Lettera a un libro mai scritto

i libri sono come le stelle

I libri non cadono dal cielo. Anche se a volte sembra ce l’abbiano dentro, il cielo. E non li porta nemmeno la cicogna. Lo sai, vero? Così, anche se a volte ti senti un pollo a non scrivere, poi ti chiedi se “quel libro che hai dentro” non stia meglio sotto terra, sepolto dalle macerie di “mi piacerebbe ma non ci riesco”, invece che sotto un cavolo. Pronto per essere dato in pasto a lettori a cui di lui non importa un cavolo.


Mi piace pensare che c’è un posto per quelli come te. Per quelli che in qualche modo non ce la fanno. O forse ce la fanno più degli altri perché, non nascendo, non possono essere uccisi dall’indifferenza o lasciarsi morire marcendo un lembo di carta alla volta. Ma questo posto c’è?

Ogni volta che sento il rumore di un libro che cade penso che finché c’è qualcuno che ti sente cadere allora non sei mai davvero solo. Soprattutto se poi questo qualcuno ti raggiunge, incastrato come sei tra quel vecchio mobile tarlato e il pavimento e ti prende tra le mani finché il tarlo della lettura non passa dal tuo indice, di carta, al suo indice, di carne e sembra che non ci sia carne più vibrante di quella carta perché si è infettati da un buon demone. Nero. Come l’inchiostro.

Spero che qualcuno ti senta, lì dove sei. Spero tu non sia al buio perché, quando ti ho sentito crescere dentro, come un bisogno inevitabile ma anche come un lusso impossibile da permettermi, ho sentito con tutti i nervi, tesi, il calore che fa la luce quando non le serve essere vista per essere vista.

Spero che qualcuno ti ascolti nel posto speciale dove vanno a finire i quaderni mai terminati, i pomeriggi insieme eternamente rimandati, i sogni tirati fuori dai cassetti, con ancora addosso l’odore della naftalina e usati come paraspifferi per non sentire troppo freddo in quella casa prima vestita dai “vorrei” e poi spogliata, fino a mostrare anche le ossa, da tutti i “non posso”.

Ma poi sarà vero che non ce l’hai fatta? Sei rimasto in potenza, quindi potente. Quindi potrai anche farcela a sopravvivere lì dove sei perché non sono riuscita a farti essere. Qui. A farti diventare ciò che forse saresti potuto essere ma forse no. E il “forse no” mi uccideva. Così ti ho ucciso. Perché quando ti piace fare qualcosa questo qualcosa vuoi farlo sempre. Certo. Ma se c’è il rischio di farlo una volta e di non farlo mai più allora preferisci non farlo mai.

Perché finché non esisti posso ripetermi che sarei all’altezza dei tuoi occhi, che mi guardano dentro, e degli occhi degli altri che guardano dentro te e quindi dentro me in un gioco infinito di specchi. L’amore (per la scrittura) può essere cieco ma i lettori ci vedono benissimo.

Mi chiedo se hai freddo lì dove sei e non sei al tempo stesso. Perché per te non ho pensato neanche a una copertina. Poi però penso che in fondo hai la mia pelle e hai rovesciato il sacco che rivestiva il mio cuore per vedere come batte, se batte, e te ne sei vestito.

Mentre per me tu sei rimasto quel sacchetto pieno di coriandoli che vorresti rovesciare a testa in giù per gettare tutti i pezzi di carta fuori ma ti chiedi se non sia meglio lasciarlo così com’è. Un sacchetto pieno di colori. Invece di sparpagliare quei ritagli di giornale e poi dover raccogliere ogni singolo coriandolo, anche quello che si è infilato nel posto più inadeguato, là dove è più sgradito. Soffi per farlo scivolare fuori dal suo nascondiglio e lo vedi per quello che in fondo è sempre stato: soltanto uno scarto.

Mi domando se vivi protetto. Io che ti ho fatto diventare un grumo di aspirazioni. Tu come un tappo sulle ferite coi lembi divaricati. Mentre la pelle di ogni scrittore è pelle di serpente che aspetta il suo proprietario al varco. Mentre le piastrine hanno paura e si abbracciano. L’emostasi del talento frena l’emorragia di parole e tu pensi di stare meglio mentre stai solo peggio perché era fuori da te il posto di quelle parole.

