L’emofilia del (neo)professionista

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Attenzione: continuando nella lettura potresti trovare cenni a pensieri intelligenti. Naturalmente l’eventuale presenza di trovate argute è del tutto casuale. Nessun’idea brillante è stata maltrattata durante la stesura di questo post.

Questa è la parte in cui parliamo di come sia triste che “dilettante” sia una cosa a modo suo un po’ triste.

Perché un “dilettante”, in fondo, è qualcuno che non fa sul serio, no?

Perché è ovvio che uno che fa qualcosa per piacere proprio non può farla pure per professione e per guadagnarci e con una specifica professionalità.

Perché non si è mai visto uno che si diverte e nel frattempo fa qualcosa di importante, di significativo, di ben fatto, di alto livello, certo.

Perché “dilettarsi” in qualcosa deve essere per forza una roba pasticciata e sconsclusionata, una chitarra scordata, una ciambella senza buchi o tutta bucata, un quadro che dici che è astratto ma non è davvero astratto, è solo che non sai fare qualcosa di realistico anche se fare qualcosa di realistico è ciò che vorresti fare.

Perché una cosa fatta come si deve è in qualche modo un “dovere” e un dovere non può essere piacevole. Non si possono mischiare le carte così, non si possono mescolare due mondi in questo mondo.

Questa è la parte in cui ci impelaghiamo nell’annosa differenza tra “serio” e “serioso”

Quando inizi a fare sul serio magari sì, magari all’inizio hai un’espressione molto…Seriosa. Ma è che sei concentrato. Fai come quelli che quando non hanno gli occhiali da vista strizzano gli occhi e corrugano la fronte per cercare di vedere meglio e sembra che siano arrabbiati ma no, sono solo molto concentrati. Ecco, magari all’inizio tu il paio di occhiali giusti per te non li hai ancora neanche trovati. Così cerchi di aguzzare la vista come puoi e sei così preso dal far bene, così volutamente e volenterosamente attento a ogni dettagli che quasi ti perdi il bello, il divertimento.

Ma essere seri non significa essere seriosi. Essere seri e attenti e precisi e scrupolosi non ha nulla a che fare con l’essere imbronciati. Qui nei reparti di Calamo non sono mai arrivati studi clinici secondo cui il broncio migliori l’efficienza, sai?

A un certo punto deve arrivare un punto di svolta. Quel punto in cui sei più sicuro di ciò che sei e di ciò che fai e perciò sei abbastanza sicuro da rilassarti e goderti ciò che stai facendo. Ma non troppo sicuro, quello mai, ché la troppa sicurezza spesso genera negligenza.

Così stai facendo qualcosa che ti piace e lo stai facendo bene e non è che trai piacere solo dal sospiro di sollievo che tiri quando hai finito senza far danni. Vivi e sorridi durante tutto il percorso, ti “diletti” nel viaggio come un vero professionista.

Questa è la parte in cui discutiamo dell’importanza del “riconoscimento sociale” nel mondo (neo)professionale

Deve esserci un momento in cui succede. E dico “deve” perché se non c’è forse c’è un percorso da rivedere. Perché è come se procedi lungo una via dove sai che a un certo punto deve esserci un ponte. Se il ponte non lo trovi cosa pensi? Pensi che hai sbagliato strada. Perché senza ponte non arriverai mai dall’altra parte.

Ma dall’altra parte non ci puoi arrivare completamente da solo. Ti serve sempre un Caronte, possibilmente che ti guardi con occhi più gentili. Se riesci a ottenere addirittura uno sguardo di sincera ammirazione allora hai guadagnato almeno 100 punti. E ti serviranno questi punti. Perché dall’altra parte i punti che ti danno gli altri credendo in te, la stima che susciti, la sicurezza che infondi, sono la moneta corrente.

Così pian piano tutte le ferite che ti sei fatto lungo il percorso si rimarginano. Quella volta che hai fallito e la sconfitta è stata bruciante. Quella volta che hai rotto i ponti con una via che non ti portava da nessuna parte ma nessuno ti insegna a rompere nel modo più indolore e allora nel rompere ti si è rotto pure qualcosa dentro. Tutti i graffi alla tua fiducia in te stesso. Le ferite penetranti di chi ha messo il dito nella piaga e ha affondato. Tutte le volte che hai offerto il fianco al momento e al soggetto sbagliato. Ora hai gli stimoli giusti. All’inizio, per riparare le falle e andare avanti, “ci metti una pezza”. Un tappo provvisorio e passa la paura. Ma poi tutto intorno a te (i sorrisi che ti urlano “ben fatto!” anche stando in silenzio, la gente che ti osserva con attenzione perché pensa che da te ha qualcosa da imparare, le braccia metaforicamente al collo di chi a te si affida), tutto, proprio tutto, ti aiuta nell’emostasi e ogni lesione sanguinante è frenata e riparata.

