Tu scorri

tu scorri

Chi comincia (con melograni pungenti e colombe di mutevoli fattezze e candeline, che bruciano anche quando non c’è niente da festeggiare) è già a metà dell’opera. Figurati quando per giunta (si ostina a) continua(re)

Stai tra i cuscini, in mezzo ai cuscini, dentro i cuscini. Pressata tra l’imbottitura in fondo e quella in cima e a vederti non si capiscese ci stai entrando dentro, se ti stai lasciando fagocitare e aspetti che tutto venga ingoiato, anche l’ombelico e le coste e lo sterno e il seno e tutto quello che ti nuota in petto e il collo e il mento e le labbra spaccate dal freddo e il naso, stanco, affaticato da respiri affannosi e le ciglia spezzate contro sogni sbattuti in faccia e le pupille dilatate e la fronte corrugata come se tra le pieghe dovesse passarci dell’acqua e le tue parole avessero sete, avessero sempre sete ogni volta che le dici e qualcuno ( io) le raccoglie senza la delicatezza giusta o le prende troppo presto o si dimentica di averne cura e loro restano secche, perdono le foglie, senza neanche sapere se hanno mai avuto delle foglie. Sei una foglia caduca che forse pur di non rischiare di cadere sul ramo non c’è salita mai. Oppure forse stai cercando di fuggire e allora le braccia, fuori, che toccano il pavimento, sono la prima cosa che hai tirato fuori, per stringermi, per aggrapparti, e il pavimento è la mia pelle e le tue parole sono bolle, profonde, rosse, resistenti e tu mi esplodi dentro e fuori e abradi e raschi ciò che c’è stato prima di te ma non cancelli mai tutti i segni che mi fai, dopo che me li fai e continui a farmeli, così sovrascrivi segni su segni e possiamo contare il tempo che abbiamo passato insieme dalla stratificazione dei graffi e dei graffiti. Ti sogno così e non c’è differenza tra come ti sogno e come ti vivo. La stessa bruma dei tuoi sguardi taglienti, la stessa nebbia che solo tu con le tue parole così come la crei poi la fendi.

Quando ti ho vista la prima volta portavi occhiali a forma di niente (che abbia una forma definita), sarà che gli occhiali in realtà non li indossavi affatto, erano solo le lacrime che avevi sempre detto di non voler piangere, infatti non piangevi, ma splendevi e a me tutte le lacrime non piante, affacciate fino alla fine delle palpebre, sembravano luci di una festa solo per me. Luccichi sempre Milena. Sarà che non solo non avevi gli occhiali ma forse non avevi più neanche gli occhi. Non più occhi ma enormi buchi colorati, ché i buchi neri ormai sono troppo prevedibili, scontati. Non ne saremmo più così attirati, ormai li conosciamo, li abbiamo individuati, sono da evitare, non potendoli debellare li abbiamo emarginati. I tuoi no. I tuoi si nascondono eppure si mostrano e tu lo vedi che sono lì ma sembrano una cosa diversa da ciò che sono. Per questo tutti nel locale ne siamo attirati. Così le colombe si dimenticano di come dovrebbero atterrare e poi scoppiare e essere fumo e applausi e risate e si posano piano sulle tue mani che sembrano pronte a bere a una fonte. Sei una spettatrice ma non ti potrei definire così neanche in quel momento, quando non ti conosco ancora e ancora non so se mai ti conoscerò e hai le mani più bianche e le dita più lunghe e le unghie più brutte che il mio sguardo abbia mai baciato. Sei una spettatrice perché sei al mio spettacolo e sei venuta pure accompagnata e anche io sono accompagnato, cioè non lì, ma lo sono. Ma non lì. Sei una spettatrice eppure sembra tuo lo spettacolo, sembri tu lo spettacolo e potrei scendere dal palco e far salire te e tu potresti anche non fare niente, potresti limitarti a sorridere mentre la luce ti infiamma i capelli mentre le gote no, perché tu non ti imbarazzi. Non per queste cose. Solo per molto meno. Sei una spettatrice ma io ti chiamo nido. Sarà che accogli tra le mani l’ultima colomba del mio spettacolo. Sarà che abbiamo bisogno di chiamare le cose sempre in modo diverso io e te. Sarà che otto mesi dopo sei venuta a vivere qui ma non ti andava di dire a te stessa che venivi a vivere vicino a me. Allora hai un’altra via.

