Il metodo Conor per cambiare il (tuo) mondo

conor2

A questo punto della discussione ci starebbe bene una storiella che racconto spesso.

Quale?

Quella della scimmia e dello scorpione. Sai, sul fiume, lo scorpione deve attraversare..

Ma non erano uno scorpione e una  rana?

Secondo alcuni una tartaruga. Ma nella mia versione è una scimmia, ok?

Se me la racconti tu puoi metterci al posto della rana anche un airone.

Ecco, allora…

Qualcuno (più di qualcuno, in effetti. Un po’ come se fossero un gruppo di un’escursione organizzata) è arrivato qui cercando “sentirsi pietrificati”.

A me è sempre piaciuto il personaggio di Medusa.

La terra è bella e fa male e fa sbucciare le ginocchia, ma forse alle ginocchia andava di essere sbucciate, almeno in quel caso lì.

A volte per far sbocciare qualcosa bisogna impegnarsi un po’ e magari metterci pure una tenaglia se il carillon si è inceppato e non vuole saperne di aprirsi.

Però se cadi e ti fai male, magari tanto, e la ferita non respira, tutto in te si sente soffocare, e hai beccato il Clostridium Tetani, non potevi beccare quel numero ritardatario (si dirà così?) nel Lotto? C’è quella tossina che ti cammina dentro e tu, pietrificato, ci resti davvero. Per parecchio.

Non posso andare avanti. Ma non posso neanche andare indietro. Posso girarmi intorno. Ma farebbe un po’ troppo Esorcista, restando immobile qui.

Il verbo “conor” è un verbo che è come un motore un po’ usurato ma che già che ti hanno regalato la macchina da restaurare (lo so che questa cosa fa molto serie tv puberale) è sempre meglio di niente.

Si tratta di un verbo latino di quelli di cui noi abbiamo preso una cosa e l’abbiamo fatta diventare una cosa che sembra solo una cosa brutta.

Conati.

Lo facciamo continuamente con le cose, sai?

Fortunatamente, qualche volta, facciamo anche il contrario.

Il verbo “conor” ha in sé il tentativo, la prova di chi si mette alla prova, la tentazione di chi cede alla voglia di sperimentare e a volte si sente un po’ un esperimento di se stesso.

Quindi oggi mettiamo insieme il sentirsi bloccati

(in un tunnel, soffocare ma senza sacchetto e senza speranza di tornare a respirare, sentirsi oppressi, sentirsi fermi, immobili, di pietra, ma che pietra? Cribbio, che importa, pietra. Ma sì che importa, c’è pietra e pietra.)

con la voglia di dare un potere nuovo a una parola.

(E ci aggiungiamo pure un po’ di saggezza popolare che dice che “ogni impedimento è giuramento” e a me ‘sto post si è cancellato, prima, sotto le dita, come biscotti troppo secchi, come patatine cotte male, sarà che era giusto lo riscrivessi? Sarai tu a dirlo).

Cosa viene se metti insieme il bisogno assoluto di tirarsene fuori in qualche modo e la voglia di emergere di una frase a caso, una frase che è solo un’altra frase in mezzo alla miriade di frasi (almeno finché tu la guardi e allora diventa speciale. Almeno per te)?

Sbuca fuori il metodo Conor, l’unico modo che garantisce che ti farà abbastanza male (o dovevo dire bene a questo punto?) da farti saltare in piedi (e quindi almeno tirare su la testa dal poetico annaspare).

DimmiCosaDevoFareEuda’

Pensa forte forte a ciò che ti fa sentire bloccato. Focalizza la situazione in cui ti senti impatanato.

Prendi un libro (o un testo in generale) a caso.

Leggi, a caso (?) una frase.

Scommettiamo che avrà qualcosa da dirti in merito alla tua situazione?

(E se mi racconti del pantano e della frase che ti sei trovato a leggere per caso mi sa che ti trovo centordici interpretazioni, così, lo dico a naso)

E poi, da quella frase, potresti tirare fuori la parola chiave con cui candidarti al prestigioso ruolo di Satrapo e potresti usarla come grido di battaglia per partecipare ai progetti porporinati disponibili  attenzione, però, scadono in fretta!) nel regno di Calamo.




