Fisiologia di un sogno

fisiologia di un sogno

A un certo punto succede: capisci che certe cose non “succedono”. Devi farle succedere tu. 

 

3 spunti rubati alla medicina, 3*8=24 ore di tempo rubate alla vita per decidere di esseri artefici-artificieri di una vita nuova (che, in effetti, fa molto dantesca memoria). (Tra un giorno esatto il form alla fine del post si disattiverà. Scegli adesso se salire a bordo di una nuova sorprendente-a-sorpresa avventura. Calamo e gli irriducibili piccoli grandi mostri di porporina sono pronti a partire. A te va?)

La lezione del GABA

Il GABA è un neurotrasmettitore che ha dei recettori con tanti siti che si legano a sostanze diverse. Pensa a una giostra. La vedi? Ci sono le luci che ruotano vorticosamente, c’è l’odore irresistibile e nauseante dello zucchero a velo, c’è il sapore dell’adrenalina che si infila sotto le unghie di chi si aggrappa alla vita. Pensa a una giostra e pensa a tutti i bottoni colorati che si possono premere per azionare le diverse attrazioni. Sono un po’ così i recettori. Per questo si possono imparare un sacco di cose dai recettori. Il GABA, poi, ha due siti in particolare che regolano quei canali che fanno passare il cloro in due modi diversi. Ebbene sì, due modi diversi per fare la stessa cosa. A volte non ci fermiamo a riflettere su quanti diversi modi esistono per arrivare allo stesso punto. A volte non ci fermiamo a pensare che forse non stiamo sbagliando meta ma solo modo di arrivarci. A volte non ci fermiamo a ragionare su come forse non esiste un metodo esatto in assoluto: esistono mezzi che sei più in grado di adoperare e mezzi che sono più adatti a altri come siti di legame. Il GABA ci insegna che per potenziare un’azione o aumenti la frequenza o aumenti la durata.

Fallo più spesso

Ti piace fare qualcosa? Sei bravo in quel qualcosa? Vuoi far crescere dentro te e fuori di te e tutto intorno, come un rampicante famelico, questo qualcosa? Vuoi qualcosa? Fallo. Semplicemente. Fai quel qualcosa, ma fallo davvero. Invece di continuare a lambiccarti il cervello su quanto farlo sarebbe bello (se solo *segue elenco di condizioni che con tutta probabilità si verificheranno quando io smetterò di soffrire il freddo. (Cioè mai, la risposta è mai)) fai quello che vuoi fare. E fallo adesso. Le benzodiazepine fanno una cosa intelligente per far entrare più cloro: le porte del canale restano aperte sempre per lo stesso tempo (quindi è uguale la durata dell’esercizio, è uguale il quanto di impegno) ma le aprono più spesso. Tu vuoi far crescere quella strana piantina che hai dentro (che tutti ti chiedono cos’è ma tu a volte dici la verità, cioè che anche tu stai ancora cercando di capirlo, aspetti spunti il primo fiore per capirlo meglio). Vuoi farla crescere, vero? Allora devi annaffiarla più spesso.

Fallo più a lungo

Oppure ogni volta che la annaffi annaffiala più a lungo. Se hai una cosa incastrata tra gli occhi e le orecchie, proprio là, in quel centimetro quadrato che sa di oblio e possibilità, allora a questo qualcosa devi dare un’opportunità. Non ti va di chiamarlo sogno perché i sogni non sempre si realizzano e desiderio perché, insomma, lo sai quant’è difficile vedere le stelle cadenti in città?  Non ti va neanche troppo di chiamarlo progetto perché un progetto è una cosa che ti immagini con su un vestito in gessato mentre passeggia per la vita come un Marcovaldo qualsiasi. Non ti va di chiamarlo, insomma. Ma ti va di farlo? Perché se qualcosa la fai ma non ti va di farla è come bere del caffè in tazza grande: puoi allungarlo quanto vuoi, puoi provare pure a correggerlo ma resta sempre caffè. E puoi farci poco se non ti piace il caffè (ma davvero non ti piace il caffè?). Se invece quel caffè è esattamente ciò che vorresti bere più o meno per tutta la 25esima ora (bello il monologo) allora forseforse vale la pena di provare la tecnica dei barbiturici: potenzia la tua azione facendo durare più a lungo “l’apertura del canale”. Cioè lasciando fluire più a lungo l’energia che riempie fino a farlo traboccare il tuo nonsognononprogetto. Dandoti l’occasione di dedicarti a ciò in cui credi di volta in voltà un po’ di più. Finché ciò che ami potrà prendersi tutto il tempo e tu glielo lascerai fare, con tutte le tue ore felicemente vittime della sindrome di Stoccolma, pronte a lasciarsi tenere in ostaggio

