La cosa più bella che leggerai oggi (se oggi non leggerai nient’altro)

Sai cosa mi piacerebbe fare? – dissi. – Sai cosa mi piacerebbe fare? Se potessi fare quell’accidente che mi gira, voglio dire.
– Cosa? Smettila di bestemmiare.
Sai quella canzone che fa “Se scendi tra i campi di segale, e ti prende al volo qualcuno”? Io vorrei…
Dice “Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno”, – disse la vecchia Phoebe. – È una poesia. Di Robert Burns.
Lo so che è una poesia di Robert Burns.
Però aveva ragione lei. Dice proprio “ Se scendi tra i campi di segale, e ti viene incontro qualcuno”.
Ma allora non lo sapevo.
Credevo che dicesse “E ti prende al volo qualcuno”,- dissi. – Ad ogni modo, mi immagino sempre tutti questi ragazzini che fanno una partita in quell’immenso campo di segale eccetera eccetera. Migliaia di ragazzini, e intorno non c’è nessun altro, nessun grande, voglio dire, soltanto io. E io sto in piedi sull’orlo di un dirupo pazzesco. E non devo fare altro che prendere al volo tutti quelli che stanno per cadere dal dirupo, voglio dire, se corrono senza guardare dove vanno, io devo saltar fuori da qualche posto e acchiapparli. Non dovrei fare altro tutto il giorno. Sarei soltanto l’acchiappatore nella segale e via dicendo. So che è una pazzia, ma è l’unica cosa che mi piacerebbe veramente fare. Lo so che è una pazzia.

C’è questa cosa rumorosissima, una consapevolezza che arriva come un boato, la campanella del momento in cui capisci che è il momento di slacciare le gambe, perché le gambe hanno lacci, a volte ne fai nodi, a volte fiocchi, ma sono pur sempre lacci, quando ti siedi, per terra, fredda la tua pelle, freddo il pavimento, le gambe le intrecci, le ginocchia le incastri, ma c’è un momento in cui devi prendere e sganciarle, slanciarti, alzarti in piedi e accettare che nessuno verrà a mettere tutto a posto. Dovrai farlo tu, da solo. Coccio dopo coccio. Che poi, magari, non sono neanche cocci. Sono costruzioni. Mattoncini, piccole vette e piccole depressioni, babeli di plastica luccicante e altre innocenti evasioni. “Delle buone fondamenta devono essere profonde almeno la metà della casa, in altezza” e lo dici coi denti un po’ serrati, come quelli dei coltelli.

Quello che pensi diventi

C’è questo gattino nero piccolo piccolo, ma proprio piccolo, davvero microscopico, sbuca fuori da foglie troppo alte e troppo verdi e si butta sul marciapiede, si schianta quasi sull’asfalto, come una lattina, come una stella cadente, come una notizia cattiva. Cattiva. Ha un’espressione cattiva– ti dice il tuo interlocutore, con una smorfia, come se parlasse dello Stregatto, ma tu hai ingoiato troppe parole all’acido per essere un’allucinata Alice.Non è vero. Non è cattivo. Anzi, è coraggioso. Vedi laggiù? Ce n’è un altro. Deve esserci una cucciolata. Ma gli altri se ne stanno rintanati. Lui invece è venuto qui, in mezzo alla strada. Ci sta provando, almeno, no?” Passa un cane e il gatto non arretra di un passo. Sguaina tutti i soffi che ha, forse quel gatto sa qualcosa che noi non sappiamo, forse sa che certe cose di fronte a cui ci spaventiamo sono come i denti di leone e basta soffiare forte perché si dissolvano nell’aria.

Crei quello che immagini

Leggi le Cento Poesie d’Amore a Ladyhawke di Michele Mari pensando a quell’intervista in cui l’autore ha detto che, insomma, è così conosciuto per queste poesie ma non è che siano la parte che lui preferisce della sua propria personale irripetibile unica fioccodinevesca produzione. E stai usando tutta la diplomazia di cui sei capace nel riportare questi concetti, mentre le mani sono fredde e le cuticole oscenamente aperte. Sarà che non sempre (non sempre o quasi mai?) ci piace, semplicemente, ciò che meglio ci riesce.

Attrai quello che senti

Se non hai mai giocato con i bastoncini con ai due poli i due poli opposti, se non ci hai giocato provando a far com-baciare, a forza, i due poli che sono uguali e quindi opposti e quindi si respingono e quindi spingendo senti proprio la forza e ti ripeti “che forza”, se non hai, di tanto in tanto, cambiato il gioco e lasciato che ad attrarsi fossero le due estremità fatte per farlo, se non hai giocato con le calamite pensando che, in fondo, succede lo stesso a furia di incrociare vite, allora, ecco, se non lo hai mai fatto non possiamo essere amici.