Questa è la parte in cui riflettiamo sul perché chi inizia come professionista sia (spesso) un po’ (“emotivamente”) emofiliaco

Nell’emofilia c’è questa cosa che ti manca (un fattore di coagulazione) e qualcosa che allora, a causa di questa mancanza, diventa eccessiva, poco controllabile, esasperata (la perdita di sangue). Ci piace dire “per aspera ad astra” ma a volte ci dimentichiamo che poco prima delle stelle c’è un imbuto da superare prima di abbeverarsi direttamente dalla Via Lattea. Ed è un imbuto davvero stretto e pieno di spine e magari tu ci sei arrivato già un po’ stanco e forse hai abbassato la guardia perché hai pensato “sono arrivato ormai alla fine”. E invece.

Spesso il momento più duro dell’ascesa è quello appena prima della meta.

Così se sei entrato da poco in quella strettoia che (si spera) ti porterà a raggiungere le vette della tua professionalità non hai ancora tutte le armi per reagire al meglio, non hai ancora tutti i fattori necessari. Il famoso “fattore X” in fondo, è prima di tutto uno dei protagonisti della coagulazione.

Per questo il “fattore X” prima ancora che essere quel quid che ti distingue dagli altri, quel guizzo di talento che ti fa saltare più in altro degli altri, quella “lettera scarlatta” che ti fa emergere, prima di tutto questo, è qualcosa che ti permette di reagire bene ai traumi.

Quel qualcosa che ti consente di ricomporti più e più volte anche quando le cose che ti capitano ti smontano e non hai il libretto di istruzioni e ti sembra che tutto intorno a te stia andando in pezzi.

Questo è il punto in cui pensiamo a cosa può veramente infondere “coraggio”

Ora, se uno ha questa carenza di fattori di coagulazione, che fa? Deve procurarseli in qualche modo. No, la capacità e la caparbietà e l’impegno e ancora l’impegno per arrivare fino a quel punto là, quel punto che fa da porta d’ingresso all’olimpo della professionalità, devi già averli investiti a cascata, a profusione. Ma c’è una terapia, più o meno d’urto, che può infonderti quello che ti manca, quel fattore di coagulazione. Certo, è un po’ rischiosa. Perché prevede comunque una “rischiosa esposizione”.

Siamo tutti un po’ cantori che gareggiano ogni volta in un agone più grande, più bello, contro sfidanti sempre più bravi, in sfide sempre più ardue da superare.

E a volte lo sfidante è dentro uno specchio.

Il pubblico può fare per te qualcosa che forse neanche pensavi potesse fare: può infonderti quella forza necessaria per non reagire troppo male alle botte che verranno. Prima di fare, davvero davvero, il botto. Il pubblico che inneggia al cantore che reputa migliore lo può fare, certo che può.

Ma devi dargli la possibilità di farlo e poi lasciarglielo fare.

E perché tutto questo sia possibile nell’agone ci devi andare. Devi accettare che è il momento di fare il grande salto, accettare che in certi momenti qualcosa di esterno ti farà male e che in altri momenti ti farai male da solo senza neanche sapere bene come hai fatto.

Ma anche accettare che potrebbe essere meraviglioso.

Questa è la parte in cui tiriamo le somme

  • E tu ti diletti?
  • E fai sul serio?
  • E hai controllato quanti punti hai da spendere o ogni volta che si tratta di te ti ostini a svalutare le tue monete?
  • Come stai messo a fattore X? (Che però nell’emofilia a essere carenti sono in genere o il fattore VIII o il fattore IX, tanto perché tu lo sappia o possa rinfrescarti la memoria.)
  • L’hai trovato il tuo agone?
  • Sei sceso in campo?
  • Se c’è un pubblico che vuole sostenerti gli stai dando la possibilità di farlo?
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17 pensieri su “L’emofilia del (neo)professionista

  1. Risposte time!
    Si perché a tante domandine in punto-elenco come fai non rispondere eh?! Poi Monia lo sa e lo fa apposta! (e poi dopo averla fatta rititare nelle sue stanze nell’altro post, ora bisgna farsi perdonare quidni eccomi.)

    1) Quando riesco, (perché nel mio piccolo sono davvero superdilettantissimo) SI. Non farei quello che faccio per diletto se non mi dilettassi nel farlo (ovvietà del giorno ma oh, è così).