La tecnica della digossina

Che cos’è la digossina in due parole? Un farmaco. (E qui possiamo infilarci la storia interessantissima di come dire “un farmaco” sia dire tutto e niente, ché un farmaco è cura e veleno, che un uomo non può vivere di sola acqua ma di sola acqua può morire e che forse questo vale un po’ per tutto, a ben pensarci. Perché ciò che può bastare a ucciderti può non bastare a tenerti in vita. Soprattutto se per te vivere non equivale solamente a sopravvivere). La digossina funziona in un modo interessante, sai? Praticamente a un certo punto la digossina arriva e sbarra le porte. Può sembrare una soluzione radicale. Ma ha un suo perché. E, cosa importante, è temporanea.

Quello che il bruco chiama fine del mondo…

Quante volte hai sbarrato le porte? A volte ti sono state chiuse in faccia non sai neanche da chi. Forse è stato il tempo (perso), forse è stato il vento (contrario). Forse sei stato tu che hai chiuso per paura di varcare la soglia. Forse hai pensato che ti stesse aspettando un portone ma forse quel portone non hai avuto il coraggio di cercarlo mai. Insomma, la digossina chiude le uscite e si accumula sodio dentro la cellula cardiaca e di accumula anche calcio perché a furia di esserci tanto sodio si attiva un mezzo di trasporto speciale, come la metropolitana (che, sarò impopolare, ma a me non dispiace) e si accumula anche il calcio. Che succede quindi? Succede che sì, la digossina ha chiuso le imposte e da fuori si potrebbe pensare che chi sta dentro si sia perso tante albe e tanti tramonti e tutte le cose che si perdono nelle clausure imposte. E invece. Invece a volte si chiudono le porte che portano fuori solo per ricaricarsi al meglio. A volte bisogna “chiudersi in se stessi” per acucmulare energie, per poter poi dare, una volta aperti, il meglio di sé.

…Il resto del mondo chiama farfalla

Perché la digossina ti dà l’idea per una tecnica in due fasi: prima quasi ti “ripieghi” su te stesso (ma lo fai come un foglietto, un foglietto scritto fitto che nasconde dentro di sé una magica combinazione) ma lo fai in vista di quando ti riaprirai al mondo. Perché sì, “chiudersi” ha senso solo se poi a un certo punto ti apri e dai un senso tutto nuovo a quel tuo chiuderti perché sei più forte, sei un cardiomiocita che si contrae con più energia, la tua azione è potente, va a segno, hai qualcosa in più da offrire a chi ti ha aspettato e ha aspettato fosse pronta sul mercato la versione migliore di te (pur amandole tutte, le versioni di te, ogni versione intermedia, tutto quello che di te esiste, c’è).

Il trucco (prezioso) del tubulo

Hai mai fatto il gioco del “maiepoimai”? (Se lo hai fatto non vedo come ciò sia possibile dato che vorrei averlo inventato io, adesso.) Non so a te ma a me è capitato spesso di pensare a concentrarmi su cose plausibili. Ricostruire con dovizia di particolari situazioni note cambiando di volta in volta piccoli particolari. Fino a renderle quasi noiose, più che familiari. Ma forse, a furia di riprodurre sempre sceneggiature simili, come un regista che è vittima di uno stereotipo come una coppietta appartata è vittima di un killer da parcheggi, ecco, forse continuando a propinare a se stessi la stessa solfa si diventa incapaci di ascoltarsi davvero.  (Piccola parentesi: se non ti sei mai chiesto esattamente da cosa derivi la parola “solfa” dovresti farlo. Ora. O non sono certa che io e te possiamo continuare a essere amici, eh). Quindi ecco che entra in gioco il gioco del “maiepoimai”.

Eliminare è la metà di vincere…

Il gioco del “maiepoimai” è un gioco in cui si elimina. Essì, eliminare può essere molto divertente. Nella prima parte del gioco bisogna scrivere tutto ciò che si vuole davvero eliminare. Tutto ciò che, al solo pensiero, fa pensare “non vorrei farlo maiepoimai” o, se per qualche ragione lo si è fatto, “non vorrei rifarlo maiepoimai” o, se per qualche motivo ci si ritrova continuamente a vivere questa cosa, “vorrei smettere di avere a che fare con questo mio maiepoimai e farlo tornare ciò che merita: appunto un maiepoimai”. La prima lista, quindi, è una lista piena di erbacce. C’è un passo molto bello di un libro che è uno di quei libri che ti cambia (o almeno con me lo ha fatto o forse no, perché una volta che cambi come fai a essere certo di essere cambiato? E per quella cosa specifica lì, per giunta. Forse saresti cambiato comunque, per esempio). Questo passo è proprio bello, quindi adesso fai un respiro profondo e vieni a leggerlo qui accanto a me:

Si immagini un giardino con cento specie di alberi, con mille specie di fiori, con cento specie di frutta e di erbe. Se il giardiniere di questo giardino non sa fare altra distinzione botanica che quella tra “mangereccio” e “zizzania”, non saprà che farsene dei nove decimi del giardino, strapperà i fiori più affascinanti, abbatterà gli alberi più nobili o almeno li odierà e li guarderà bieco.

