Scrivo per essere letto. L’avresti mai detto?

scrivo per essere letto

C’era una volta una tazzina col manico rotto. Ogni volta che qualcuno la metteva ad asciugare nello scolapiatti con le sue sorelline sperava di esser lasciata con il suo lato mutilato rivolto a un angolo così nessun’altra tazzina l’avrebbe fissata troppo.

Un giorno i bambini di casa presero le tazzine per giocare a prendere il tè coi peluche. Il più grande salì sulla sedia, si arrampicò fino al ripiano in cui erano risposti i piatti e iniziò a passare le tazzine, a una a una, agli altri che gli stavano intorno saltellando mentre tenevano per un braccio il loro pupazzo. Alla più piccola capitò la tazzina col manico rotto.

La tazzina era così imbarazzata che per poco non le si crepò il cuore disegnato sulla pancia. Lei che si era sempre nascosta, lei che era sempre stata il più possibile isolata, lei che ogni volta veniva di sfuggita, sempre solo di sfuggita osservata e non veniva mai scelta, proprio lei adesso era tra le mani più tenere e amorevoli che una tazzina avesse mai conosciuto dalla notte dei tempi.

La bambina non era ancora così pratica di tè coi peluche e tazzine. Così sulle prime provò a tenere la tazzina come tutti gli altri bambini. Dal manico. Ma là dove le altre avevano un occhiello tondo e bombato la sua tazzina aveva un moncherino! Come fare? La bimba non si perde d’animo: quella tazzina evidentemente non si doveva tenere dal manico, quella tazzina si doveva abbracciare!  La tazzina tremò tanto di gioia che rischiò di cadere ma non cadde. Quante volte si barcolla ma si resta in piedi. E ammise a se stessa che, in fondo, non voleva altro che essere stretta.

Morale della favola: non importa quanto, più o meno consapevolmente, ci nascondiamo. Non importa quanto giustifichiamo a noi stessi il fatto che stiamo in disparte perché non siamo abbastanza bravi, abbastanza brillanti, abbastanza qualcosa. O perché siamo troppo riservati, troppo emotivi, troppo spaventati, troppo qualunque altra cosa. Non importa. Non importa perché qualsiasi sia il motivo che ci raccontiamo per darci un alibi per l’anonimato a cui ci costringiamo comunque se scriviamo questo anonimato non lo vogliamo. Se sei una tazzina che ha deciso di mettersi sullo scolapiatti sei uno scribacchino che ha scelto di essere in ballo. E ormai che sei in ballo… Tanto vale ballare.

Scrivere o diventare scrittori?

Scrivere può essere “solo” un mezzo o può essere un fine. Il problema è che non importa se per te la scrittura è soltanto il veicolo che utilizzi per mostrarti al mondo. Non importa perché devi comunque scrivere bene, anche se “bene” pur sempre rispetto ai tuoi obiettivi, ai tuoi interessi e alle tue capacità. Devi scrivere bene anche se usi la scrittura solo per presentarti, per parlare di te, e poi mostrare agli altri altro rispetto al te scrittore. Perché magari a te non importa di diventare uno scrittore.

Lo “scrittore” occasionale

Si può scrivere pure solo perché scriviamo tutti, continuamente, per comunicare delle cose. E allora in questo caso la scrittura diventa al tempo stesso un’esca e una porta. Da una parte, infatti, c’è da superare la paura di essere letti. Che non è, in questo caso, tanto la paura che qualcuno non apprezzi come scrivi quanto il timore che qualcuno non apprezzi cosa scrivi, i contenuti di te che vuoi fare passare, l’immagine di te che stai cercando di mostrare e ogni volta che la mostri speri che dal lieve pendìo di tiepide attenzioni nasca da un momento all’altro una montagna di complimenti provenienti dai tuoi lettori. Perché sì, non esiste solo la paura di non essere letti. Esiste anche quella di rendersi leggibili, andando online, ma non catturare l’attenzione. Come un’esca lanciata in un mare che se non è morto è chiuso per ferie.Come una porta che potrebbe anche restare chiusa perché tanto nessuno a interesse a aprirla. La paura di essere letti (e non essere apprezzati) è quella cosa che ti fa rimandare ad libitum il momento di sederti sulla sedia più scomoda che hai, legarti alla scrivania, e raccontare al mondo quello che hai da dire. A modo tuo, certo. Ma anche con lungimiranza e autocritica. Perché ok, per te la scrittura può essere solo un mezzo. Ma forse che non ti preoccupi che la macchina che ti porta al lavoro funzioni come si deve? Quando decidi di servirti della scrittura aprendo un blog il concetto di fondo è lo stesso: nessuno si aspetterà uno scrittore, a meno che tu non ti presenti come aspirante tale, tutti si aspetteranno da te una persona capace di guardare con obiettività alla propria scrittura. E correre ai ripari, se serve.

