sognai così forte che mi sanguinò il naso

Volli così forte che mi uscì il sangue dal naso

Poesie e altre fratture

C’era una volta il bordo vertiginoso di un foglio non più intonso. Ci hai scritto sopra “Poesie e altre fratture” per poi premere forte finché, dai rivoli di inchiostro, non è uscito un segno fitto Se sono un osso/e mi rompo/altro sangue è/l’ultima cosa che/voglio/Per questo i vasi/li spezzo/il flusso/lo interrompo.

Stai scrivendo con una matita dalla mina troppo dura e l’evidenziatore giallo è scarico. Hai l’espressione seria di chi sta facendo qualcosa o di noioso o di importante e infatti stai scrivendo lettere che non spedirai mai. Tu le lettere le vuoi scrivere agli scrittori di cui leggi le lettere ma non leggi le risposte delle loro muse/amanti/a-vario-titolo-croci-e-delizie-esaltazioni-e-spine-nel-fianco. Tu le lettere le vuoi scrivere a loro ma non semplicemente come le scriveresti tu, a loro, ma come le scriverebbero a loro i destinatari a cui loro hanno scritto. Lettere come salti di anni luce. Macchine del tempo e possessioni.  Tu le lettere non le vuoi scrivere ai cantanti, tu le lettere le vuoi scrivere direttamente alle canzoni. “Ciao Trappola di Cristallo, sei mitica” e altre citazioni.

Hai pianto un po’ contro una porta sbattuta ma solo perché ci hai sbattuto il piede contro, niente di vagamente trascendentale, niente di vanamente metaforico. C’è una porta e c’è lo spazio tra il pavimento e la porta che è uno spazio indispensabile perché è grazie a questo spazio che riesci ad aprire la porta ma tu capisci quanto sia fondamentale soprattutto mentre lo usi per far passare bigliettini dall’altra parte e non c’è scritto aprimi ma solo accostati alla porta e fatti sentire respirare. E a un certo punto non è solo una porta, chiusa, c’è anche un cassetto che non apri più. Da un po’. Perché ci sei troppo tu, lì dentro. Finché ti ci cade qualcosa dentro dal cassetto di sopra e allora lo apri e ti metti a smistare i ricordi e i sogni secondo il validissimo criterio “sa bruciare, non sa bruciare” e poi “brucia bene, brucia male”.

“Hai più talento che capelli”

Male. Ti fanno male i capelli. Non la cute, no, proprio i capelli. Non possono farti male i capelli? Non possono farti male i capelli. I capelli se ne stanno lì, inerti, nel limbo tra le cose morte e le cose vive, come le stelle. Eppure. Ti fanno male davvero i capelli. Come fanno male certe cose di cui si parla e che vengono toccate. “Hai più talento che capelli”, te lo sussurra qualcuno con gli indici accostandoli piano a quelli che, sfruttando tutta la licenza poetica, credi suonerebbe meglio chiamare, in questo caso, “orecchi” e tu rispondi che hai un sacco di capelli e le dita ti rispondono che appunto, infatti, la frase ha senso proprio per quello, ha senso solo in funzione di te qualunque cosa, qualunque cosa ti riguardi.

Allora ti siedi sul tavolo, con le gambe a penzoloni, e inizi a spiegare. L’osso non può guarire se resta nella stessa posizione in cui si trova dopo la frattura. La frattura crea scompiglio e l’osso si ritrova a essere dove non dovrebbe stare. Per questo, quando l’osso si rompe, per prima cosa, l’osso va riportato alla posizione originaria in cui si trovava prima che subisse la frattura. O almeno questo è l’obiettivo, questo è ciò che va tentato. E poi va tenuto immobile così. Per un po’. Quindi, tu sei un osso fratturato, se resti dove ti trovi adesso, nel momento stesso in cui hai capito di esserti rotto, non guarirai mai, ma se invece qualcunoqualcosa ti aggiusta, non aggiustaaggiusta ma almeno ti aggiusta di posto allora tutto potrebbe tornare a posto. Poi, certo, sei un osso fratturato e, in quanto osso fratturato, è giusto che tu all’inizio ti metta un gesso tutto intorno e ti difenda. Ma solo fino a un certo punto. Dopo, infatti, le sollecitazioni non solo non vanno evitate ma vanno incoraggiate perché quando l’osso è finalmente abbastanza forte per sopportarlo, gli stimoli, i sbattici-la-testa-tanto-hai-la-testa-dura-si-rompe-il-muro-prima-che-tu, fanno rigenerare l’osso più in fretta.

