Nessun “Es muss sein!”, bensì un “Es könnte auch anders sein”

Siamo i-denti-ci. Io e te

Passo la lingua sui denti. Canini, incisivi, canini. Come se credessi davvero che i miei denti abbiano potuto conservare una fiala di quel sapore, il percorso tracciato dalla mia linea della mano, l’inchiostro, la mappa vuota che abbiamo dentro, quella che stiamo provando a disegnare resistendo, ogni volta resistendo, alla tentazione di lasciarla sotto la pioggia a scolorare.

Come se credessi davvero che una fiala così esista e che la si possa assumere senza paura stillandola sotto la lingua.

Paura.

C’è stata una notte in cui ho sognato qualcuno di rassicurante del passato. Una notte che sembra ieri notte anche se non è ieri notte, tanto il tempo è un elastico e io mi ci lego i capelli. Questo qualcuno parlava, mi parlava con la calma delle distese di sabbia, con la calma delle cartoline dopo l’alta stagione, mi parlava, soprattutto, e io avevo un gran bisogno di sentire parlare, anche senza ascoltare, ma di vedere quel suono monotono e rassicurante intrecciato alle orecchie e ai capelli.

Ma non lo vediamo

Si dovrebbe poter fotografare l’aria quando trasmette le parole.

Lo farei volentieri dimenticandomi di quella volta che ho letto che fare foto è come provare a far entrare un oceano in un bicchiere. Un maremoto in un calice. E noi dobbiamo comunque andare a fare il nostro tour del mondo e tu devi farmi foto belle e tristi sul Mar Morto.

Siamo identici io e te. Ma lo specchio è rotto.

E la pellicola ci impressiona troppo

C’è una cosa che quando l’ho imparata mi ha fatto pensare a quanto a volte, ciò che non capiamo, non lo capiamo perché ragioniamo con un modello di riferimento che, per quel caso specifico, è inadeguato.

Uno specchio che, se non proprio rotto, è quantomeno scheggiato.

C’è questa cosa, infatti, che fa la differenza, un’abissale differenza, tra un carcinoma e un sarcoma (e nessuna delle due patologie è una cosa bella ma qui ragioniamo fuor di metafora, come quella volta che ho scritto su un sasso “metastasi di primavera”).

Questa cosa è il fatto che in un carcinoma c’è una cellula che a un certo punto dedifferenzia.

Insomma, hai questa cellula che ha fatto tutto il suo percorso e poi è come se facesse dei passi indietro e diventa altro da sé e non gliene importa più niente di niente. Nel sarcoma no. Nel sarcoma non funziona così. Nel sarcoma c’è una cellula che non si è ancora differenziata, una cellula che ha una mano piena di carte, una cellula che non importa quale partita si stia giocando: ha tante potenzialità che probabilmente vincerà. In un modo o nell’altro. Quella cellula poi sceglie una linea e allora procede in quel senso. Poi, certo, nel caso del sarcoma sceglie una via e procede diretta verso un disastro. Ma questo, la cellula, forse ancora non lo sa.

Il punto è che non puoi considerare un sarcoma usando gli stessi criteri che useresti per un carcinoma.

Non puoi applicare lo stesso modello interpretativo. Il sarcoma è un’altra cosa. Si sposta anche in un modo diverso, non prende la via della linfa ma quella del sangue. È un altro campionato, sono altre regole quelle con cui si sta giocando.

Funziona così, a volte, con le cose che non capiamo, le persone che non capiamo. O che magari capiamo pure ma, semplicemente, si discostano da quello che ci sembra più consueto, più ordinario.

Forse certe cose non le capiamo perché stiamo provando a farle entrare, a forza, in un metro di giudizio a loro inadeguato.

“Noi siamo uguali agli altri, ma siamo diversi”

Però il carcinoma e il sarcoma, in fondo, ce l’hanno una cosa importante in comune: c’è un punto, un momento preciso, in cui il “poteva benissimo essere altrimenti” diventa “così deve essere”.

Possiamo essere noi altrettanto ineluttabili nelle nostre scelte?

Ci proviamo, forse, o, al contrario, proviamo disperatamente a non esserlo perché finché tutto può essere tutto e il contrario di tutto allora niente è perso. Ma, in fondo, se tutto è sempre precario nulla è mai neanche realmente guadagnato.

Tu ce l’hai una cosa che doveva e deve essere esattamente com’è stata e è?

Forse me lo racconterai mentre saremo in giro con una polaroid al collo e una macchina da scrivere sotto braccio a rapire scorci per costringerli a diventare immortali e scarcerare storie battendo le loro catene, ritmicamente, contro i tasti, fino a spezzarle.

Però c’è così tanto che può benissimo essere altrimenti che, dato che #IMuriSanno tutto e se ne vanno in giro a cinguettarlo chiedo loro cosa dovremmo fare a questo punto

Baciarci.

Poi però non lamentiamoci se il progetto delle 36 storie che solo #IMuriSanno da prenotare entro il 13 aprile si propaga, più che come un’iniziativa carina, come una pericolosa infezione. E gli aggiornamenti vengono somministrati sotto forma di iniezione.

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