 

 

 

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11 pensieri su “Il metodo Conor per cambiare il (tuo) mondo

  1. Premetto che al ‘pietrificato’ ho sussultato. Venivo da una conversazione che vagava dalle cariatidi alle mummie del museo egizio.
    Ma vengo alla domanda. E ci arrivò in punta di piedi, circospetta (sai quando ti guardi intorno e fai i passi piccoli piccoli). Perché non mi viene in mente nessun pantano da cui liberarmi in questo momento. Bene! Mi verrebbe da dire. Ma visto che non mi accontento della prima risposta (o non risposta) l’assenza mi fa pensare. L’unico pantano che mi è balzato alla punta del naso è l’umidità che mi ha fatto uscire di corsa (si fa per dire) per comprare un paio di pantaloni più leggeri… E a proposito di pietrificazioni, mi viene in mente un ghiacciaio su cui vorrei spalmarmi. Ma il ghiaccio è pericoloso, infido. Ti illude di benessere e ti trascina con sè pietrificandoti. E allora il libro. Un modo per respirare.
    Ho preso un libro. Non è mio ma è quello che avevo più vicino e che consentiva il minor dispendio di energia. E (vi) leggo: “I limiti esatti di questa difesa devono ancora essere verificati e i suoi confini attendono di essere stabiliti. Quasi inevitabilmente, si tenterà di estenderne la portata oltre i limiti legittimi. D’altro canto, fiorirà un costruttivo dibattito multidisciplinare.”
    Quindi Estendiamo!

    1. Lo abbiamo notato in questi giorni con altri Calamisti di lungo corso: una connessione c’è, esiste.
      Per questo tu parli di cariatidi e tadadaaam ti ritrovi qua un bel “pietrificato”.
      Mi piace molto sapere che non ti senti in un pantano.
      Ma mi piace ancor di più sapere che non ti accontenti della prima risposta.
      Perché tu ci piaci così: sempre pronta a far uscire dalle loro gabbie tutte le identità.
      (Parlare di ghiacciai mi fa pensare a tante scene da film, sai?)
      Sì, “estendiamo”!
      Allora la usiamo come parola chiave per la tua candidatura a Satrapo?

      1. E ovviamente la prima risposta non era quella giusta. C’è un bel pantano in cui sguazzo, anche bello grande. Non riesco più a scrivere. Stavolta sono le Muse ad essere ingabbiate e non riesco a farle uscire. Quindi mi rileggerò la mia frase come un mantra per vedere se sblocca qualcosa.
        Satrapo? Non credo di esserne in grado 🙂

  2. Avevo trovato una frase, clikko su “commento all’articolo” e puff… Errore! Tutto da rifare!

    La nuova frase per il mio pantano è:
    “Ma chi può volere la morte? Con tutto quello che stava succedendo io continuavo a pensarci in un angolo della mente. Lo dissi a Dean, che riconobbe subito quella sensazione come pure e semplice desiderio di morte; e dato che nessuno di noi può pensare di tornare in vita, lui, giustamente, non voleva averci niente a che fare, e io su questo ero perfettamente d’accordo.”

    Questa frase numero 2 in risposta (?) al mio blocco artistico (così ha un velo di magia) nei confronti di una tesi che si fatica ad avviare è proprio indicata anche se non riesco, ora, trovarle un posticino dove metterla. Sarà la morte o il desiderio della stessa? Oppure l’essere d’accordo con Dean?

    1. Questo post, ormai l’ho capito, ha questa caratteristica peculiare: non solo si cancella da solo ma cancella anche le cose altrui, a quanto pare!

      Forse la risposta è “un sillogismo: gli altri muoiono, ma io non sono un altro, quindi non morirò”
      (Quindi ci sono tanti microscopici Marco che continuamente muoiono e lo fanno con quelle idee che nellaa tesi non ingranano, con quel pulviscolo che resta intrappolato tra le parole che non vogliono partire, ci sono tanti piccolissimi Marco che si perdono nello sfrigolio dei freni e fanno sentire Marco un po’… Frenato. Ma, ehi, anche i cheratinociti muoiono in continuazione. E non ce ne crucciamo. Perché continuiamo a produrne. Stai solo preparando la nascita della giusta generazione di micro-Marco: parviMarchi in grado di portare a termine ciò che c’è da portare a termine e, per giunta, nel migliore dei modi!)

      P.S. cerca però di non estendere ‘sto blocco artistico alla scelta del nome di #Scrittura 28, nuova edizione!