    2) NO, apposta perché mi diletto. Sono ancora uno di quelli che scinde le due cose, quindi per me il diletto è si una cosa da fare con un certo tipo di “impegno” (perché altrimenti guardo la tele senza capire i programmi o perdo tempo dormendo che è uguale) ma non entrando VOLUTAMENTE in un sistema di operatività seria. Vuoi perché lavoro tutto il giorno (credo con serietà), vuoi perché dopo mi Nerdizzo e perdo il senno per fare le cose perfette anche in quei momenti, ho deciso che in qualche modo il diletto DEVE avere una buona componente di cazzeggio sennò non ne vale la pena.

    3) Non ho mai contato i punti sai? Non credo siano molti ma non l’ho mai fatto. Sullo svalutare non saprei, dipende da molte cose/circostanze/opportunità/momenti storici, quindi direi che ogni tanto, si, svaluto ma consapevolmente.

    4) Non me lo sono mai chiesto e non ci penso. Al massimo, se ne accorgono gli altri se ho un fattore di qualsivoglia natura, e se me lo fanno notare, dimentico poco dopo di averlo. Sono distratto, che ci vogliamo fare! 😀

    5) SI, o almeno lo AVREI trovato. Diciamo che ci sarebbe ma non sono uno sportivo. (Lo so che ci andavano anche i poeti e con la storia del Seoeta ormai hai il Cannone dalla parte della miccia però oh… passamela dai)

    6) Sei sceso in campo? NO. Sempre per la storia del diletto. Se mi diletto, non cerco la sfida, la vittoria o l’approvazione. Magari sbaglio, ma una cosa con/in cui mi diletto già mi soddisfa per quello che è e non mi serve altro.

    7) NO, e ovviamente è solo colpa mia. Se c’è un pubblico, di certo non lo sto curando e non gli sto volendo il bene che merita, ma non c’è un motivo particolare per cui io non lo stia facendo. In realtà, sta cosa del diletto e della serietà credo influisca (per il mio modo di essere e fare le cose) molto anche su questo. Probabilmente, la cappa di serietà di cui ho bisogno per essere produttivo (a volte è un po’ sterile sta parola però credo renda l’idea) lascia pochi spazi alla parte di diletto che servirebbe più spesso nel fare le cose e quindi, alla lunga, ammazza anche il resto.

    Oggi sono particolarmente poco Seoeta, ma ci sta ogni tanto un filone un pochino più malinconico no?!:D

    1. 1) Epperò aspetta, ti devi dilettare SEMPRE (o quasi, ora non esageriamo, non facciamo i fissati col diletto che poi sai che noia).
      2) Epperò bis: io sono convinta che quando nerdizzi “per gioco” tu fai sul serio di brutto.
      3) Giusto, tu sei un Seoeta, per contare i punti ti serve un punti-commercialista. Perché però svaluti consapevolmente?
      4) “Sono gli altri a acccorgersene”. Stragiusto. Il fattore X è come la tosse: non lo puoi nascondere. Epperò tris se tu sai che ce l’hai magari magari eviti di camuffarlo abilmente, ecco.
      5) Per ogni “avrei” nel regno di Calamo si pagano tre oboli.
      6) Mi piace il tuo punto di vista. Ma far diventare qualcosa in cui ti diletti una cosa in cui ti diletti livello pro…Sia convinto la “svilisca” necessariamente?
      7) Appello per il pubblico: amatelo comunque. Capirà e vi coccolerà a dovere.

      Tutti i filoni qui sono più che apprezzati, lo sai!

      1. 1) Il fatto è che poi, il SEMPRE, manco mi annoierebbe… il problema per certi versi potrebbe essere smettere e tornare serio (credo).

        2) Ma il gioco non è DILETTO, il gioco è PRO! 😀

        3) Voglio il “punti-commercialista” ORA! Consapevolmente per puro fare commerciale. Diciamo che a volte, apparire meno sveglio o pieno di idee di chi ti deve pagare (ed è fin troppo pieno di se) aiuta a portare a casa la pagnotta.

        4) Vorrei mentire, ma a Monia non posso davvero quindi… E se non aspettassi altro di camuffarlo abilmente? 😉

        5) Non penso di avere tutti sti oboli… uno sconto famiglia per “noi 3”?

        6) Magari non la svilisce ma mi toglie il senso di “distacco dalla realtà”. Facciamo così, provo quanto prima e ti dico!

        7) “Noi 3” ti lovviamo!!

