“Hai un cervello in ottime condizioni, tanto vale usarlo”

unicorn

Sai quei momenti in cui ti pare d’avere dappertutto il cervello?

Te lo senti tra i capelli, mentre ti pettini, resta impigliato tra i denti, della spazzola, le circonvoluzioni si annodano, fanno male quando le provi a disannodare, certe idee scolorano, si staccano e vanno a morire sui cappotti blu di pioggia e baci.

Te lo senti nelle gengive, ci si attaccano i denti, dormono contro la mucosa e-rosa della bocca d’oro e dici parole che non possono essere non pensate, perché hai il cervello nel legamento parodontale.

Te lo senti sotto i piedi, con l’umore che lo accarezza e le gomme da addentare, masticate, pestate, abbandonate sotto i banchi di scuole interrotte, come le strade, percorse coi piedi sotto cui senti pulsare sinapsi, su cui senti arrampicarsi pensieri.

Dato che tutto in te è testa tanto vale usarla.

La talassemia delle buone intenzioni

Tu pensa di dover assemblare qualcosa e non avere tutti i pezzi. Come quella volta che volevi montare quella libreria (perché sì, ti piacciono i libri. Non lo avrei mai detto. Un tizio capita su un blog di scrittura et medicina e ama leggere. Ohibò che bizzarria). Volevi montare la libreria, appunto, ma ti mancavano dei pezzi e le istruzioni erano in aramaico e allora per rilassarti ti sei messo a fare un puzzle ma ti mancavano dei pezzi anche in quel caso.

Ecco.

La talassemia è quando un “pezzo” di emoglobina manca del tutto o scarseggia. E allora tu non puoi montare quello che avevi in mente e non puoi portare ossigeno ai tuoi sognetti che già boccheggiano e ti vanno in necrosi tutti i progetti.

Succede coi blog. Che vorresti aprire, magari li apri, ma sembra più come quando apri la finestra per cambiare l’aria, non è una grande apertura, non è una vera inaugurazione, non ci sono neanche le tartine, non c’è emozione. E poi gli insetti. Hai aperto la finestra e sono entrati solo insetti.

Succede coi libri. Che vorresti scrivere, magari li inizi, ma sembra più come quando ti scoppia in mano la biro e allora riempi tutto d’inchiostro, certo che lo fai, ma non come vorresti, riempi pagine di nero acriticamente, come polpi e seppie.

Succede con quel progetto di esportare la piadina romagnola. Che vorresti realizzare ma poi ti viene fame e pensi che è difficile pensare di sfamare un intero villaggio quando non si riesce a zittire il proprio stomaco e ti chiedi se lo zittirai mai il tuo stomaco, se sentirai mai il silenzio dei sazi e dormirai il sonno dei giusti.

E tu allora ti dici che, ehi, al massimo non riuscirai a fare quella cosa perché ti manca quella roba però almeno il resto funziona.

E invece.

Invece no perché nella talassemia se una catena polipeptidica emoglobinica è assenta o poca allora dell’altra ce n’è troppa e si sa cosa succede quando c’è troppo di qualcosa: (si) precipita.

Per questo coltivare qualcosa non solo, se ti va bene, può permetterti di cogliere i frutti di quel qualcosa (a meno che coltivi oleandri. Bianchi), ma può anche aiutarti col resto.

Nutrire le tue passioni significa non dar troppo da mangiare ai tuoi mostri interiori, tagliare i viveri a tante ansie, non lasciare che l’aspetto più triste e gretto del quotidiano divori tutto.

Il tuo compito per te

Un quaderno. Ti serve un quaderno. Tutti abbiamo bisogno di un numero imprecisato di quaderni per sopravvivere, lo sai. Uno ti serve adesso. Non si è mai troppo vecchi per “tornare a scuola”. Per questo ti serve un quaderno. Anche se le materie saranno diverse, anche se gli argomenti li sceglierai tu. Basta che scopri una cosa nuova al giorno. Di te, della scrittura, degli esseri umani, del mondo.

