Sangue giovane

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*La cosa che tra poco leggerai nasce insieme a quattro cose: una parete verde con una scritta che solo a leggerla fa male, un pianto soffocato, due canzoni. Quindi fanne buon uso*

Colombe, tantissime colombe bianche che, dannazione non sanno dove andare. Perché sono state per troppo tempo nascoste dentro vecchi cappelli di feltro e il feltro tiene caldo ma non è quel caldo buono è quel caldo strano, troppo denso, quel caldo da cui ci si potrebbe ritrovare a essere risucchiati. Sabbie mobili. Accarezzo un’ala bianca e liscissima di una colomba bella e barcollante. Ha l’andatura di quei ragazzi carini di quel bar di quell’isola di quella vacanza di quella volta che l’ho visto la prima volta, che li ho visti la prima volta, lui, i suoi amici e le colombe e avevamo tutti bevuto troppo, perfino il vento, così il vento si era messo a piovere, e no, non è vero che il vento non può piovere, che sono le nuvole, casomai, che lanciano la pioggia sulle persone come se le gocce fossero maledizioni. Anche il vento può piovere. Piove in modo diverso. Come un sorriso storto che a una prima occhiata sembra un sorriso ma poi ti accorgi che chi sta sorridendo (o fingendo di sorridere?) prima il labbro se l’è morso e l’espressione adesso, a riguardarla, sembra un ghigno sinistro, un sorriso storto. Nel momento in cui sono entrata quella sera nel locale stava completando il suo numero. Sta per finire eppure tra noi è appena iniziata. E lui ancora non lo sa.

La colomba inizia a volare ed è incerta e splendida mentre si lascia tagliare le piume dalla luce. Chissà se lei lo sa che la luce non le può far male ed è per questo che si lascia tagliare o se lo fa rischiando, come si fanno certe cose che non si può fare a meno di fare: tutte quelle cose che quando non si ha né voglia né tempo di aver paura si trova improvvisamente il coraggio di fare. E di farsi fare. La luce non è liquida, questa cosa ormai l’ho capita, ma, ciononostante, non smetto di mettermi esattamente sotto il fascio di luce. Roberto mi segue con gli occhi, io seguo la colomba con i piedi freddi. Io e la mia mano chiusa a bicchiere arriviamo sotto il palco, sotto il fascio luminoso. Potrei raccoglierti se fossi liquida, luce. Mi sembra importante che la luce sappia che ci sarebbe qualcuno pronto a raccoglierla qualora non ce la facesse più o non le andasse più o non le fosse più possibile essere com’è e si ritrovasse a diventare liquida. Tutti dovrebbero poter essere certi che se un giorno diventassero liquidi ci sarebbe qualcuno pronto a raccoglierli.

Mi ricordo la prima volta che è successo. Che lui è diventato liquido, intendo. Sembrava gli avessero gettato negli occhi fumo ma un fumo finto, come di ghiaccio secco. Aveva conficcati tra le palpebre superiori e le occhiaie questi due ovali di ghiaccio e sangue. L’iride azzurra. Le lacrime che sono trasparenti ma che, sarà perché sono salate o per qualche altra strana caratteristica delle sue lacrime, ché in effetti erano solo le sue a sembrarmi così, ma a me le sue lacrime sembrarono colorate. Celesti. E poi la sclera che non era più bianca, di quel bianco molle e lascivo delle statue belle dei tempi che furono, del marmo che sembra seta. Non era più così. Era come se avessero fatto a pezzi le statue e avessero scoperto dentro loro il peggiore dei peccati: l’essere umane. Marmo e sangue. Più rosso che bianco. Due spilli d’argento e melograno infilzati sulle mie labbra, sulle labbra di me che non sapevo che dire, che non avevo altro che silenzi d’oro e mute promesse: non me ne sarei mai andata da quell’inferno. Non senza di loro almeno.

Le colombe questa volta non sono vere colombe come la prima volta che l’ho visto. Sono i fazzoletti che ha stretto nel pugno abbastanza a lungo da farli sembrare dei fiori acciaccati per aver faticato troppo dopo essere sbocciati. O dei fiori che hanno preferito non sbocciare e si sono ripiegati su se stessi e ora addosso portano i segni di quelle strade, tracciate a matita, che ormai sono torte e rivolte come rami che non danno frutti e anche quelle strade ormai non portano più da nessuna parte. Apre il palmo della mano e poi soffia forte tenendo la finta colomba di carta e lacrime in mano. Soffia come se potesse gonfiare tutta questa situazione che ci soffoca, gonfiarla abbastanza da allontanarla da noi, da permetterci di prendere fiato, gonfiarla tanto da farla esplodere e poi dimenticarcene come se nulla di tutto questo fosse mai stato. Invece è. Leonardo ride. L’ultima colomba di fazzoletti Giordano non la soffia via, lasciandola roteare nell’aria prima di rovinare sopra le lenzuola bianche. La tiene in mano e accompagnandola con la mano le fa beccare quella cosa metallica che tiene su la flebo e la fa scivolare sopra i tubi come se una cosa sopra cui cammina una colomba non potesse poi far così male. Ma neanche questo ci ha mai salvati.
Scendiamo le scale. Ma solo tra un po’. Per ora restiamo qui con il freddo che ci prende le gambe, ché tanto noi non abbiamo saputo dove andare con queste gambe, magari il freddo lo sa e ci porterà dove ci sarebbe piaciuto arrivare. Se solo fossimo stati in grado di farlo. Se solo ci fosse importato davvero di farlo.