Post contagiosi e altre (involontarie) infezioni

Quando una frattura è esposta, premesso che può essere esposta perché qualcosa dall’esterno è penetrato all’interno o perché è stato l’osso, andando dall’interno all’esterno a fare uno squarcio, ecco, comunque, quando una frattura è esposta succede che il rischio di infezione cresce perché, appunto, è esposta, ehi, funziona così, se ti esponi sei più vulnerabile, lo sai da sempre, inutile che mi guardi così. Scrivere la cosa più bella che leggerai oggi è stato farti vedere almeno un paio di ossa e lasciarle in balìa non solo delle mie storie batteri ma anche e soprattutto dei tuoi pensieri. Infatti è successo: quel post è diventato un focolaio infettivo.

Quindi, se vuoi anche tu raccontare al mondo cosa vorresti fare se potessi fare quell’accidente che vuoi tutto il giorno non ti resta che raccogliere la domanda come si raccolgono altre cose (elenco di cose che si raccolgono: panni sporchi, margherite, sfide, braccia quando qualcuno te le fa cadere, provocazioni, briciole lasciate da qualcuno in qualche fiaba, la faccia) e, se vuoi farmi sapere di averlo fatto, linkare il post da cui tutto ha avuto inizio.  Qualche unicorno ha scritto post, come Monica e Emma, satrapanti di tutto rispetto del Regno, qualcuno mi ha scritto su twitter, qualcuno mi ha inviato email, nessuno è venuto sotto casa mia né mi ha scritto una frase sul muro di fronte ma, ok, queste mancanze le posso ancora accettare. Anche se.

“I muri hanno orecchie e le orecchie begli orecchini”

Anche se c’è questa frase che ho incontrato quando ho incontrato qualcuno che mi ha fatto incontrare la Trilogia della città di K. e poi per ricambiare il favore ne ho parlato a qualcun altro, un po’ come in quel film col bambinodelsestosenso e il padrediAmericanBeautymasenzaroserosse, per spargere bellezza e amore e, insomma, salvezza, stiamo pur sempre parlando della Trilogia della Città di K. C’è questa frase che è vera nel modo in cui sono vere certe cose che non siamo sicuri di volere che lo siano. Certe verità che ci dicono che noi siamo la regola, non siamo l’eccezione. Anche se. Anche se a volte le eccezioni esistono e le eccezioni sono tra le cose che #IMuriSanno. Perché è importante che tu ti scriva #IMuriSanno addosso come se tu fossi il muro e ciò che ti dico fosse la vernice spray? Perché mentre le case e le cose si crepano e i muri crollano e a volte è un bene a volte no, ecco, mentre tutto questo succede e ti succede intorno ma ti succede anche (e soprattutto) dentro, tu, qualche volta, ai muri devi dare ascolto.

Il mio essere sul punto di farlo/farlo adesso/voler continuare a farlo ha dato vita a una raccolta di scritte sui muri raccolte come le cose dell’elenco di sopra (panni sporchi, margherite, braccia, faccia, briciole, sfide) ma se c’è una scritta su un muro che ti piace e vuoi condividerla con me adesso sai che si può fare: potere dell’hashtag #IMuriSanno, una parola d’ordine come tante altre per dirmi che non tutto va perso, alcune cose si aggrappano ai muri e ci si può pure arrampicarsi sopra, mettersi a cavalcioni e guardare il panorama dal muretto mangiando un gelato. E poi? Di queste scritte ne selezioneremo 36 e diventeranno una cosa ambiziosa e convulsa, un esperimento chiassoso e luminoso, insomma, qualcosa tipico di questo posto.

Sipario (per chiudere il boccascena. Ma solo per un po’)

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