        ❤ ❤ ❤

  2. Comprendo l’idea delle domande (ben poste) per creare conversazione, tuttavia sono sicuro che mi perdonerai (e mi perdoneranno i calamisti) se invece di rispondere faccio una valutazione professionale sullo scritto, non volermene.

    Mi sento di dichiarare che questo sia una magnifica lezione per junior manager sulle basi, le fondamenta, sulle quali si costruiscono i risultati migliori e non quelli solamente buoni. Il motivo per cui, ad esempio. agli inizi degli anni 90 la telefonia satellitare non decollò: mancava il cuore.

    Io non so da dove tu abbia tirato fuori una cosa del genere, ma Monia, questo pezzo lo adotto come testo per le lezioni ai quadri e alla dirigenze aziendali che incontrerò nei prossimi mesi, domande comprese. Senza cambiare una sola virgola.

    Questa non è scrittura come la intendi tu e come la intendono i calamisti generalmente, questa è Alta Formazione.

    Oggi mi hai lasciato a bocca spalancata più di quanto tu abbia mai fatto prima in qualunque modo (lo dico seriamente Monia)

    Credo che tu non abbia la minima idea del valore di quanto hai scritto e pubblicato oggi, ma ti consiglierei di riconsiderare i tuoi obiettivi lavorativi dei prossimi anni.

    1. Qua il perdono lo diamo coi cesti di benvenuto (che, naturalmente, sono a misura di Calamista).
      Ruba pure, mi spiace solo non averci messo gli unicorni!
      Grazie per gli apprezzamenti, riguardo la chiusa… Non so bene che dire, sai?
      E difficilmente io non so bene che dire.

  3. Ma quante domande!
    Sì, mi diletto.
    No, non faccio molto sul serio, ma devo decidermi.
    Svaluto le mie monete.
    Non so come son messo a fattore X.
    L’agone nel pagliaione?
    Sì, in campo mi sa che ci sono sceso.
    Forse sì. Boh.

    1. Non c’è la lucina inquisitoria.
      Al massimo lucciole fuori stagione su un lago di pensieri in divenire.
      Si vede che ti diletti.
      Deciditi, i BluPennuti sembrano belli decisi in merito.
      Te lo cerco io il giusto tasso di conversione.
      Come sopre.
      Questa è carina.
      Attento ai leoni.
      Io dico ni.

      Baci calamosi.

  4. Mi diletto e nel diletto ho scoperto il valore dell’impegno, ché se non t’impegni davvero forse allora non alletta, e non resti un dilettante, non resti proprio, abbatti il ponte e ne cerchi un altro. O lo crei tu.
    Mi piace un sacco la parabola dei talenti, che io da bambino pensavo essere monete di una valuta antica, e non capivo perché il prete ci parlasse di finanza. Poi ho imparato a leggere tra le righe e ho capito che i talenti SONO moneta, fruttano se li investi, o restano dei talenti da dilettante che non si diletta, sotterrati, nascosti, totalmente inutili perché inutilizzati.
    E il mio fattore X (che non è il decimo contadino, no no no) l’ho trovato, mi suona un po’ come il gene degli X-men, è la mia mutazione, da bravo bruco ho fatto il mio bel baco e sono rinato. Sono evoluto perché l’ho voluto.
    E sì, l’ho trovato il mio agone, il mio fight club dove, se è la prima volta che entri, devi combattere e portarti le ferite ed esibirle come simbolo di quella fratellanza (o sorellanza, forse è meglio viste le proporzioni) dei dilettanti seri e concentrati.
    Sì, sono sceso in campo (“No, signor fattore, lei non c’entra, porti pazienza”), ho esposto il risultato del mio diletto perché diventi il diletto di qualcun altro. Un duetto. Una danza. Lo scrittore porta, il lettore si fa guidare. Casquet.
    C’è bisogno di fiducia pure a farsi amare, lasciarsi andare, ammirare, con la paura di mollare, scappare, proprio quando pensi che non ce la potrai fare. Ma no, continuiamo a giocare.

    1. Ok, una non può leggere questo commento e restare seri(os)a.
      Ti fa venire voglia non di ridere, che ridere sarebbe troppo volgare in questo caso, ma di sorridere. Di gusto.
      Perché tra talenti, in tutti i sensi, e contadini collaborativi e un giovane Palahniuk che ci osserva da un angolo della stanza e annuisce c’è tanto di cui sorridere.
      E poi quella chiusa.
      Quella chiusa lì.
      Che apre cose che a volte neanche le migliori chiavi aprono.

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