Chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare

chiosco, estate, paesaggi, momenti, abbandonato

Bevo perché dentro sono arido.

Per uccidere questa cosa che ho dentro e che non vuole mai il bene,

vuole continuamente il meglio.

 

Ci siamo mescolati così a fondo, entrati così dentro,

che andando via ci siamo staccati a stento.

 

Non sei una prigione, al massimo sei la ragione

per cui uno sarebbe pronto ad andarci, in prigione

ma a volte le Madonne sbagliano croce

e le parole non portano indietro le persone,

al massimo le spingono più lontano

così lontano che

ti ripassano davanti perché il mondo, in fondo, un po’ cerchio è.

 

Vorrei che gli occhi chiudendosi facessero più rumore,

sembrerebbe una più degna conclusione,

nella mia scuola elementare c’era un muretto

i tuoi occhi hanno quello stesso colore.

 

Scendiamo le scale.

Sono bagnate.

Per fortuna andiamo piano.

Per fortuna?

Sì, ci siamo.

Ci stiamo.

Ci stiamo allontanando.

Ma (camminiamo) piano.

Per questo non te ne accorgi.

E non lo ammettiamo.

Vuoi rosicchiare il tappo di una biro con me?

Tieni.

Ci potremmo rovinare contro i denti se non fossero così forti e belli.

Potremmo opporci a quest’aria di nuovi inizi se solo non fossimo così geneticamente incapaci di slacciarci dal costante cambiamento che ci taglia il DNA e ce lo ricuce e che mette una pezza sui nostri errori e che fa tutto questo senza sosta, come se morire un po’, continuamente, non fosse poi così importante, come se ci si potesse continuamente riciclare e non sentirne il male.

Abbiamo fatto questa cosa estremamente compromettente che è mescolarsi a se stessi per un mese intero scrivendoci bigliettini ogni mattina e ora questa cosa che abbiamo chiamato #LettereMagenta sta finendo ma non stanno finendo gli effetti ed è un tale casino tutto quello che c’è dentro, ma un casino coi baci.

In un’altra vita avremmo scritto una frase sulle persone con una foto giallo limone e avremmo sciorinato mesi come caramelle abbandonate a scadere dentro borse in cui perdi le chiavi e pensi che forse, quasi quasi, se le perdi è perché non vorresti salire in macchina e andare via.

In questa vita pensiamo a settembre come un nome nuovo da dare al nostro amore/orrore, 30 giorni nuovi di zecca per prepararci a ottobre, con la sua aria da strega, il crepitio delle foglie che fanno il contrario di quello che fa il fuoco (vengono giù), con la sua zucca.

In questa vita apriamo un post su un blog senza spiegare, senza forzarci per catturare, senza cercare di attirare l’attenzione come se fossero capelli, le persone, e a volte servisse at-tirarli a sé per arrivare al “cuore della questione”.

In questa vita spacciamo caramelle all’atropina e lasciamo che gli estranei se le prendano da soli dalle tasche e si specchino le labbra nelle nostre pupille dilatate e raccolgano gli incubi dei loro pesci dalle nostre retine smagliate.

In questa vita mettiamo in cima frasi che sembrano sconnesse come treni che sono stufi di dover andare per forza da qualche parte e vogliono solo essere treni ed essere amati perché sono treni anche se se ne stanno fermi e hanno dentro la ruggine dei rasoi arcobaleno lasciati sotto la doccia col vetro imperlato di canzoni di pioggia.

In questa vita prepariamo chi ci legge alle sorprese che arriveranno semplicemente… Non preparandolo. Perché la verità è che non siamo mai pronti e possiamo raccontarcela e possiamo pure crederci (crediamo a un mucchio di cose incredibili) ma in realtà speriamo sempre un po’ di essere colti impreparati perché essere colti impreparati significa essere sorpresi.

Siamo morti quando smettiamo di meravigliarci.

Io sto scrivendo una lista di cose da cui vorrei essere presto stupita.

E tu?

 

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