Certe storie sono come un barbiturico

20th May 1936:  An example of a wire cage which a council in London propose to fix to the outside of their tenement windows, so that babies can benefit from fresh air and sunshine.  (Photo by Norman Smith/Fox Photos/Getty Images)
20th May 1936: An example of a wire cage which a council in London propose to fix to the outside of their tenement windows, so that babies can benefit from fresh air and sunshine. (Photo by Norman Smith/Fox Photos/Getty Images)

“Con i ragazzi carini” dice Brandy “di solito è meglio usare i barbiturici”

Il tiopental è un tiobarbiturico che sembra un lampo o una folgorazione o uno schiaffo in piena faccia quando meno te l’aspetti (ammesso che ci si possa mai aspettare uno schiaffo in piena faccia). Perché il tiopental dà ipnosi immediata. Ma breve.

Tutto è nato da una cosa divertente che forse rifarò.

Scrivi un post. Leggi 1234 con una punta di soddisfazione che va a posarsi esattamente alla fine della dita. Scalzando i fumi della scrittura. Tutte le bombe inesplose che poi non sono altro che le parole che non hai detto ma eri sul punto di. Lo scrivi e lo programmi pure. O meglio… Lo programmi quasi.

Ma non importa.

E ti spiego subito perché.

Perché quando prendi la strada (apparentemente) sbagliata, quando cadi e ti sbucci un ginocchio e lo provi sulle tue labbra livide che no, un ginocchio non è buono da mangiare, quando raccogli una sfida anche quando una sfida più che un fiore, che sarebbe pure più normale mettersi a raccogliere i fiori no? Tutti abbiamo raccolto almeno una volta una margherita e poi le abbiamo rasato la testa immolando la sua chioma a un amore impossibile come se ogni margherita del globo terracqueo fosse condannata a essere una Berenice senza possibilità di redenzione, ecco, quando raccogli una sfida anche se questa sfida più che avere le fattezze di un bocciolo ha le fattezze di un sasso. E tu ti chiedi chi te lo faccia fare a farti carico dell’ennesimo sasso. Quando fai una cosa così poi davvero le ferite a un certo punto ti parlano. Anche se non sei nel tredicesimo canto, quello vero, e neppure nella sua “parodia” Disney.

Succede una cosa incredibile, una cosa che se solo ci si ferma a pensare non ci si crede. Tutto parte dall’infinitamente piccolo e  a volte resta nell’infinitamente piccolo a volte no. Pensa come sarebbe avere un prato di microscopi elettronici puntati su ogni nostra petit mort. Tu pensa. Potremmo percorrere le strade correndo e poi all’improvviso inchiodare per strapparci la pelle tanto la pelle non ci servirebbe più a proteggerci dagli occhi e dai tocchi, per niente. E potremmo fermarci anche tutti insieme, nello stesso identico punto, vie con ingorghi come quando ti ribolle il sangue nelle vene, vicoli contusi mentre in un bar del centro servono ecchimosi e caffè. Avremmo inchiodate al petto le gigantografie delle nostre cellule stellate e nessuno alzerebbe lo sguardo per guardare il cielo perché ognuno guardando chi gli sta accando, chiunque gli stia accanto, lo vedrebbe già, il cielo. Lo senti? “Non so se è un punto luce o un ragno” dici parafrasando le parole di un personaggio che hai lasciato dentro un libro macchiato di vino rosso.

Se hai viaggiato fin dentro il tuo stomaco e ti sei battuto con i batteri che ci abitano per avere un posto e lì, dove qualcuno osa addirittura pensare sia possibile trovare farfalle, hai trovato una storia, allora lo sai cosa significa. Se non lo hai ancora fatto evita di farlo.  A meno che la notte, quando spingi le coste contro il materasso e provi a far sbocciare tra le lenzuola sfogliate come petali un pensiero felice per dormire, quel pensiero felice non sia nero. Ma nero perché scritto fitto fitto. In questo caso è il momento di una gastroscopia “scrivocativa”.

