Writing Therapy: la penna è il bisturi

Attenzione, questo post parla di scrittura terapeutica ma si rassicurano i lettori sul fatto che nessuna penna è stata maltrattata durante la sua stesura

Gli esseri umani hanno una strana, eppure fortemente radicata perversione: gli esseri umani vogliono capire le cose.

C’è un bellissimo esempio in uno scritto che parla proprio di Pennebaker, Pennebaker che si occupa di scrittura terapeutica, Pennebaker che sperimenta con i suoi collaboratori e con i volontari ed è tutto un volteggiare di penne e storie e sentimenti. Del resto se ti chiami “PENNEbaker” come potresti non parlare di scrittura, nella tua vita? Sarebbe folle. Dicevamo, c’è questo esempio in questo studio che dice “se qualcuno nell’auto dietro alla nostra ci suona mentre siamo fermi al semaforo rosso ci chiediamo <<suona a me? È diventato verde? Conosco questa persona?>> Appena abbiamo capito il significato di quel suono regoliamo il nostro comportamento (se è verde partiamo, se è un amico salutiamo o, se il suono non è rivolto a noi, torniamo al nostro mondo privato). Non appena questo breve episodio sarà concluso probabilmente lo cancelleremo dalla nostra memoria per sempre. Laddove la ricerca del significato del suono di un clacson è un processo breve e relativamente automatico, gli eventi importanti della vita sono molto più difficili da comprendere. Se la persona che amiamo ci lascia, un amico intimo muore o incontriamo una battuta d’arresto nella carriera, in genere rimuginiamo sull’evento nella nostra mente, cercando di capirle le cause e le conseguenze (…) Nel tentativo di comprendere questa esperienza cercheremo naturalmente di chiederci perché ciò sia accaduto e come possiamo affrontarlo. Nella misura in cui l’evento resta irrisolto, ci penseremo, lo sogneremo, ci ossessioneremo e ne parleremo per giorni, settimane o anni”.

Per questo abbiamo bisogno di storie: scrivendo possiamo mettere nero (o colore a scelta) su bianco ogni aspetto dell’esperienza, raccontarci raccontando tutti i “quando”, i “come”, i “se invece”, i “perché?”

Che “niente è per sempre” ormai lo sappiamo e stra-sappiamo. Ma non basta. Oltre a “niente è per sempre” c’è dell’altro: “niente è per tutto”. Niente vale sempre, non c’è un numero su cui possiamo puntare ogni volta, non esiste una ricetta segreta che possiamo replicare ancora e ancora, non abbiamo ancora trovato la Panacea di tutti i mali, la pillola magica che addormenti tutti i dolori, l’unguento miracoloso che ci liberi dalle sofferenze, non c’è uno schema che funziona ogni volta, sistematicamente, non abbiamo una squadra che siamo sempre sicuri vinca e allora puntiamo sempre su quella, il nostro cavallo vincente, non importa se infelice ma vincente. No. Non esiste una procedura applicabile sempre, non c’è un intervento valido per tutti, non c’è un protocollo prestampato da appiccicare in qualsiasi caso, indipendentemente dalle condizioni di applicazione. Eppure scrivere. Oh, scrivere. Ci va vicino a questa forma di im-perfezione ideale.

Ma gli eventi, nudi e crudi, non hanno fame e freddo?

Possiamo scrivere gli eventi come se stessimo stendendo un resoconto non semplicemente “sintetico” ma francamente “ridotto all’osso”. Pensa gli eventi sbattuti lì, su una sottile linea del tempo, sembra la striscia lasciata da un pattino sul ghiaccio e non hai la certezza che gli eventi che stai raccontando sappiano pattinare e vorresti andare lì e accertartene, assicurarti che non si facciano male, se sono fatti belli, assicurarti che facciano un buco nel ghiaccio, una crepa senza salvezza, che affondino nel freddo, se ti hanno fatto male. Ma non puoi fare niente di tutto questo. Immagina ti venga chiesto di scrivere gli eventi, come se tu fossi un telegramma, come se fossi un giornalista fresco di scuola di giornalismo che cerca di mantenere le distanze mentre gocce di sangue gli schizzano addosso e scivolano lungo il suo trench grigio. Immagina di raccontare soltanto i fatti, sei un testimone, un testimone robot, ne parli senza trasporto, senza che da te trapeli nessuna emozione.

Più del fatto successo importa come tu hai reagito a esso

Possiamo, al contrario, lasciare sbollire tutto quello che ribolle al solo ripensare a certe cose. Anche se, magari, era giusto bollisse, anche se, magari, era una pentola piena di sale e ci potrebbe sempre venire fame e un piatto di pasta non farebbe male. Ma tu immagina. Immagina di rievocare un evento che per te è (stato?) significativo e immagina però di non scrivere nulla sull’evento in sé e per sé, di non lasciarlo trapelare per niente, di celarlo come se avessi sette veli e fosse tempo di danzare coi ricordi e giocare a nascondino. Immagina di scrivere “soltanto” (quante virgolette basterebbero per spiegare questo “soltanto”?) riguardo le tue emozioni, i tuoi sentimenti, le tue reazioni, cosa hai fatto, cosa faresti adesso se ti ritrovassi nella stessa situazione.

Nella scrittura autobiografica la penna è il metro con cui misuro me stesso…

… Per questo è importante che, in un esperimento come questo, si scriva di un argomento che si reputa significativo, rilevante. Tutte quelle cose che tanto ci sfiancano perché siamo pur sempre questa cosa imperfetta fatta per il 70% di acqua e per il restante 30% di storie e allora ciò che ci capita dentro abbiamo bisogno di provare a spiegarcelo in qualche modo, vediamo lampi correrci lungo il muscolo sartorio e diventiamo una tribù che ha la necessità di capire perché accade ciò che accade, ci servono delle storie per dare sensi alle cose, quando ci piove dentro sentiamo categorico l’imperativo di dirci cos’è , di raccontarcelo.