  3. Oh, c’hai ragione sai? Poi è un po’ che sono tipo impantanato con delle cose.

    Impantanato… vabbè… diciamo che devo riuscire a far quadrare delle situazioni tra lavoro e privato che al momento non è che vogliano troppo dirsi la verità nemmeno tra loro… figuriamoci se riesco a metter pace facilmente alle cose.

    In tutto questo però sei capitata proprio al momento giusto, e ieri sera mentre leggevo e pensavo al libro da aprire (per cercare lo ammetto che non ero manco troppo sicuro che fosse il tomo esatto) ho avuto l’illuminazione e quindi ecco la frase:

    “Guardandolo si era portati a riassumere la sua vita nella parola lotta, nella certezza istintiva che egli aveva soprattutto lottato e sofferto”.

    L’ho letto che andavo alle medie. Regalo di uno zio che ha sempre adorato scrivere racconti e poesie e che tutt’oggi ogni tanto, mi suggerisce cose da andare a sbirciare per farmi (come dice lui) una cultura all’altezza dei sogni che devo avere anche io (80 anni, e usa un PC con Linux 0.0).

    In realtà quindi, il mio blocco ad oggi è dato dal tempo. Dal tempo che non riesco ad ottimizzare per fare tutto, tagliando fuori cose che probabilmente ne rubano fin troppo e che non ne meritano così tanto. Tempo che vorrei a volte fosse infinito perché cavolo, spiccio una cosa e me ne trovo davanti due. Poi insomma, la pigrizia è quella quindi sono già incasinato di mio e la parte nerd pretende di fare sempre le cose a modo. Sto messo bene eh?!

    Fortuna che tra Porpocosi e Magentificazione non è mai tutto così complicato! ❤

    1. A “oh, c’hai ragione sai?” io, spesso, non parlo e faccio quel sorriso a metà tra “maddai” e “maddai” (con due accezioni, ça va sans dire)
      Le parti in cui le cose sono difficili non sono necessariamente le mie preferite ma sono quelle che mi sono più familiari.
      E meno male che capito nel momento giusto, vero?
      Mi sa che anche tu sei nel momento giusto, mio carissimo Pensatore del Magico Distretto dei Porpocosi (ah, Calamisti, questa cosa dei porpocosi è una cosa bellissima che presto vi spiegherò, quindi tenete le antennine alzate).
      Perché questa frase… Direi che è proprio Magenta.

      1. Il Distretto dei Porpocosi comincia a delinearsi cara e c’è un piano urbanistico in espansione! Non ho la pianta precisa del Regno ma sappi che faremo confusione! 😀

  4. Anche a me piace Medusa. Mi piace anche sapere come guardarla senza rimanere pietrificata. E mi piace il verbo “conor” e, perché no, anche i conati. I conati, che nonostante non siano da signorina a modo, sono il modo che il nostro corpo ha per dirci che c’è qualcosa che non va. Che dev’essere buttato fuori, che necessita di sforzo per diventare quello che è soltanto in potenza. E poi Conor è così umile che ha preso forma passiva pur indicando una signora attività. Quindi, non posso che volergli bene.

    Impantanato mi fa venire in mente il povero Artax nelle Paludi della Tristezza. Quante lacrime per Artax, e quanta rabbia per la sua resa. Non so se sono impantanata, senza dubbio sto vivendo situazioni complicate, ma mi piacciono le sfide e adesso sono abbastanza sicura di me per affrontarle. Quindi, care sabbie mobili, state attente a non diventare calcestruzzo per le case che costruirò ai tre piccoli porcellini.

    Ecco uno dei miei giochi preferiti, leggere a caso:
    «Aveva il sospetto che, con dieci anni di ritardo, stesse scoprendo chi era; e la persona che vedeva era allo stesso tempo più simile e più diversa rispetto a quella che aveva immaginato. Sentiva che finalmente cominciava a essere un insegnante, ovvero un uomo che semplicemente dice quel che sa, traendo dalla sua professione una dignità che ha poco a che fare con la follia, o la debolezza, o l’inadeguatezza dei suoi comportamenti privati. Era una consapevolezza che non poteva esprimere ma che, una volta acquistata, faceva di lui un uomo diverso al punto che nessuno poteva più evitare di accorgersene».

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