Metti in questa prima lista tutto ciò che davvero reputi niente di meglio che zizzania. Ma sii pronto a passare al secondo passaggio (quasi “rito di”) del gioco del maiepoimai. Sii pronto a imparare il trucco del tubulo.

…Ma sapere cosa salvare è l’altra (fondamentale) metà

Hai riempito il foglio? Mi sembra di vederti: la mano che ancora non sa se spiccare il volo dalla carta, le parole che quasi fuggono agli angoli affilati, le scritte sbilenche o innaturalmente dritte, le sbavature, l’odore non della cellulosa, non dell’inchiostro, ma proprio delle cose che hai scritto. L’odore delle cose che scrivi, quell’odore che non importa su cosa scrivi, perché è l’odore unico, inimitabile, tuo, di ciò che scrivi. Con i polmoni ancora pieni di questo odore acre di ciò che vorresti potare è il momento di un altro tipo di “maiepoimai”. Se, continuando a parafrasare indegnamente Hesse, la tua vita fosse paragonabile a un giardino, quali sono quelle piante, quei fiori, quegli alberi da frutti, di cui proprio pensi “maiepoimai” potrebbero crescere nel giardino della mia vita? Per quale mirabile flora credi di essere un terreno inadeguato? Quali foglie sei convinto di non essere in grado di nutrire e curare e di vedere sbocciare e poi sbattere contro la finestra nei lunghi pomeriggi di pioggia e picchiare gocce di luce accecante per terra nelle mattine assolate? Questa è la tua seconda lista: le cose che sei convinto che “maiepoimai” potrai ottenere. Cose che sei così convinto che maiepoimai avrai che sono cose che hai smesso perfino di desiderare. Ecco che a questo punto il tubulo ha una lezione importante da dare: nella vita è importante saper eliminare, “rinunciare”, lasciare andare, capire quando è il caso di “mollare il colpo”, ma c’è un grosso ma. Bisogna imparare dal tubulo renale che ci sono anche cose che magari hai pensato di eliminare per i motivi sbagliati (timore di non essere all’altezza, scarso impegno, paure varie, problemi annessi e connessi) ma che dovrebbero assolutamente rientrare in circolo nella tua vita, perché è importante eliminare senza indugiare troppo, riuscire a farlo senza ripensamenti inutili, ma anche capire quando è il caso di tornare sui propri passi.

E adesso?

Adesso io non lo so esattamente come stai (e con chi sei e cosa pensi e cosa vedi se guardi avanti a te e cosa vedi se guardi dietro e cosa vedi se chiudi gli occhi e guardi dentro. In fondo. Più in fondo che puoi).

Ma so come vorrei ti sentissi: come la lettera M.

(Magnete, malleolo, mandibola, manoscritto, mansarda, manubrio, mappamondo, mare, margherita, mascara, maschera, mastice, matita, matrice, mattanza, medicina, melodia, memento, mercurio, meteorite, metronotte, microscopio, milizia, milza, minuetto, miriade, mittente, monologo, mongolfiera, monile, mordace, morbillo, morfina, morfologia, moscacieca, mostro, mostra, mozzafiato, multiforme, munizione, muscolo, museo…  Monia e Magenta, certo).

Ti senti così?

Allora forse sei la persona giusta per far parte di questo treno che partirà adesso, che toccherà posti toccanti col tocco lieve e irresistibile che hanno certi tocchi, di questo treno che non ha binari eppure ha mete che se sei la persona giusta ti diventeranno casa.

Cosa devi fare?

Devi alzare gli occhi e la mano e il naso, come chi ha un sole a cui tendere e qualcuno da salutare e lacrime da tirare su col naso per lasciare scivolare sorrisi.

Come devi fare?

Compilare il form qui sotto entro domani a mezzanotte.

(Sì, ho barato. Avrai soltanto 23 ore e mezza)

Annunci

14 pensieri su “Fisiologia di un sogno

  1. Il gioco del “maiepoimai” è un bel po’ che lo faccio e sai qual è la cosa curiosa?

    Tutto quello che sistematicamente vado ad eliminare è quello che inesorabilmente mi trovo a curare!