Attraverso le pareti quando la notte non dormi e leggi a voce alta i poeti anonimi che ti dipingono con le fragole le gambe io la tua voce la sento. Eppure tu formalmente non vivi neanche nella mia stessa strada. Il palazzo dove abiti avrà pure un ingresso parallelo al mio, la tua via avrà pure un altro nome, ma resta sempre quello il posto che chiamo casa senza chiamarlo casa perché noi non abbiamo una casa, noi abbiamo dei posti in cui possiamo essere noi e quei posti hanno le tegole che ti graffiano le gambe dipinte quando ti ostini a tenerle scoperte per rendermi geloso come di un frutto che cresce nel mio giardino, su un ramo che sporge fino a fare ombra nel mio campo, ma io non posso raccoglierlo perché c’è un recinto tra il mio campo e il campo dove cresce l’albero. E mi sembra una terribile ingiustizia e mi lamento e protesto e vado per le strade alzando i pugni chiusi (anche se poi per le strade non ci vado perché le strade sono fredde e mi allontanano da te). Finché qualcuno mi dice che quel recinto l’ho voluto e continuo a volerlo io.

Mi hai chiesto di portare un tappeto elastico. Uno di quelli piccoli su cui può saltare solo una persona e a stento. Io te l’ho detto che sui tetti non è il caso di mettersi a saltare ma tu hai sorriso come fai sempre quando qualcosa che dico nelle tue idee, nelle tue convinzioni, nelle tue scelte, non cambia proprio niente. E io una volta te l’ho detto che se il risultato è questo io posso pure smettere di dirtele le cose e tu mi hai risposto che forse potrei ma meglio di no.

Non importa cosa dici. Basta che non smetti mai di parl…

Più o meno.
Potevo osservarti respirare mentre le parole ti si gonfiavano dalla bocca, palloncini colorati masticati dai tuoi denti piccoli e bianchi, o potevo mettermi io a respirarti.
Non è mai stato difficile scegliere. Non con te.

Sul tappetino, comunque, di solito, per fortuna, ti limiti a sedertici. Sprofondi così scomodamente che per un quarto d’ora non parli e quasi non mi guardi e sono certo che quasi non pensi. Io ti ascolto stare zitta e il rumore della tua caviglia sinistra quando la fai roteare come gli orologi da regolare e i tuoi bulbi oculari da cui sbocciano troppo spesso occhiatacce. Per me. Hai le occhiaie più belle del mondo con dentro tutto il sonno che mi tolgo, che ti tolgo.

Non è più così divertente.

Una volta a cinque anni, in spiaggia, ho scavato una buca stretta e lunga. Come un canale. Era profonda abbastanza da infilarci il mio braccio fino al gomito e larga tanto da potermici sdraiare stando su un fianco. Poi l’ho riempita d’acqua ma l’acqua durava poco in superficie, giusto il tempo di guardarla schiumare un po’ e poi scompariva.

Anzi, non so se tutto questo sia mai stato anche lontanamente divertente.

Io per un po’ ho continuato a provarci. Non mi rassegnavo. Avevo i piedi e le caviglie e i polpacci e pure le ginocchia piene di sabbia perché a ogni viaggio, dalla riva alla mia buca, diventavo più stanco, perché il secchiello era sempre pesante e i viaggi iniziavano a pesare, allora a ogni nuovo passo vacillavo sempre di più e sprofondavo piano.

Cioè, intendiamoci, io sono divertente.

Qualcuno aveva provato a dirmi che sarebbe stato inutile, che l’acqua avrebbe continuato a essere assorbita, che c’era troppo caldo e altre cose che non andavano nella mia buca. Mi continuavano a dire che era inutile ostinarmi. Cioè non dicevano “ostinarmi”. Avevo pur sempre solo cinque anni.

Mi piaci, Giordano. Mi piaci sempre. Ma non ti voglio più. Così.

Tu diventi ogni giorno che passa sempre più spuma. Mentre io resto la sabbia.

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