Lettera aperta ai mutanti

jen

Caro Mutante,

(o forse sei un mutato. Io l’ho imparata oggi la differenza. L’ho letta su Wikipedia. Dici che mi posso fidare? Wiki dice che un mutante è qualcuno che è già nato con il potere, o la condanna, o unpo’eunpo’. Quindi ha da sempre questa capacità anche se il più delle volte questa capacità non viene scoperta subito, passano degli anni. Un mutato, invece, è qualcuno che l’abilità di mutare l’acquisisce. Ma se tanto il potere lo scopri dopo anni, esattamente, come fai a sapere se sei un mutato o un mutante? Non possiamo neanche risponderci “sei un mutato se è intervenuto qualche particolare fattore esterno”. Perché  i fattori esterni intervengono continuamente. Non puoi tracciare una precisa linea di demarcazione e lasciare fuori i fattori esterni, perché non c’è pelle che ti possa proteggere del tutto da essi, neanche se sei un mutante o un mutato e hai la pelle di metallo e alabastro)

ho qualcosa da dirti.

potresti come non potresti sentire qualcosa pizzicare sotto la pelle tra lo sterno e il cuore. Non è dolore, neanche un vero fastidio a ben pensarci. Si tratta più di una cosa che è una cosa, che si muove, a tratti, che fa sentire la sua presenza, sempre. A volte fuori c’è così tanto rumore che per un po’ ti sembra quasi di non riuscire più a toccarla. Perché il suono vibra e inebria anche il tatto, confonde le dita, scompagina le impronte digitali.

Questa cosa non ha un nome. Almeno finché non glielo dai.

Daglielo.

Do

Mi sembra di essere su un palco e che tutti continuino a recitare sempre la stessa parte e che anch’io stia recitando sempre la stessa parte solo che questo sipario non scende mai su di noi come le palpebre sugli occhi e non ci libera mai da questo vuoto di senso, da questo deserto, le luci non si spengono, la retina non trattiene più niente, i capelli dentro i ristoranti chiusi, i pesci che boccheggiano dentro memorie di acquari, lo sporco dei piatti delle vendette che non abbiamo consumato.

Re

Mi sento come se la pelle non fosse più pelle mia ma pelle, in generale, e di tanto in tanto scivolasse via come fanno certe volte le piume e le scaglie di serpente. A volte fa un po’ male perché lasciarla andare può voler dire anche abbandonare quello da cui ci siamo lasciati contaminare a tal punto da non capire più se lo abbiamo voluto o se è solo capitato. Ma bisogna pur avere il coraggio di cambiare. Che poi non sempre è coraggiocoraggio, a volte è paurapaura di ridursi a non essere più capaci di farlo.

Mi

Mi pare che ci sia qualcosa di più da conquistare. Un orizzonte più ampio a cui mirare. Astronavi più solide da costruire e con cui partire e poi tornare o non tornare ma andare e basta, andare e lasciare che qui il tempo passi in modo diverso, che le cose che comunque sarebbero passate passino, che le cose per cui il tempo non conta restino. Sento che non può essere tutto solo questo o almeno non questo questo. Ci deve essere per me un altro questo che ha un sapore diverso, che sa di menta e liquirizia e consenso-assenzio.

Il resto della sinfonia è tutto in mano tua.

Caro Mutante/Mutato, forse è tuo qualcuno di questi riquadri di parole rotolate fin qua come biglie di vetro di un gioco. Forse ti appartiene. O forse tu sei rinchiuso in un altro quadrato, in un’altra espressione. O forse ci sei già stato e poi te ne sai andato come si va via dalle feste in cui non ci si diverte più. Sarà che sei un mutante, che sa che l’unico modo per non stare per troppo tempo troppo male è continuamente mutare. Perché le cose mutano, a prescindere dal fatto che tu lo voglia o no. E anche le cose dentro te (che abitano dentro te, è vero, ma non sono completamente tue, non ti appartengono) cambiano. Allora tu devi mutarti. Perché è vero che “non è amore amor che muta al mutar dei mutamenti” e tu non ti ameresti abbastanza se non fossi sempre pronto a dare un senso alla direzione che ti indicano nuovi e-venti.

Ora, vorrei facessi cinque cose possibili prima di cena.

