La verità è che sei un pinguino con l’artrite

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Il vibrato non è nella voce ma nei passi. Mi vibrano le caviglie e le ginocchia. Potrebbe sembrare pure una bella immagine se non fosse così vacuamente reale. Squillasenzasquillare il cellulare. In tasca. E mi sembra di vedere incresparsi il tè nella tazza.

Ci sono questi pinguini e sono tanti e sono tutto ciò che siamo abituati a pensare dei pinguini perché sono carini e buffi eppure eleganti e fedeli e così dannatamente abitudinari.

Come un chiodo che è così abituato a farsi strada tra le briciole di stucco di ogni parete che anche il giorno che incontra un muro portante non sa quand’è il momento di arrendersi e si lascia consumare a furia di martellate.

I pinguini hanno lo sguardo dolce e serio e si agitano come se per qualche istante credessero davvero di poter volare ma in realtà no che non ci credono, è a noi che piace pensare che ci credano anche se sanno che è impossibile, perché in fondo noi facciamo così, o almeno ci piacerebbe saperlo fare, e con la storia del calabrone e delle sue ali ci abbiamo riempito i diari e sembra brutto proprio ora mettersi a ritrattare col bianchetto. No, non il vino.

Questi pinguini sembrano docili eppure sono ostinati e stanno morendo. Me lo dice il tiggì che stanno morendo mentre l’ultimo trillo soffocato muore nel telefono e il tè mi muore dentro.

Ehi, pinguini, perché state morendo? Che succede? C’è un grosso intoppo, dicono. È un intoppo freddo come certi silenzi e trasparente come certe bugie e se provi a leccarlo ti resta la lingua attaccata e è troppo grande e nel posto sbagliato.

Prima era in un posto che non era necessariamente “giusto”, chissà se un blocco di ghiaccio ha un suo “posto giusto”, ma era un posto che non dava guai ai pinguini e quindi era giusto per loro, per i pinguini. E noi qui, ora, è dei pinguini che vogliamo occuparci, non dei diritti dei ghiacci che vogliono partire come viaggiatori spavaldi e spensierati e andare in giro per il mondo.

Insomma, ci sono questi pinguini e stanno morendo e stanno morendo a uno a uno di fame perché questa lastra di ghiaccio (grande quasi quanto la tua insonnia quando dovresti proprio dormire perché in fondo sei proprio stanco e il giorno dopo hai da fare) impedisce loro di arrivare al cibo.

O almeno impedisce loro di arrivarci seguendo il percorso che hanno sempre fatto.

Così sopravvive solo chi riesce a affrontare il nuovo percorso che, va da sé, è molto più faticoso del solito percorso che ora però non si può fare più.

Quindi non è che c’è scelta, o ciò che è difficile o ciò che è impossibile.

Ho una mano fredda contro il telefono di tichiamodopo e metallo e una calda sulla tazza bianca e nera e dentro un numero imprecisato di sfumature di te e sarà che l’aria calda e l’aria fredda quando si incontrano fanno un gran caos ma in testa mi balena in mente quest’idea apparentemente innocua come una foca ma feroce come uno squalo:

Quei pinguini siamo noi.

Qualcuno può fare uno dei pinguini più forti, se ci tiene. Ma per quanto? Fino a quando non subentrerà un nuovo disastro a impedire quello schema nuovo che da estraneo, complicato, ostile è diventato pian piano famigliare, facilitato, quasi caro. Ma anche scontato, banale, soffocante.

Non importa che sogni abbia un pinguino per la sua vita: ci sono delle cose che è basilare faccia. Per te potrebbe essere scrivere, l’attività basilare. E no, non è necessario che questa attività basilare coincida col tuo sogno. Devi comunque scrivere per appuntarti le cose e poi rileggerti e riscoprirti, si spera, sempre un po’ cambiato e devi comunque scrivere per ricordarti cosa comprare al supermercato e devi comunque scrivere per presentarti e devi scrivere per conoscerti e quindi, se ti va, provare a reinventarti e devi comunque scrivere per raccontare chi sei a chi potrebbe aver bisogno di ciò che sei e ciò che sei a chi potrebbe aver bisogno di te, in quanto te, e devi comunque scrivere per parlare, scrivendo, di ciò che vorresti diventare e devi comunque scrivere per raccontare anche ciò che di te ha sempre voluto essere raccontato ma non hai trovato le parole.

Finora.

Perché hai fatto il pinguino abitudinario che si è “accontentato” del suo percorso ultramegatestato.

Ma la scrittura è come la vita: un continuo crash test.

E non importa se ti racconti che tu non scrivi perché non ti sei mai fatto le ossa con la scrittura, perché tanto in un modo o nell’altro, in un caso o nell’altro, ti toccherà scrivere e allora le ossa rischierai di spezzartele.

E peggio se in realtà pensi che scrivere ce l’hai un po’ nel midollo ma a volte ti sembra che il midollo sia malato e che si sia preso tutto lo spazio e abbia lasciato le ossa indebolite e non sai come portare a compimento la missione del tuo midollo se non puoi sostenere il peso neanche del più flebile insuccesso. E non importa se pensi che la tua penna e tutto ciò a cui essa ti può portare sia arrugginita come un’articolazione con la cartilagine erosa che fa rumore e male quando le carichi troppi chili sopra.

Non importa perché ok, sei un pinguino, ma non hai l’artrosi. Semmai hai l’artrite.