Sai che c’è invece? Mi piace di più pensare che un posto per quelli come te non c’è affatto. Perché forse esistono solo quelli che non sono mai esistiti, neanche in potenza, e quelli che ce la fanno.

Preferisco pensare che sei ancora qui, come una spilla da balia per un vestito che chi vorrà potrà indossare e crescerci dentro. Come una crisalide che quando finisci di servirtene, perché ti sei evoluto, sa evolversi con te senza smettere mai di avere qualcosa da dirti.

È che a volte sembra la facciano facile questi potenziali lettori di libri potenziali. Pronti a dire “essere più pronti di così non si può! Scrivi!”. Ma poi chissà se una volta nati i libri loro ne adotterebbero le pagine tra le loro dita e tra le loro circonvoluzioni. Chissà se una volta fatti gli scrittori ci sarebbero i lettori.

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39 pensieri su “Lettera a un libro mai scritto

  1. Bellissima lettera.

    “Chissà se una volta fatti gli scrittori ci sarebbero i lettori.” Vero. Però la storia, come diceva mio padre, non si fa con i “se”. Nessuno può sapere cosa accadrà, se prima non agisce.

    Io sono convinto che qualsiasi libro abbia almeno un lettore e ho deciso di scrivere per quel mio lettore minimo che avrò. Tutti gli altri, a partire dal secondo, saranno ben trovati.

    Devi trovare la storia giusta da scrivere e anche il tipo di storie da scrivere. Ogni scrittore è narratore di un tema, porta avanti una sua battaglia anche se battaglia non è, in fondo.

    La scrittura è espressione dello scrittore e ogni scrittore trova il suo modo per esprimere quello che ha dentro. Tu hai dato già prova di avere una scrittura di ottimo livello, nel blogging e nella narrativa.

    Devi solo trovare la storia da raccontare, o tante piccole storie da mettere in un libro. O forse saranno quelle storie stesse ad arrivare da te prima o poi.

    E quel giorno, puoi starne certa, ci saranno i lettori che le leggeranno.

    1. Tuo padre aveva proprio ragione, Daniele: “la storia non si fa con i se”.
      Eppure, quando i “se” bloccano l’azione gettando i (buoni?) propositi in una terra di dubbi allora indirettamente fanno la storia perché la storia la fermano.

      “Io sono convinto che qualsiasi libro abbia almeno un lettore e ho deciso di scrivere per quel mio lettore minimo che avrò”

      Mi sembra proprio un bel punto di vista questo. Perché se ogni libro ha almeno un lettore significa che nessun libro subisce mai davvero la sconfitta peggiore: restare orfani di un paio di occhi.

      Tu hai dato già prova di avere una scrittura di ottimo livello, nel blogging e nella narrativa.
      Devi solo trovare la storia da raccontare, o tante piccole storie da mettere in un libro. O forse saranno quelle storie stesse ad arrivare da te prima o poi.
      E quel giorno, puoi starne certa, ci saranno i lettori che le leggeranno.

      Il mio libro, dal suo limbo di “vorrei e forse posso”, ti ringrazia molto molto per queste parole.

      1. Sì, i dubbi naturalmente fermano la storia e ogni azione. Allora ti chiedo: che dubbi sono?

        No, tranquilla, nessun libro non viene mai letto da nessuno.