  1. Trova una parola magica per oggi. C’è sicuramente una parola che in questi giorni o in questi anni o in questi ultimi 10 secondi ha significato per te qualcosa. Trovala. Trova la tua chiave di volta. Una parola. Un numero libero di lettere. Una parola che per te significhi qualcosa.
  2. Scrivi qualcosa a qualcuno. Tutti abbiamo non scritto qualcosa a qualcuno, un giorno. Se esistesse un mondo in cui vanno a finire le lettere mai scritte sarebbe un mondo pieno di mondi, così pieno che bisognerebbe scrivere una lettera per chiedere più spazio. Scrivi qualcosa a qualcuno, qualcosa che non hai mai scritto. Puoi anche non farglielo leggere mai, se preferisci. Ma scrivilo.
  3. Leggi una pagina in un’altra lingua. Magari una lingua che non conosci così bene. Bastano poche righe. Ascolta cosa diventano le parole nella tua testa. Puoi anche cercare la traduzione, certo. Ma per qualche attimo diventa altro da te prendendo in prestito parole che probabilmente non scriverai mai. Anche se mai dire mai.
  4. Esprimi un desiderio. Ma che sia solo uno. Pensa a cosa, potendo scegliere una sola cosa, farebbe davvero la differenza nel tuo feliciometro. Una sola cosa. Non serve neanche chiudere gli occhi. Ché chiudere gli occhi è semplice, sanno farlo quasi tutti. Serve esprimerlo con intenzione e volerlo.
  5. Dai un’occhiata alle ultime novità di Calamo (perché se poi Qualcuno viene a dirmi che non lo sapeva e che è tristissimo io mi dispiaccio e non mi sembra il caso di farmi dispiacere. Perché poi chi si dispiace spesso piange e io ho un mascara da difendere). In due parole è nata una litbox, che non è altro che una scatola virtuale in cui troverai infilate diverse cose spargitrici di porporina: la prenotazione per il primo Calamarty, ossia la festa che organizzeremo tutti insieme, una consulenza/possibilitàdiparlarmidiciòchetipare personalizzata che tu potresti pure dire “ma-chi-ci-vuole-parlare-con-te” e non avresti tutti i torti ma già se mi dicessi così staresti comunque parlando con me, il quadernetto di pixel del disappunto in cui invece di metterci a fare quelle cose costruttive come mostrare gratitudine tireremo fuori tutto ciò che ci fa andare tutto di traverso, così da poi poter splendere meglio, la possibilità di scoprire i segreti del #Bookaniere, il mio primo libro in fieri, un racconto inedito ché di solito quando scrivo le cose un po’ spalancate gli occhi, un po’ mi fate commenti che definire costruttivi è un eufemismo, un po’ mi chiedere sempre “ancora” e allora… una lettera scritta a mano solo per te da me, stessa, medesima, proprio me.  Tutto questo voi avete deciso di offrirlo a sole 42 persone al prezzo di 91 euro. Purtroppo (ma si può dire purtroppo di una cosa così? Forse dipende dai punti di vista) le scatolette magenta con tutte le cose per Calamisti doc adesso non sono più 42: ne sono già state prenotate una decina. In ogni caso c’è tempo per prendersi la propria scatola-degli-incubi di Pahlaniukkiana memoria fino al 31 giugno. A meno che le scorte finiscano prima, certo.

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2 pensieri su “Lettera aperta ai mutanti

  1. La parola magica che mi è venuta in mente è “artificio” e la regalo a te, cara artificiera della parola. È ricoperta di lustrini per non passare inosservata, scoppia quando meno te lo aspetti, procurando un lieve spavento negli astanti.

    Sto scrivendo a te e no, non lo tengo per me quello che scrivo a te. E no, non l’ho mai scritto a nessuno quello che sto scrivendo a te, per il semplice fatto che le parole che sto scrivendo ora sgorgano dalle tue. Una reazione chimica. Un’ampolla che fuma.

    Stavolta, proprio per non darti un dispiacere —poi, perché proprio a te che alteri i miei processi cognitivi mutandoli in qualcosa in costante cambiamento?—, ho letto e scritto nel regno del Calamo. Per non perdere il filo. Per non smarrirmi e dover chiedere indicazioni al gatto del Cheshire.

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