi che è marcia puoi continuare a credere che non lo sia. Mi sto rimettendo in piedi, o mettendo senza ri-, anche se sono su questo balcone che trema e traballa e siamo tutti i contrappesi di qualcuno e io non ho idea di come Armida si sia potuta fidare di me, di come, come contrappeso, abbia potuto scegliere proprio me. Oggi, Armida, mi ha detto “tu hai più voglia del meglio che paura del peggio e io non avevo mai incontrato nessuno per cui fosse davvero così”.

Sarebbe bello incendiare la tua casella email con una storia inedita, un piccolo racconto al giorno. Ma se non arriveremo alle 360 copie prenotate non potrò farlo. Avrò le mani legate. 

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4 pensieri su “Sprechiamo la nostra luce come lanterne accese di giorno

    1. Forse, anche volendo, non potrebbero.
      Forse, anche potendo, non vorrebbero.
      Forse, anche volendo e potendo, loro, è una cosa che dovremmo fare noi.
      Forse, anche volendo e potendo, noi, è una cosa che non dovrebbe fare nessuno.
      Guarda come luccicano i cocci.

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