  2. Lettere che divengono parole, e queste magistralmente accostate creano testi dai quali traspare un’essenza rara. Ambrosia per gli occhi che leggono, ebrezza nell’anima del lettore. Scritto, come sempre, magistralmente da te. Se vogliamo dirla tutta, forse una sola frase leggermente ridondante ma così perfetta da risultare indispensabile e mettere un marchio tuo, in più, sul testo.
    Detto questo, la “lettera” non è bella per niente. Ripeto: scritta benissimo, come mai io sognerei di poter fare, ma resta terribile il contenuto.
    Questo è un elogio al NON fare e nel tuo caso al NON scrivere. Ma più in generale è un elogio al non fare della propria vita un capolavoro, al gettare nella spazzatura il proprio talento per viltá. Al non mettersi in gioco, al non provarci, al non cercare un buon motivo per essere determinati. Al decidere deliberatamente di essere niente, di valere niente. Alla rinuncia senza combattere, al crearsi una vita di quieta disperazione. Credi che sia semplice per gli altri? Ognuno ha paure e ostacoli da affrontare, grandi e piccoli ogni giorno. Vuoi la pappa pronta e vincere facile? Non si puó. In niente. Non puoi sapere quanto piacerá un tuo gesto, un libro, un film o un qualunque lavoro. Come non puoi sapere cosa accadrá domani. Vuoi gettare alle ortiche il talento che hai? Non hai il diritto di giustificarlo in alcun modo, stai commettendo un crimine. Ne trovo tanti che hanno paura di mettersi in gioco, alcuni trovano mille buoni motivi per non darsi da fare, e passi, ma a te voglio bene e mi fa inviperire vedere la tua capacitá usata per rafforzare la “tesi dello sfigato”. É un delitto buttare le proprie doti così e ancora di più cercare di giustificarlo. Nessuno ha il diritto di dire agli altri “è meglio non fare così non rischi” e chi rinuncia ha il dovere di non lamentarsi se non ottiene dalla vita quello che vorrebbe. Mi hai rovinato la giornata con questo articolo, fosse scritto da altri lo avrei ignorato. Scritto da te, no.

    1. “Questo è un elogio al NON fare e nel tuo caso al NON scrivere. Ma più in generale è un elogio al non fare della propria vita un capolavoro, al gettare nella spazzatura il proprio talento per viltá. Al non mettersi in gioco, al non provarci, al non cercare un buon motivo per essere determinati. Al decidere deliberatamente di essere niente, di valere niente. Alla rinuncia senza combattere, al crearsi una vita di quieta disperazione.”

      Questo scritto nasce come analisi (la più lucida che io potessi fare) del perché il talento a volte lo si lascia in cantina. Come un vino che si aspetta sempre l’occasione giusta per stappare senza pensare al fatto che forse sarebbe proprio il fare assaggiare, finalmente, questo vino ai commensali, l’occasione da festeggiare con una bottiglia così pregiata.

      Questa lettera è l’elogio alle preterizioni: “non scrivo perché…” e poi la lettera stessa si snoda attraverso lunghe file di parole. Quindi l’autore scrive, scrive eccome. L’essere consapevoli del perché non ci si mette in gioco in un gioco che gioco non è non la vedo come un segno di rassegnazione. Anzi.

      Questo brano è al tempo stesso sfogo e confessione. Racconto di come, a volte, possa essere infinitamente più semplice buttarsi in qualcosa quando a questo qualcosa si tiene meno. Perché quando si prova a realizzare un sogno non ci si può più rifugiare nella credenza che “sarebbe andato bene”. Occorre affrontare gli sviluppi reali. Nel bene e nel male.

      Quello che questo articolo non si propone affatto di fare è giustificare. Fantasticare su un limbo in cui i libri mai nati non soffrono affatto può significare cercare attenuanti per quel “crimine” di cui parli. Ma finire col sperare che questo mondo non esista, che i libri in potenza continuino a crescerti dentro non avendo nessuna intenzione di perdonarti se vorrai, a torto, non darli alla luce, vuol dire, per me, voler in realtà rinunciare alle rassicuranti rinunce. Per rischiare.

  3. I libri come i sogni di vita sono roba difficile.
    Ci sono storie che ti porti dietro per anni, per decenni. Ti fanno compagnia mentre compri il detersivo al supermercato, in coda al semaforo, quando sei dal meccanico per lo spinterogeno o quando ti tuffi al mare. Sono presenti al tuo compleanno di anno in anno, fanno parte delle buone intenzioni. Sono lì alle primi liti del mattino o quando fai a pugni per un amore perduto. Riecheggiano frasi, scene, momenti, proprio durante la quotidianità della vita. Sono lì con te, proprio mentre il mondo scorre e li ignora. Sì il mondo ignora te stesso e il tuo potenziale non è perché distratto o cattivo, ma solo perché tu ignori te stesso e il tuo potenziale.
    Dopo aver viaggiato per anni in te, arriva un momento, un giorno o l’altro in cui si giunge al capolinea. Ti siedi a scrivere. Ti accorgi che quello che sembrava chiaro e semplice, la perfezione della trama delineata nella mente, fa a pugni con le parole reali. Le frasi non sono quelle che credevi e le scene madri forse non lo sono. Così capisci una di due cose. O la storia muore, per sempre, in quei frangenti, o ti metti lì a sudare e lottare alla conquista di parola dopo parola. La discriminante è spesso la perseveranza.
    Che sia un successo oppure no, non è alla nostra portata. L’unica vera cosa di poter andare fieri è aver dato vita reale ai pensieri. Dare corpo ai personaggi e farli andare via, a surfare, fra le onde delle altre storie.