    Quindi, ho messo da parte il tuo post ieri sera e l’ho eliminato.
    E stamattina appena ho potuto qualche motivo l’ho dato.

    Vediam che succede e vediamo chi parte che siam tutti un po’ mostri e un po’ imbrattacarte.

    1. Certe cose sono davvero come la porporina: magari per un po’ ci provi pure a eliminarle di dosso.
      Non perché non ti piacciano, intendiamoci, ma perché magari ti sembrano inadeguate alle occasioni che la vita ti propina.
      Non ti sembra più il caso.
      Aspetti un momento perfetto che non arriva mai.
      (Spoiler: i momenti perfetti tendono a non arrivare mai).
      Finché capisci che le cose devi farle accadere tu.
      E se lo fai insieme a dei mostri porporinati ti diverti pure di più.

  2. Perché Calamo dovrebbe scegliere te?: Perché non mi piace usare il mai e il sempre…Non ci credo. Mi piacciono le infinite possibilità dell’essere umano.

    Non riesco a smettere di scrivere, pur non sapendo “che non so se è per salvare o essere salvata”(e un po’ di porpora magenta in questo aiuta).

    Insomma cara Monia…Vorrei essere della truppa.

    1. “Mi piacciono le infinite possibilità dell’essere umano” è una di quelle risposte adeguate a qualcuno che ha visto quanto l’uomo sappia esere inadatto e inadeguato e non all’altezza… Eppure.
      Tutta la magia sta in quell'”eppure”: eppure non smettere di credere in tutto quel ventaglio di possibilità infinite come le sfumature in un caleidoscopio.

  3. Questo giochino mi è nuovo, sono una vergogna ma non vi ho mai giocato…

    Io ho mandato la mia candidatura per far parte della ciurma (vero che il nostro treno è un treno pirata che va sul mare?). Sento già il pizzichio del #FattoreMagenta sotto le narici ed è inebriante.

    Quando partiamo? 😀

    1. (Sì, è proprio un treno fantasma senza paure ma con tante onde)
      Devo dire che le candidature si stanno rivelando una parte stupefacente di tutta la preparazione.
      (Partiamo allo squillo dei violini. Li senti i violini, vero?)

  4. Mi hai lasciato senza parole ma qualcuna l’ho recuperata ed eccole qui.
    Sorprendente, è sorprendente quanto la nostra stessa natura ci indica la via da seguire in un moto che sembra immobile e poi invece è un’esplosione di azione in propagazione. Mi sono imbattuto nei neurotrasmettitori e nel Gaba durante le mie ricerche sulle sinapsi per Apoptosis, il potenziale d’azione mi ha incuriosito e ho citato il periodo refrattario relativo nel libro.
    Comunque sulle metafore non ti batte nessuno, solo tu potevi parlare di neurotrasmettitori con una tale ripercussione, sembra che tu faccia sinapsi con i lettori e riesca a trasmettere tutta la tua energia.
    Mi spiace solo aver perso questo treno, per il prossimo starò più attento.

    Ciao,
    Renato

    1. C’è questa canzone pop che inizia con “mi hai lasciato senza parole… Come una primavera” e, ecco, a leggerti ci si sente fiorire di orgoglio come tutte le primavere, sia quelle più ridenti, quelle che sbocciano lente sotto tocchi sapienti, sia quelle più violente, quelle dei pollini che ti fanno starnutire e per la rabbia ti ritrovi a digrignare i denti.

      Ciao a te, Renato, sono certa che troverai il modo per salpare con noi.

      1. Monia, i pollini mi fanno starnutire, ho smesso di digrignare i denti da un po’ e sono felice di far fiorire l’orgoglio.

        Se devo trovare un modo, penso a una piccola barca con cui inseguirvi, ma non vorrei viaggiare da clandestino.

        Pensavo che il termine per le iscrizioni fosse finito, dimmi se e come posso arruolarmi. Ti invio un’e-mail? Vuoi il curriculum da pirata aggiornato dopo scrittura28?

      2. Sì, sarebbe poco “corretto” nei confronti degli altri Calamisti ma, insomma, tu resta in zona.
        Lo vedi che qui siamo nel bel mezzo di uno di quei maremoti che, se tutto va per il meglio (e perché non dovrebbe?) potrebbe portarci in un isola meravigliosa.
        Siamo come quella scatola di dodici uova che in una storiella si raccontava fossero state ingoiate da un tornado e poi riposte, intatte, a chilometri di distanza sull’asfalto sferzato dal vento.

      3. Lo dicevo proprio perché non voglio mancare di rispetto agli altri Calamisti, resto in zona a guardare questo tornado senza interferire e gli scorci dell’isola, magari nel riquadro di una cartolina virtuale.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...