Hai gli occhi rossi come se avessi pianto tanto o avessi avuto tanta voglia di farlo.
Ho gli occhi rossi come se non avessi dormito tante ma avessi avuto tanta voglia di farlo.

Passo il palmo della mano sulla coscia. Freddo su freddo per scaldarmi e non è vero che sono più fredda da quando abbiamo ricominciato a vederci, è che hai preso tutti i pezzi caldi e vivi di me che ti ho regalato affrontando anche il bosco, portando con me solo un cestino, e non so esattamente cosa ne hai fatto ma sono diventati pezzi grigi e duri. Che poi non è che abbiamo esattamente “ricominciato a vederci”. Un po’ perché non abbiamo mai smesso, non nei sogni e nei pensieri e nelle foto sfocate, che le foto sono sempre sfocate quando le fai tu. Non sai farle le foto, ti piace troppo vivere. Anche se sei convinto che vivere ti faccia schifo. E poi se diciamo in giro che abbiamo ricominciato a vederci, mentre io sto sullo scalino più alto senza far toccare le ginocchia tra loro perché nello spazio tra le ginocchia, nelle mie gambe aperte, ci sei tu, che sei sempre entrato là dove ti lasciavo aperta la porta e a volte non ti è neanche bastato e di ogni finestra hai fatto squarci, ecco, se lo diciamo mentre tu sei due scalini più in basso con la testa appoggiata alla coscia che non accarezzo perché ci sono già i tuoi capelli, sembra che uscivamo insieme, sembra che ci frequentavamo e invece no. Noi siamo sempre usciti insieme. Questo sì. Io e le tue tristi scarpe inglesi blu e marrone. Tu e le mie gonne improbabili colorate come certe pareti dopo le droghe sintetiche. Ma non in quel senso.

Per questo alla fine dagli scalini ci alziamo e entriamo in un bar dove il fumo si beve anche senza bicchiere e non devi neanche pagare la consumazione e io vedo questo mago improbabile con una colomba in mano e mi sembra un inequivocabile invito alla guerra. O all’amore. Che poi è la stessa cosa. Per questo quando facciamo tutto questo e tu lo vedi che inizio a passare la mano sulla coscia con più foga, come se cercassi un interruttore, come se chiedessi al freddo di portarmi lì, dall’illusionista improvvisato, non te la prendi. Anzi. Mi sorridi perché hai già capito e io in quel momento ho capito che le cose sarebbero tornate al loro posto. In un modo o nell’altro.

E lo sono anche ora, Roberto, anche se non sei qui accanto a Leonardo. Perché non ci riesci.

Non ce la faccio a sopportare questa situazione, Mila.
Nessuno ce la fa. Eppure lo stiamo facendo.
Non ho la forza di vederlo stare male e comunque sorridergli.
Ah certo, quindi ora vai via, no? Meglio non vederlo affatto.

È il compleanno di Leonardo, metti il 7 da accendere sulla torta a 7 strati di 7 colori e sei già settato sulla modalità fuga. Non sei mai riuscito a fare le cose giuste al momento giusto, meglio fare le cose a modo tuo, coi tuoi tempi.

Continua (meno) male…

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11 pensieri su “Sangue giovane

  1. Mi è venuta la pelle d’oca. E non solo perché al leggere delle colombe ho pensato alle anatre di Guccini (non sono oche ma tant’è). Ma perché quel caldo nido che soffoca è un’immagine che uso spesso per descrivere il nostro crogiolarci nei malesseri, nelle lamentele. E perche questa frase è meravigliosa ‘Tutti dovrebbero poter essere certi che se un giorno diventassero liquidi ci sarebbe qualcuno pronto a raccoglierli.’. Aspetto il seguito quando sgorgherà 🙂

    1. Diapo di me che avevo risposto mesi fa a questo commento, almeno secondo me, mentree evidentemente quel birbante di Calametto aveva fame e l’ha mangiato.
      Commento stupendo Sonia, una stupenda quarta di copertina per una copertina che (ancora) non c’è.

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