“Se uno non ha mai viaggiato su un carro a cavalli per le strade vicinali che collegano villaggi sperduti, è inutile stargli a raccontare che cosa significhi: tanto non capirebbe. A chi invece ci ha viaggiato non voglio neppure ricordarlo.”

Se capisci senza bisogno che ti venga ricordato allora sai come sono le storie-barbiturico. A volte le vedi splendere nella notte, prima di cadere in preda al sonno e, per quanto una luce nel buio sia in genere qualcosa di rassicurante, in questo caso no. O almeno non esattamente. Brillano più che come lucine nella stanza dei bambini, più che come fiaccole commemorative, come lunghe file di denti, lucenti, ma pronti a fare quello che normalmente fanno i denti. Qui sta nascendo anche questo. Sono storie come schegge che agiscono in fretta e che in fretta si consumano. Almeno finché tante storie barbiturico decidono di allearsi e allora il lettore può avere il conforto dell’oblio, un sonno mellifluo: un libro che spenga la ragione e che ti faccia generare mostri bellissimi.

Cosa puoi fare tu?

Io non so se te l’hanno detto mai abbastanza ma tu puoi fare davvero tutto quello che vuoi. Che non vuol dire che sei una creatura meravigliosa con dei superpoteri che tutto puote. So che ti piacerebbe e magari è pure così ma non posso garantirtelo così, alla cieca. Quello che invece posso fare, per esempio, è prescriverti la Calamella giusta per te. Stanno arrivando tante email alla corte di Calamo e oh, miei piccoli mostri piumati, io vi ho fatto solo tre domande tre ma già così si vede come non esista un Calamista uguale all’altro.

Ma tu? Cosa puoi fare tu? Mi sembra di vederti mentre un po’ sulla sedia danzi e ti lanci, con la mente, in coreografie strabilianti ma poi ti chiedi se quando uno strass entra in un vaso sanguigno non rischia di occluderlo e già che non ti senti troppo bene, meglio fermarsi. Puoi anche dirmi la tua sulla nostra relazione. Posso dirti che dato che la litbox la metà di voi la vuole virtuale perché sarà un fan dell’hic et nunc e l’altra metà la vuole reale io, nel dubbio, ve le faccio tutte e due. E una ve la do di presenza. Quando ci vedremo. Direi di vederci quando la neve che non è ancora caduta si scioglierà. E, non so esattamente perché, ma in questi giorni Firenze mi trasmette un certo nonsoché. Ma ti farò sape’.

Nel frattempo Caffè istantaneo è stato macinato e gustato dalle papille dei 18 del fantaconcorso “Ma che parlo Arabica?” e ne stanno nascendo cose bellissime. Perché ho scelto di far girare quello che mi era stato offerto per avere una copia dello spin-off del mio Bookaniere. E questa cosa di far girare le cose belle a quanto pare funziona sempre. Dovresti saperlo anche tu, altrimenti vorrebbe dire che il film “un sogno per domani” non ti ha insegnato niente.

Il prossimo (dato che “vox populi, vox dei”) sarà il racconto Caffè espresso, votato da una maggioranza compatta che un giorno mi immagino andarsene a braccetto in giro per la città uscendo da un caffè quando fuori è già sera. E le stelle cadono perché stare lì da sole, lontane, non le diverte più. Tu puoi propormi un nuovo modo sadicamente geniale per distribuirlo. Ho una cartella intera, piena, piena di idee da detonare che si chiama in-fieri-re. Ma sai che tengo in gran conto la tua opinione. Se scrivi, poi, puoi mandarmi una lettera di raccomandazione per un tuo personaggio. Magari gli facciamo fare la comparsa. Chi ha bevuto una tazza di Caffè istantaneo poi sa che ci sono pure le canzoni. Se sei un flautista magico puoi farmi sentire un tuo pezzo. Chissà che non diventi la colonna sonora di una scena.