Il mio compito per te

Sai quel momento in cui senti che hai trattenuto per troppo tempo il fiato e credi che non riusciresti a trattenerlo un secondo di più e invece alla fine lo trattieni ancora fin quando non decidi che sì, potresti anche sopravvivere così, ma non vuoi vivere così? Ecco. Ho pensato anche a questo quando ho scelto il nome per la terapia October Chest. Ci ho messo tre materie e ho programmato trenta giorni insieme. Ci saranno storie che diventeranno persone, parole vivisezionate, frasi mescolate fino a scatenere impensabili reazioni. Un mese a base di “biologia dell’inchiostro” e “scrittura nel midollo” con il “lampadiario” che fa luce su un’area riservata del blog.

Malattia di Kawasaki e Murakami

Voi, legati lì come siete, non potete andare da nessuna parte. Non potete andare avanti, né tornare indietro (1Q84, Murakami)

Ci sono cose che ti tengono legato in senso negativo. Sono come zavorre, pesi, sacchi di sabbia che ti impediscono di spiccare il volo, ossa riempite a tradimento, sassolini nelle scarpe di cui abbiamo sbagliato a valutare il peso, colla sotto zoccoli che non portano per nulla fortuna, forze di gravità di pianeti su cui ci siamo trasferiti senza vagliare bene ogni ipotesi. Sono cose che si spacciano per case ma in realtà no, non sono posti in cui vogliamo realmente stare, non hanno nulla che ci faccia desiderare di restare.

Ci sono cose che ti tengono legato in senso positivo. Sono come il filo rosso delle fate, quello che si dice sia stato attaccato al tuo mignolo e a quello della tua anima gemella dal destino. Solo che forse, questo filo rosso, non ti lega solo a una persona. Ma a più persone. E forse non ti lega solo alle persone, ma anche alle cose. Immagina di scoprire di avere tra le dita un filo. Senza neanche aver bisogno di cambiare il tuo nome in Arianna. Un filo rosso, come gli occhi nelle vecchie foto e il sangue e il pomodoro, un filo rosso che traccia il tuo percorso, che si annoda alle cose che, in qualche modo, diventano parte di te, che si arriccia dentro le musicassette come le mine delle matite, che si perde tra le pagine di un libro, che cuce l’orlo agli strappi da bruciature di sigaretta delle pellicole che guardi, e che ti arrossano gli occhi.

Il tuo compito per te

Tessi il tuo filo rosso. Appunta le cose belle in cui ti imbatti, le ninna nanne che non uccidono (ciao Palahniuk) o che se uccidono uccidono solo quello che avresti comunque voluto anestetizzare, i libri che ti rimestano dentro come il coltello di Kafka, i film che già prima del finale hanno “finito” te. Appunta le cose che fai, perché a volte non sei tu che fai le cose, sono le cose che fanno te.

Il mio compito per te

Se ti andrà, a ottobre, questo filo potremo tesserlo insieme. String-i-Mi è la terapia nata proprio a questo scopo. Ci sono le Librille e le Noteste e le Birobolle e le Pellicollier. Cosa sono? Recensioni non convenzionali, consigli purificati dalla nostalgia, prescrizioni oculate di libri e musiche e film dedicate a chi non ha paura del Minotauro e sa che l’unico modo per raggiungere il sole senza farsi bruciare le ali è fare amicizia con il labirinto che ognuno ha dentro di sé.

Perché hai bisogno dei “bilanci di salute”

I bilanci di salute sono un po’ come gli anniversari. Il bello delle ricorrenze, del resto, è anche questo: loro esistono già ancora prima di esistere per te, sono come appuntamenti a cui, nel momento stesso in cui li prendi, senti di non voler mancare. E loro iniziano a esistere da quel momento. Aspettano solo te. E tu ci devi arrivare.

I bilanci di salute sono “visite programmate”. Non serve un motivo particolare per farle, non hanno bisogno di chissà quale motivazione speciale. Non devi stare per forza male, anzi. Si spera che tu stia benone e che questo appuntamento periodico non faccia che confermare la tua salute.

I bilanci di salute sono un momento ben codificato, ma non solo, sono anche un’occasione. L’occasione di andare più a fondo. L’occasione di concentrarsi sul paziente a tutto tondo.