    1. “Il mondo ignora te stesso e il tuo potenziale non è perché distratto o cattivo, ma solo perché tu ignori te stesso e il tuo potenziale.”

      Se tutti abbiamo dentro di noi una torcia con questa torcia poi, in effetti, sono tantissime le cose che possiamo decidere di fare (o non fare).

      Possiamo convincerci che la nostra torcia non funzioni, anche senza essercene mai accertati. E così rinunciare a prescindere, non tentare neanche di accenderla. Poi magari un giorno decidiamo di provare a premerlo quell’interruttore. E vediamo che una luce c’è. Le pile non sono scariche, la lampada non è fulminata.

      A quel punto però possiamo scegliere di lasciare che la nostra luce risplenda soltanto nel buio degli scenari possibili, ma mai realizzati. Oppure accenderla di fronte a tutti anche rischiando che quella luce non ci sembri più così brillante. Ma anche correre il rischio che questa luce brilli più di quanto avremmo mai potuto sognare.

      “Ti siedi a scrivere. Ti accorgi che quello che sembrava chiaro e semplice, la perfezione della trama delineata nella mente, fa a pugni con le parole reali.”

      Le parole possono essere creta. Soprattutto se messe in mano a chi non ha paura di sporcarsele, le mani, per scavare tra le frasi e trovare l’espressione migliore, se non perfetta. Ma scavando, impastando, dando forma ai propri pensieri ci si può ritrovare a stringere i pugni, impotenti di fronte all’incapacità (impossibilità?) di plasmare la lingua per farle vestire la propria trama, i propri pensieri.

      “Che sia un successo oppure no, non è alla nostra portata. L’unica vera cosa di poter andare fieri è aver dato vita reale ai pensieri.”

      Una soddisfazione indipendente dai risultati? Forse è la migliore via da percorrere.

  4. Questo post è bellissimo! Mi è piaciuto tantissimo.

    Sarà che il libro “Lettera a un bambino mai nato” è tra i miei preferiti?

    O, più semplicemente, è scritto con una grande passione e con espressioni meravigliose.

    1. Grazie mille Romina!
      Un libro ancora tutto da scrivere non può sognare niente di meglio che sapere che un post ispirato a lui sia reputato “bellissimo”.

      La grande passione sì, c’è assolutamente. Le espressioni… Sono molto contenta tu le reputi meravigliose!

  5. Ciao Monia,
    ti scrivo perché mi sento chiamata in causa.
    Ebbene sì, anche io ho rinunciato a scrivere quel libro che mi accompagna ormai da anni, ma che non ho il coraggio di iniziare.
    In sostanza mi sono fatta la tua stessa domanda: e se fosse più giusto lasciarlo sepolto?
    Per ora ho risposto di sì. Per varie ragioni, tra le quali la più forte è il pensiero di non essere in grado di scriverlo.
    Leggere il commento di Marco è un gran colpo, si tratta davvero solo di mancanza di perseveranza?
    Non lo so, ma per ora ti ringrazio per avermi dato modo di rifletterci ancora una volta e per esserti aperta così.

