Gli incubi dei palloni aerostatici

Allenarsi agli esseri umani comporta un sacco di allenamento. Non si è mai pronti davvero ad accoglierli dentro.

Questi piedi che macinano chilometri imboccando la prima traversa a destra e poi la prima a sinistra e poi la prima a destra e poi a sinistra e poi ancora a destra fino a quando non si imbocca una strada senza uscita e si resta senza parole e con le unghie infilzate su muri muti che sanno tanto ma per qualche ragione, in quel momento, non ti parlano.

Accogliere queste bocche che parlano di film girati senza (troppe) prove, senza montaggio, giocando a chi sporca di più il canovaccio, che si raccontano facendo attenzione a non essere mai false, sapendo bene che a volte il contrario della verità, ancor più di una bugia, è l’ovvio.

Accogliere queste braccia rubate ai supereroi con le gonne rosse come gli occhi, braccia rapite ad abbracci di circostanza quando la circostanza è avversa. Accogliere.

Non si è mai davvero pronti a diventare una mongolfiera che porta in giro le persone e le persone si guardano intorno e guardano giù e dicono uau e per un attimo non sanno se è più forte la meraviglia o la paura, c’è sempre un attimo in cui bisogna scegliere se dare più credito alla meraviglia o alla paura.

Le mongolfiere sono creature intelligenti perché puoi provare a guidarle, certo, ma loro, per lo più, seguono solo i flussi dei loro venti. E non tornano mai indietro.  

Se, parafrasando, marzo è mese d’attesa e sono già in cammino le cose che ignoriamo ma che magari stiamo aspettando, allora, ecco, quelle cose verranno (d)a noi sicuramente a bordo di un pallone aerostatico.

Qui ci sono tante cose che ignoravamo e tante cose che ancora ignoriamo, cose che sapevamo che stavamo ignorando e cose che ignoravamo di ignorare ma anche cose che ora non ignoriamo più:

  • Siamo chi siamo perché non siamo tutti gli altri possibili noi che potremmo essere e gli altri sono lo stesso ed è indecentemente miope ma pure astigmatico e pure presbite aspettarci che gli altri siano come noi, come se fosse possibile, come se fosse, realmente, anche solo desiderabile.
  • Desidera(re genera) bile e forse è a questo che si riferivano quei libri che leggevi mentre ti si addormentavano le gambe incrociate e restavi per terra a leggere di come se smembri un fiore non resti niente del fiore, di come non esista un’idea di “fiore” che sopravvive alle parti del fiore.
  • Fiore(nte) sarebbe un commercio di notti se ognuno potesse prendere una scatola vuota, nera come la notte, appunto, e decidere cosa metterci dentro.
  • Dentro c’è sempre un gran macello. Proprio parlando in maniera squisitamente concreta.
  • Concreta(mente) è ancora in ballo quella cosa di ascoltare cosa #IMuriSanno e hanno da dire affidando a Twitter foto di muri crudeli e belli e saggi e saccenti e quella cosa di prenotare la propria copia dei 36 racconti ispirati alle scritte sui muri per arrivare a 360 copie prenotate entro il 13 d’aprile compilando il form alla fine del post e seguendo le istruzioni dell’email che si riceverà subito dopo. Ancora in ballo. Sì. Ma non si è ancora sciolta le trecce. Perché ci sono cose che possono fare solo mani esperte come quelle di chi ha visto la ferita che si crea quando si crea qualcosa e ha infilato le dita per toccare le coste.
  • Coste(llazioni) e buchi neri, è così che funziona, mio caro mostro. Tra le cose belle scoperte in questo periodo c’è la storia del leggere la pagina 69 di un libro per capire se ci fa schifo o se ha dentro quel tipo di schifo che nuota anche dentro di noi e allora quel libro è una sirena e noi abbiamo il dovere di non resistergli. L’ultima cosa scema (scema per dire “scavata”, come un luogo che crea il vuoto) che ho scritto è Ketamina. Ma Ketamina è troppo breve per leggere pagina 69 quindi, dopo attenti calcoli matematici di anni luce e altre faccende di stelle, ecco qui, leggeremo uno stralcio di pagina 17.
  • 17 scritto in numeri romani avrà pure come anagramma “VIXI” però, accidenti, poterlo dire significa almeno aver vissuto davvero.

“Le cose non esistono se nessuno ci crede”. Avrei voluto urlarglielo come quando sbatti il mignolo contro un portone. In realtà gliel’ho detto con tutta la flemma spaventosa di un vecchio professore. “Ma neanche esistono solo perché qualcuno ci crede”, mi ha risposto […] È solo questione di trovare un’ora o due di sollievo dal peso di essere te stesso. Quando vado al blu-notte, intendo. È solo questione di smerigliare quello che mi rende diverso da lei. Da come la immagino. O la ricordo. Non riesco a capirne la differenza. Ma c’è differenza. È solo questione di cambiare quello che mi differenzia da lei. Passo la lametta con cura maniacale. La bagno, la affondo, riesco a non farmi quasi mai male. E poi ci sono gli occhi. Lei, nella mia testa, ha un inconfondibile colore d’occhi. Il colore di quando piove dentro e ti ripeti che tanto stai per arrivare dove devi arrivare, che non sta piovendo poi così forte, che se aprissi l’ombrello sarebbe più la noia di aprire-tenere-chiudere l’ombrello che il reale beneficio di averlo. E allora ti inzuppi ogni strato di pelle, giureresti che anche l’anima stia starnutendo un po’. Eppure ti piace. E non riesci a smettere.

 

Annunci

2 pensieri su “Gli incubi dei palloni aerostatici

  1. Eh, così. Ma proprio così che la strada è quella giusta, nonostante le svolte continue, tra un muro e un affresco, tra una statua e un libro. Ancora un po’ di cura per il margine del selciato, proprio là vicino ai palloncini, e una panchina di fronte al chiosco delle bibite, quello dove vendono anche i ghiaccioli azzurri.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...