Di mulinare il vento e altri ingranaggi

“Fra il mulino bianco

e gli anelli di Saturno

la tua scelta era scontata

 

Ma non immaginerai mai

quanta farina

possono macinare quegli anelli”

C’è questo verbo bellissimo che è, appunto, mulinare, che è un verbo un po’ trasparente, come l’acqua del mare quando l’acqua del mare è trasparente, perché un po’ vuol dire proprio “agitare in senso circolare, girare in cerchio, vorticosamente” che è proprio la cosa che le pale dei mulini sanno così bene fare, però. C’è un però. Mulinare significa anche rimuginare, tu sei lì e rimesti la lingua nella bocca, finché la tua stessa lingua sembra una cosa estranea alla tua stessa bocca e tutti i pensieri su cui stavi rimuginando restano appiccicati, alla tua lingua, provi a mordertela per toglierne qualcuno ma non funziona e alla prima parola che pronunci tutti i pensieri si ritrovano fuori, all’aria fresca, non puoi più trattenerli. Ecco, io ho imparato una cosa e quando imparo le cose poi me le metto a mo’ di forcine tra i capelli e lascio le porti in giro il vento: mulinare, nel senso di rimuginare, rimuginare, rimuginare, è una delle forte (sarebbe forme, ma è un refuso così bello che non ho il cuore di non tenerlo) più fallimentari di lotte ai mulini a vento. Rendi Saturno fiero di te. Lascia stare.

Di sternotomie e parali(p)si

“Nel cuore sì

nella vita no

 

Presumo che per dirlo

ti sei già procurata

un bisturi

un barattolo

e due litri di formalina”

Avete rifatto quella scena e questa volta, per una volta, tu eri Lei e parlavi di Sylvia Plath e di tostapane ma poi sei diventato Lui nel momento in cui è stato il momento di capire che non eravate in una delle tue storie. La cosa difficile di dire a te “non siamo in una delle tue storie” è che le tue storie, in un loro modo contorto, anche se non sono tratte da storie vere col senno di poi lo diventano. Per questo ti piace tanto questa cosa del bisturi e del barattolo e della formalina. Inchiostro rosso e carta di elastina. Una forma di fotografia più viva. Affondi, incidi, divarichi, fingi di non voler suturare e a un certo punto lo capisci, lo capisci proprio mentre fai finta di voler passare oltre, di voler tralasciare quel punto (il punto che salta, il metallo che fatica a contenerlo, il locus minoris resistentiae): capisci che tu vuoi essere quella lettera che fa dimenticare l’urgenza di salvare gli insetti (e Kafka ci perdonerà l’obbligata presenza).

Salinger, siringhe e altre buone idee

E tu lo sai sai cosa ti piacerebbe fare? Se potessi fare quell’accidente che ti gira, voglio dire

Io oggi vorrei essere il fratello del nostro giovane Holden nelle prime parole che ci fanno scoprire che esiste un fratello di questo (nostro) giovane Holden.

Era soltanto uno scrittore in piena regola, quando stava a casa. Ha scritto quel formidabile libro di racconti, Il pesciolino nascosto, se per caso non l’avete mai sentito nominare. Il più bello di quei racconti era Il pesciolino nascosto. Parlava di quel ragazzino che non voleva far vedere a nessuno il suo pesciolino rosso perché l’aveva comprato coi soldi suoi. Una cosa da lasciarti secco.

Per inaugurare questo nuovo spazio commenti di queste nuove fattezze del blog (come farsi la rinoplastica dopo che, a furia di sbattere la testa, ci si è rotti il naso), ecco, per inaugurare, questa cosa che è come un acquario in cui però deve essere meno imbarazzante nuotare (tu pensa che imbarazzo, dentro l’acquario, con tutti che continuamente ti guardano), dicevamo, per inaugurare questo posto, proprio una cosa tipo “il pesciolino nascosto” (una cosa da lasciarti secco) sarà il premio per chi si sarà buttato nell’acquario (dal mare aperto all’acquario, la poesia dell’antievoluzionismo, torniamo indietro, facciamo i bambini insieme su questo palco che sembra un ventre luminoso e caldo), allora, una cosa come “il pesciolino nascosto” sarà il premio, formato siringa, per chi si sarà buttato nell’acquario e mi avrà rivelato, tra i commenti, cosa gli piacerebbe fare se potesse fare quell’accidente che gli gira.

Io tanto sono qui, in piedi sul bordo dell’acquario, pronta ad acchiapparvi tutti. Ma per farvi buttare con me. Giù.

Annunci

6 pensieri su “La cosa più bella che leggerai oggi (se oggi non leggerai nient’altro)

  1. Forse non è la più bella letta in assoluto (voci di corridoio affermano con forza che Monia abbia scritto altro) ma sicuramente la più bella degli ultimi tempi.
    Anche se non leggi solo questo, lo puoi sempre rileggere per giorni e resta la più bella.

  2. Io sono una di quelle che non commenta mai ma ti riempie di email… se potessi fare quell’accidente che mi gira vorrei stare tutto il giorno a mandartene e leggere tutte le cose che scrivi!

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...