Quand’è stata l’ultima volta che ti sei fatto visitare così accuratamente, come se chi ti visita fosse un esploratore e tu fossi tutto il suo mondo?

Magari è questo che, a un certo punto, nei tuoi progetti va storto.

Stai scrivendo e non fai altro che concentrarti sull’adesso.

Limi una parola, ti fai male a un dito, sanguini sull’angolo della pagina, prendi un cerotto, la parola resta monca e l’incantesimo è rotto.

Così non va.

Il tuo compito per te

Vivisezionati. Fa male? Sì. Ma fa più male non farlo mai e continuare a guardare le radiografie degli altri avendo paura di guardare perfino solo sotto i propri vestiti. Qui, lo sai, si cura la scrittura finché non è abbastanza sicura da andarsene in giro per il mondo con le sue gambe e le iniezioni di porporina fanno crescere lo scheletro degli scrittori grande e forte. Trova la radice del tuo male e poi scava abbastanza da scoprire cosa non lo rende la tua malattia definitiva, cosa ti fa starnutire parole, sì, ma non ti rende in grado di sanguinare abbastanza da scrivere tutto quello che vorresti, come vorresti, quando vorresti e farlo leggere a tutte le persone che vuoi.

Il mio compito per te

Ogni volta che non riesco a rispondere a un’email approfonditamente come vorrei non dico che unaa fatina proprio muore… Ma sicuramente le viene uno svarione. E non importa quanto chi c’è dall’altra parte sia comunque soddisfatto: io so che avrei potuto fare ancora di più. Per questo ho partorito Scribiatra (ma senza tutta la parte del dolore e l’epidurale sì-no e la placenta e gli screening neonatali. Siamo passati direttamente ai bilanci di salute dei pediatri). Se tu ti metti in quarantena e possiamo fare insieme tutto quello che si fa e ci si lascia fare quando si è innamorati (della scrittura) allora forse, finalmente, il tuo libro può vedere la luce o se già la luce l’ha vista può guadagnare qualche migliaio di riflettori in più.  Non guarire mai dal tuo sogno, al massimo fai diventare il tuo sogno la tua cura.

Tourbillon

Oggi mi sono innamorata di questa parola. Nel dirla (male, perché il francese lo dovrei proprio studiare) mi sembra di vederla… Significare.

C’è il turbinio, ci sono le idee, ci sono gli eventi, ci sono le parole che ti entrano in testa come proiettili, ci sono le cose che pensi e le cose che leggi.

Fermati.

Mangia una caramella.

Respira.

Spalanca gli occhi.

Lanciati nel turbinio con una nuova consapevolezza.

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2 pensieri su ““Hai un cervello in ottime condizioni, tanto vale usarlo”

  1. Lo so che sono diventata il tuo compito. Magari uno dei tanti, però sono lì tra post it e appunti scritti sulla mano, perché sei in giro e non hai trovato uno straccio di foglietto si cui annotare. Sono una lettera sgualcita che hai trovato dentro una pozzanghera e adesso stai tentando di decifrare. Sono lo scarabocchio scritto su un muro col pezzetto di mattone che un bambino ha trovato in terra. Un fumetto tridimensionale che ogni tanto ti parla, poi torna ad appiattirsi nel silenzio disegnato a carboncino.
    Ma tu sei una tenace e paziente. E hai già capito che i fiori mi piacciono se non vengono recisi.

  2. Ho accanto a me il terzo libro di 1Q84. Mi ci immergo ogni sera prima di dormire. Murakami mi fa bene.
    E tu (ma lo sai) parli a una parte troppo sopita di me. Una parte che quanto ti legge comincia a scalpitare e fare il diavolo a quattro. La sento. Sorrido. Ma troppo spesso la ricaccio nel suo stanzino. È accogliente, ben arredato. Ma è chiuso. Forse la paura che scalpiti via senza controllo? Però è così piacevole quando scalpita. Mi innonda le labbra di porporina. Sì, forse ha anche le ali. Forse, troppo rattrappite per volare al momento. Quindi, quando ti leggo, è come se si allenasse a volare. Perché lei spera che un giorno io la lasci andare. E io spero di farlo.

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