    1. Ciao Valentina,
      in primis grazie a te per aver raccolto la “chiamata in causa” e per aver colto l’occasione per riflettere, ancora una volta, sul tuo libro non (ancora) nato.
      Forse ancor più che di mancanza di perseveranza si tratta di mancanza di… Una corretta visione.
      Come se l’idea(le) del libro che noi abbiamo costruito, sebbene siamo stati noi a pensarlo, a progettarlo, sia qualcosa di troppo grande per noi. Un’ideale che è tanto più irraggiungibile quanto più noi preferiamo lo sia. Quanto più noi preferiamo lasciarlo sepolto in un punto sperduto del nostro ipotetico futuro.
      Ma, in realtà, è davvero così?
      Davvero è possibile che noi, proprio noi, che quel libro lo abbiamo nutrito fin da quando era solo un germoglio senza abbastanza cellulosa da fare un solo foglio di carta non siamo in grado di riempire i fogli parlando di lui?
      Ce proprio noi che abbiamo coltivato questa pianta rampicante non siamo capaci di metterla su un bastone e lasciare che cresca in altezza, raggiungendo vette che noi riteniamo impensabili ma forse le nostre parole reputano possibili?

      (Qui sarai sempre la benvenuta, Valentina)

  6. Penso che se ami scrivere, prima o poi scrivi. Non si può rinunciare al piacere, perché prima di tutto ti deve piacere. Chi non ci tenta, non ama. Chi non ama, meglio che non faccia nulla.

  7. Sempre poetica e musicale, Lady! 🙂
    Non so se fatto il libro è fatto anche il suo pubblico. Proprio non ne ho idea. Però poi una persona ti scrive e ti ringrazia di ciò che hai scritto, dice che le è sembrato di essere dentro la storia, che l’hai fatta ridere e piangere e pensare. Allora ti dici: però, se di lettori ce n’è uno… 😉

    1. “Poi una persona ti scrive e ti ringrazia di ciò che hai scritto, dice che le è sembrato di essere dentro la storia, che l’hai fatta ridere e piangere e pensare”

      Ecco, facciamo che tutta la poesia e la musicalità di questo scritto lo dedico a questa persona speciale.
      (Sperando la clonino, naturalmente!)

      (Non penso che fare il libro sia condizione sufficiente per fare il pubblico. Però mi sa che è di certo condizione necessaria…)

  8. Monia,
    questa lettera è impressionante, nel senso che è molto commovente.
    Io credo che quel libro saprà che gli hai voluto bene, come un figlio mai nato saprà dell’amore della madre.
    Nel mondo siamo circondati dalle aspettative, e molti pensano addirittura che se un libro non è un best seller allora non esiste.
    Per me il libro inizia a esistere nella mia testa, molte storie restano lì, altre diventano dei racconti, ma anche nella forma tangibile non tutti sono destinati a un gran numero di lettori. Ho dei racconti che ho destinato ad un solo lettore, ho dei racconti che ho destinato solo a me stesso e così resteranno, perfetti o imperfetti che siano.
    Alcune storie sono destinate a migliaia di lettori, altre no, ma devi scriverle lo stesso secondo me. Tutto qui.

    1. questa lettera è impressionante, nel senso che è molto commovente.

      La cosa bella delle parole è che possono avere un potere speciale: possono essere capaci di imprimerci addosso il loro marchio e la nostra mente costruisce intorno a loro intere storie. Come se la nostra retina fosse pellicola su cui è impressionata l’immagine perfetta del senso che hanno per noi quelle parole.

      Ho dei racconti che ho destinato ad un solo lettore, ho dei racconti che ho destinato solo a me stesso e così resteranno, perfetti o imperfetti che siano.

      Il fascino di questo tipo di racconti è che, spogliati da gran parte di tutte quelle aspettative, sembrano più leggeri e li si offre ai propri occhi o a quelli di pochissimi fidati lettori più a cuor leggero.

      Quando però uno scrittore pubblica allora lo scrittore in qualche modo si dà in pasto a un numero indefinito di lettori. E no, un libro non deve essere un best seller per esistere (può esistere già ancor prima di nascere, in qualche modo!) ma è pur vero che l’essere letto è parte integrante della sua ragion d’essere.

      (Sono qui (anche) per commuovere :). Quindi… Grazie!)

  9. Sì, è giusto che un libro sia fatto per essere letto, ma non bisogna concentrarsi sui numeri da best seller.
    Anche perché i veri best seller, come la Bibbia o il Corano, non li batte nessuno. 😉

    Prego, e grazie a te per l’emozione.

    Ciao,
    Renato

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