Approccio terapeutico alla fine del mondo

Vorrei dire qualcosa del tipo che quella cosa che il bruco chiama “fine del mondo” il resto del mondo la chiama “farfalla” ma la verità è che mi manca troppo salire su un brucomela per parlare di bruchi e mi manca troppo guardare le farfalle che mi volano incoscienti dritte dritte in faccia per parlare di farfalle. Quindi non lo farò. E la preterizione è sempre una manovra da ragazzini snob

Alcune cose sono come la distruzione dei corpi ciliari. Lo fai col freddo o lo fai con l’acqua. Sai che non puoi salvare la vista. Allora, almeno, cerchi di diminuire il dolore. La fine del mondo deve essere qualcosa del genere: l’inevitabile annacquato.

Per te arresterei la fine del mondo (ma la fine del mondo siamo noi)

C’è questa cosa che forse la fine del mondo non è molto più di una schiena, di un vicolo di notte, di una parete nera, su cui si ferma la macchina da presa perché non c’è abbastanza pellicola per girare un film tutto in un piano sequenza soltanto e allora bisogna farne un paio e poi suturarli tra loro. Hitchcock ci offra, come se fossimo corvi, la sua protezione. Forse la fine del mondo è davvero il muro al buio contro cui sbattiamo la testa finché, a un certo punto, non becchiamo l’interruttore. Forse siamo un congegno che non sa spegnersi semplicemente perché non ha mai imparato a accendersi.

Ma se la fine del mondo arrivasse vorresti (non) curarla con me?

Quando dalla mia bocca le mie parole arrivano alla tua, quando dalla tua bocca le parole arrivano a tutti, quando ogni cosa fa dei giri enormi per sentirsi un po’ un pacco perso all’ufficio postale, quando ti assumi la responsabilità di ascoltare e di vivere qualcosa assumendo questo qualcosa, ecco, ti sei somministrato un pezzo di qualcosa che fino a poco prima ti era alieno, e invece ora ti nuota dentro. Che (e)stran(e)o. La fine del mondo è una pillola che ingoi ma non tutto il suo principio attivo ti finisce in circolo, un po’ ne perdi strada facendo. Come perdi, strada facendo, un po’ di te stesso, un po’ di tutto quello che vorresti esprimere già si perde restandoti appiccicato dentro e un altro po’ si perde perché, da chi lo recepisce, non viene assimilato tutto, non viene assimilato al meglio. La biodisponibilità non lascia molto scampo, neanche quando si tratta di un concetto.

Le dieci cose (più una) che vorrei leggere su un bugiardino di una terapia per la fine del mondo

  1. Gli effetti collaterali non si possono evitare, se vuoi evitare qualunque effetto collaterale devi anche rinunciare a curare e farti curare
  2. Puoi attraversare tutto ma non a tutto puoi passare attraverso. Certe cose, inevitabilmente, le devi lasciare entrare dentro. Per fortuna hai fegato: in certi casi sarà lui a farti da filtro e sarà come aver assunto una dose molto meno consistente di quella cosa che ti fa un po’ male e neanche immagini quante volte questa cosa ti potrà salvare
  3. Teoricamente c’è un codice. La farmacopea dovrebbe regnare anche mentre il tuo mondo (come lo avevi pensato finora) va in pezzi (e forse non sai se dire “ma no, perché” o dire “finalmente”). Ma non contarci troppo. Non fare troppo affidamenti su norme e regolamenti quando non sei solo tu a giocare
  4. Ci saranno mosse sicure. Mosse con un alto indice terapeutico là dove l’indice terapeutico è il rapporto tra la dose letale e la dose efficace. Va da sè che più queste dosi sono distanti più un farmaco non è pericoloso. Però, qualche volta, ti toccherà rischiare
  5. Ti diranno che il mondo sta finendo e non c’è niente da fare. Non è necessariamente vero. Esiste pur sempre “l’off-label”. Non importa quanto tu sia convinto che la tua risorsa 1 possa risolvere solo il problema A: potresti scoprire che funziona anche (e forse pure meglio) per fronteggiare il problema B
  6. Qualche volta avrai voglia di fidarti di qualcosa anche se in fondo hai intuito si tratti di un placebo. Resisti, se puoi
  7. La potenza di un farmaco è la concentrazione richiesta per provocare una risposta di una certa intensità. Sii potente e dosati, ma non ti centellinare prima di essere sicuro della potenza che hai da dare
  8. Diventerai resistente, quasi inevitabilmente. Cerca di diventarlo alle cose giuste, cioè alle cose brutte perché è a loro che è importante diventare resistente, non a quelle belle, perché per quanto anche quelle belle possano essere difficili da “sopportare” più diventi resistenti a esse più avrai bisogno di una dose sempre maggiore per accorgerti anche solo di averle sfiorate
  9. Non avere paura delle cose che ti entrano sotto la pelle, né delle cose che ti arrivano dritte nei muscoli, né di ciò che ti scorre nelle vene da sempre e, forse, lo farà per sempre. Tieni in bocca le parole che ti restano sulla punta della lingua subito dopo essere sfuggite al destino di rimanere soffocate in gola: probabilmente è giusto restino tue
  10. La tolleranza è una cosa bella finché non diventa abitudine, perché l’abitudine genera noncuranza e non solo: l’abitudine genera anche assuefazione
  11. Forse per il male di scrivere non esiste cura ma esiste l’eutanasia. Il finimondo è il punto di partenza de #IMuriSanno. Qui ti spiego tutto dal principio invitandoti negli abissi di questo progetto. Qui ti aggiorno sui progressi di quest’idea di cura malata che prenderà 36 foto di 36 scritte sui muri tra quelle condivise su Twitter e inviate via email a me. Qui, compilando il form qui sotto, puoi prenotare la tua copia di cui sarai tu a scegliere il prezzo. Se saranno prenotate 360 sarà come quando un farmaco completa il difficile percorso di sperimentazione. Se non arriveremo a questo obiettivo sarà come smettere un vizio

 

 

 

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