Non importa quanto la vita si diverta a distruggere i nostri arazzi e cancellare le nostre pitture sulle rocce e non importa quanto giochi a spacciarci lavagnette magiche per fogli e ha inceppare le macchine da scrivere, non importa: noi abbiamo l’urgenza di sistemare fatti e emozioni, insieme, abbracciati, in storie dotate di senso. Un senso che assumono proprio mentre ci sforziamo di ri-costruirle come narrazione. Un senso almeno per noi. Almeno per un po’. Fino a quando non bussa alla nostra porta l’urgenza di un senso nuovo.

Ok, ma come e perché può essere terapeutica la scrittura?

Ah, né io né tu possiamo rispondere in maniera univoca a questa domanda. Ma ci sono tanti “magari perché” che puoi saggiare come campioncini gratuiti.

Reprimere è maledettamente faticoso

Forse se smettiamo di trattenere un palloncino che è diventato pesante e che infatti non ci fa più volare e lui stesso non vola più, anzi è un peso, lo teniamo addosso come uno zaino, ma uno zaino pieno, dentro cui non puoi mai mettere niente di nuovo, ecco, se smettiamo di trattenere ciò che ci parla solo di macchie in emocateresi e anche di trattenere ciò che ci parla di cose più allegre ma, forse proprio per questo vuole essere liberato, insomma, forse quello che ci aiuta è smettere di faticare per tenerci distaccati da qualcosa che è tutto intorno a noi. Ciò che ci fa male, ciò che ci ossessiona, i nostri tarli quotidiani, sono muri, muri sempre più a filo con la nostra pelle e quanto fatichiamo per non sfiorarli, quanto è difficile fare di tutto per fingere che non esistano mentre loro esistono e invece, forse, basterebbe creare, sulla carta, un posto tutto per loro, per avere più spazio noi, lo spazio giusto loro?

Ritrascrivere è liberatorio, per quanto non sia un gioco

Forse a fare la differenza è il poter riprendere l’evento difficile che si vuole affrontare e, appunto, affrontarlo. E affrontarlo magari in un modo un po’ diverso da quello in cui lo si è affrontato fino ad adesso (ammesso ci si sia mai presi la briga di affrontarlo). Il fatto diventa pongo, “quando capisci che quella che racconti è solo una storia. Che non sta più succedendo. Quando realizzi che la storia che stai raccontando sono solo parole, quando puoi sbriciolarla e gettare il tuo passato nel secchio dell’immondizia” quando arriva questo momento ecco che capisci che quello che è stato è stato e, se da un lato non lo puoi cambiare lo puoi sempre trascrivere e riorganizzare, lo puoi sempre raccontare e padroneggiare e poi adesso, proprio perché è già successo, proprio perché è ormai passato, non ti può più fare male. A meno che tu non sia a permetterglielo. Almeno non più del male che ti ha già fatto.

Puntoelenco non esaustivo di tutto quello che la scrittura terapeutica può fare
  • Quando scrivi non importa quanto tutto quello che ti è accaduto, quello che sta raccontando, ti sia sempre sembrato insensato. Adesso tutto può diventare coerente. Può avere un senso, seppur nella sua insensatezza di cosa reale (perché, si sa, la verità non si preoccupa mai di essere verosimile)
  • Il fatto diventa uno specchio. Ci vedi dentro te stesso. E rifletti sull’evento stesso.
  • Poi, a un tratto, lo specchio lo puoi anche rompere e puoi metterti a giocare con le prospettive e coi punti di vista e vedi tante di quelle posizioni, tante di quelle connessioni, tante di quelle emozioni
  • La tua testa tira un sospiro di sollievo. Tutto è comunque cattivo come il tempo quando il tempo è cattivo ma adesso è “solo” una storia. Ed è una storia che respira, che ha respirato tanto che respirato tutti le cause e le conseguenze, le sono finiti nei bronchi gli intrecci, tutto il caleidoscopio di aspetti giocano con le cellule ciliari del suo albero respiratorio. Complimenti: la tua storia ha affondato le radici in ciò che è stato, è riuscita a ramificarsi e ora allunga le foglie a caccia di luce.

Respira. Lo senti il rumore del tuo respiro? Vai in un luogo. Preferibilmente silenzioso. E scrivi. Scrivi ciò che vuoi. O, meglio, scrivi ciò di cui non sei sicuro di voler scrivere. Perché è una ferita ancora aperta. Perché sanguina. Perché i ha sconvolto. Scrivi senza preoccuparti della “bella scrittura”. Scrivi senza curarti di inciampare nella grammatica, scrivi senza pensare all’ortografia, scrivi anche se i periodi vengono su storti. Scrivi solo per te stesso. Ma scrivi di qualcosa che ti è entrato profondamente dentro. Scrivi solo gli eventi, poi scrivi solo cos’hai sentito. Come una lista della spesa di un supermercato in cui mettono le vite in saldo ma nessuno può provarsele prima addosso. Scrivi quindi una storia. La tua.

Ti piacerebbe sentirti dire questo e molto altro partecipando a un Calamo-esperimento?
Se ti ha punto la curiosità per la scrittura terapeutica inizia a scrivere: scrivi qui il tuo nome e la tua email, così Calamo saprà che quello che hai letto ti ha colpito e che vorresti provare una flebo d’inchiostro anche tu.

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