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4 pensieri su “Certe storie sono come un barbiturico

  1. Ciao Monia,
    ti leggo da tanto tempo ma è la prima volta che commento.
    Ho visto la foto all’inizio dell’articolo e mi è sembrato un buon momento per smettere di fare da tappezzeria perché mio padre amava collezionare foto di quel tipo.
    Io non faccio foto invece e in realtà non sono neanche un vero scrittore, sono uno “scultore della carta” come mi definisce mia moglie che da anni sopporta me e tutta la carta che lascio in giro.
    Non ho provato neanche ad avere il tuo primo racconto perché mi vergognavo a scriverti e ho visto che qui hai tanti lettori bravi e preparati e mi sento un po’ un pesce fuor d’acqua ma ho voglia di emergere.
    Forse è il momento di far leggere i miei scritti a qualcuno che non sia mia moglie Linda!
    Solo che non so proprio da dove cominciare.
    Spero mi risponderai.
    Intanto complimenti e tanti auguri per il tuo percorso universitario.
    Sono zio di una giovane dottoressa e sono molto orgoglioso di lei.

    1. Ciao Mattia,
      innanzitutto benvenuto!
      Tranquillo, ammettere di essere “un lettore anonimo” è il primo modo per smettere 😉
      E sai, se hai intenzione di commentare sempre così a me farebbe molto molto piacere se smettessi (con il silenzio).
      Quella foto mi ha colpito sin dal primo momento che l’ho incrociata, in un articolo.
      E io credo che a volte le cose ti chiamino e questa foto mi ha chiamato, a modo suo.
      Poi qui è diventata l’occasione per scrivere di qualcosa che non parla di bambini e di “gabbiette” come per uccelli che poi in effetti i bambini sono tutti un po’ gabbianelle e quando le persone li amano si illuminano loro gli occhi come se fossero dei colombi.
      Tuo padre aveva buon gusto, secondo me.
      E quando hai detto che sei uno “scultore della carta” mi è sembrato di vedere casa tua piena di aironi di cellulosa.
      Come puoi “vergognarti” di scrivermi?
      Ma scherzi?
      Grazie della fiducia accordatami, davvero.
      Ho visto che hai anche fatto il test del post precedente e quello, se vorrai potrà essere un inizio.
      (Naturalmente grazie anche per gli auguri! E complimenti a tua nipote!)

  2. Sadicamente geniale è stupendo e preoccupante allo stesso momento.
    Se poi penso alla “cartella intera di modi per infieri-re” quasi quasi mi prenderebbe voglia di darmi alla macchia come una piccola volpe sorpresa nella notte dalla torcia del fattore che sente i rumori delle chiocce in pericolo, ma (ahimè) so già che probabilmente verrei ri-attratto fin fuori dal giardino di questa casetta carinissima da tutte le lucine della festa ridente al suo interno, e quindi, come un bimbo spaventato che si forza a guardare un film di mostri con le mani davanti agli occhi solo per dimostrare al mondo che anche lui è grande, rimango in attesa di quell’attimo di “spavento” in cui leggerò un post o una mail in cui ci chiederai di fare cose mirabolanti ma dopotutto simpatiche per aggiudicarci qualcosa a cui in fondo teniamo tutti così tanto.

    PS: un suggerimento lo avrei, ma forse te lo scriverò a parte e solo se sarò sicuro che non potrà ritorcermisi contro perché in quella tua testolina sempre così ricca di idee potrebbe annidarsi la soluzione perfetta per la nuova “competizione”… perfetta, geniale ma magari anche un po’ amara come un cucchiaio di Bactrim. 😀 ❤

    1. “Preferisco un inferno intelligente a un paradiso stupido” diceva Pascal.
      E io, con l’inverno che avanza (a meno di trasferirci dall’altra parte del globo, certo, e non è detto che non succeda) il calduccio infernale non è roba da sottovalutare.
      Ora, tu non puoi venire qui e dar fondo a tutto il tuo essere di Seota, occhei?
      Qui un altro po’ intentano contro di me una causa per istigazione a poetare!
      Sarà bellissimo vedere questi cavalieri della tavola rotonda anelare a un disiato riso… Ma per sposarsi con l’ultima rima rimasta non baciata!

      P.S.: non dovresti temere che i tuoi suggerimenti potrebbero ritorcertisi contro. Così mi offendi. Dovresti ESSERNE CERTO!:D

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