Per questo ti svegli la mattina (e ogni momento può essere una mattina perché in ogni momento puoi accorgerti che stai dormendo e svegliarti) e ti senti bloccato. Sei rigido, indolenzito. Convinto che non ce la farai mai.

Abbottonare le parole. Allacciare le scarpe. Aprire i barattoli delle storie.

Ma il vero pennatrucco (perché della barba, in questo preciso frangente, non sappiamo che farcene) sta nel fatto che con il movimento il dolore si attenua.

Devi muoverti.

C’è un blocco di ghiaccio davanti a te che ti fa guardare al tuo blocco come a una calda coperta? È calda perché è infiammata e ti sta distruggendo da dentro.

Ci sono ancora le immagini dei pinguini in tivvù o forse sono solo nella mia testa. Il tè riflette la luce che nel tè si tuffa e non capisci, a una prima occhiata, chi ha cominciato a giocare per prima, se la tazza o la lampadina. Prendo il telefono e rispondo al messaggio e scrivo:

“Siamo la catena di montaggio di noi stessi. E non possiamo mai permetterci di andare in ferie.”

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14 pensieri su “La verità è che sei un pinguino con l’artrite

  1. Tu dovresti smetterla di ricordarmi che da ragazzino avrei voluto fare di tutto ma cavolo, mi ci si sarei sbattuto sopra tutti gli autorobot nuovi e i cavalieri dello zodiaco sul fatto che di scrivere non me ne sarebbe mai importato niente, e invece…

    Vedi?
    Colpa tua se adesso sono qui a scrivere cose senza senso solo perché tu hai scritto una cosa fighissima con una citazione esageratissima che solo a leggerla ho scaricato io per te le prime puntate e qualcuna l’ho pure guardata (ecco perché sono arrivato tardi al commento).

    Io la mia catena di montaggio con i pinguini che pedalano sul marchingegno fatto con le bici di quando ero piccolo e che serve a tirar su la scaletta da pompiere per superare la lastra di ghiaccio, l’ho messa in ferie progettare un affare più grosso in previsione di lastre più alte perché so che ce ne saranno ancora un bel po’ e allora mentre penso a come finire la nuova invenzione, lascio che quei poveri pinguini se ne stiano lì a raffreddare per bene e recuperino le forze e la voglia di pensare a come imparare a volare una volta per tutte.

    Quindi non è vero che uno in ferie non ci va perché è una catena di montaggio, è solo che poi pensi che se la fermi sta benedetta catena finisce che non riparte più, però ecco…

    Magari spesso per ripartire meglio di prima bastano un telefono che squilla, una tazza con una cosa luccicosa dentro, un ghiacciolo al sapor di una cosa un po’ viola e un barbatrucco mascherato da penna su un pozzo di buoni e dolci propositi mascherato da blog.

    1. I ragazzini, si sa, sono meravigliosamente acuti eppure… Miopi.
      Tipo, come fai a invitare tutti i cavalieri dello zodiaco e i robot più splendenti del firmamento a una reunion di lucente sfarzo senza scrivere un biglietto e un programma della serata coi controbulloni? Non fai, non fai. Scrivere, torna sempre la necessità di scrivere, ça va sans dire.

      E no, la catena non riparte più. Neanche se hai l’artrosi. Perché è vero che dopo il riposo con l’artrosi stai meglio ma faresti meglio a non riposarti troppo. Perché il troppo riposo disabitua, blocca.

      E poi niente, sul finale solo occhi sbrillucicosi nel leggere cose come “Magari spesso per ripartire meglio di prima bastano un telefono che squilla, una tazza con una cosa luccicosa dentro, un ghiacciolo al sapor di una cosa un po’ viola e un barbatrucco mascherato da penna su un pozzo di buoni e dolci propositi mascherato da blog.”

  2. *Immagine della regina CalaMitica in tutina aderente, fascia elastica sulla fronte, su ritmo di colonna sonora di Flashdance, che guida gli esercizi di aerobica, con piglio da sergente istruttore Hartmar e voce squillante ed entusiasta da Gilmore Girls*

    1. Del tipo che io già sento la pioggia di “basta reginetta Calamitica, ci stai distruggendo” che le mie orecchie convertiranno in incoraggiamenti a nutrire il piglio, ehm, energico, eppure anche l’adorabilità della migliore Rory.

  3. Metafore struggenti… quella del chiodo sul muro portante più di tutte… devo (ri)aprire ‘sto cavolo di barattolo..grazie che increspi il tè Monia…

    1. Il muro portante è croce è delizia perché sappiamo di averne bisogno e siamo grati che esista quando vorremmo appendere su di esso qualcosa che per noi è importante al chiodo ma lui ce lo impedisce. Eppure lo odiamo quando ci impedisce di fare dei nostri momenti fotografie, di fossilizzarci e ci costringe a scattare continuamente nuove foto perché se le foto non possiamo appenderle coi chiodi allora ne faremo montagne.
      Il tè è come il mare: ti può dare tante risposte se getti i sassi giusti sulla sua superficie…

    1. Devo dire che è proprio una cosa bellissima quando i commenti diventano parte del post tanto che i commentatori successivi prendono sia dal post che dai commenti generando un nuovo commento che a sua volta… Oh, le soddisfazioni di avere un certo tipo di lettori!
      (Lettori con cui parlare è sempre più che una gioia :))

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