Lo scrittoamatore

Poi c’è chi alla scrittura è interessato. In parte. Sono quelli a cui importerebbe pure di scrivere se si trattasse di scrivere libri del proprio settore. E allora lì entriamo nel livello PRO dell’autocritica e dello studio e del rispetto del lettore. Sì, proprio “rispetto del lettore“, che è quella cosa facile facile da non perdere mai di vista finché si cerca sempre di scrivere ciò che ci piacerebbe leggere. Poi magari non ci si riesce. In tante cose non si riesce pur volendole con tutti se stessi. Ma quando parti da questa premesse il lettore lo sente.

Lo scrittore senza speranza (di guarigione dalla scrittura)

E poi ci sei tu che magari nei due tizi prima non ti riconosci appieno. Perché una volta lo hai pure confessato, mentre nelle stanze accanto tutti gli altri dormivano, con la luce accesa, davanti allo specchio del bagno, da solo. Una volta te lo sei pure detto. Un po’ ti piacerebbe scrivere e basta. Ma poi ti sei detto “non so”. No, non è che se non sai se ti interessa scrivere anche narrativa. Non sai proprio da dove cominciare. Sei come chi è venuto qui cercando “diventare scrittori dal nulla“. Ma si diventa scrittori dal nulla? Si può diventare una cosa qualsiasi dal nulla?  Dipende. Dipende molto da cosa intendi per “nulla”.

  • Si può diventare scrittori senza avere nulla da dire?

Se tu non hai nulla da dire (che è diverso dal voler a tutti i costi dire qualcosa) dimmelo tu perché vuoi scrivere. Che poi io non so se esista al mondo qualcuno che non abbia proprio nulla da dire. Significa che possiamo indossare  tutti la fascia di Stephanie Queen? No di certo. Ma significa che ognuno di noi ha qualcosa da comunicare. Anche se magari non con la scrittura, certo.

  • Si può diventare scrittori senza avere quella cosa che chiamiamo talento ma che poi se un alieno ci chiedesse di disegnarla non la sapremmo disegnare perché non somiglia a niente che ci è noto, non sappiamo che forma abbia, non ne conosciamo l’odore, il sapore, non la possiamo perciò immaginare con ogni dovizia di particolare?

Tu che dici? Ti pareva che non lasciavo a te una domanda così difficile eppure bella eppure difficile eppure ora-chiudi-il-blog-e-non-torni-più ma poi ti manco?

  • Si può diventare scrittori, dove per diventare scrittori si intende fare questo nella vita, in via preferenziale, se non in via esclusiva (perché non si può chiedere a se stessi di essere per forza una sola cosa, siamo tutti  universi in espansione) anche magari senza essere famosi sin da prima per altre ragioni?

Io penso di sì. Solo che c’è questa cosa difficilissima che devi fare, che se non la fai, se non ti decidi a farla, forse è meglio che provi a fare l’astronauta perché diventa più probabile come strada. Devi farti leggere. E non solo devi rendere possibile leggerti. Devi pure fare in modo che leggerti diventi quasi inevitabile.

Eat me. Drink me. Read me.

Farti leggere è una questione che si può dividere in due grandi parti.

Una parte è del tutto compito tuo: non smettiamo di fare ciò che ci piace troppo per anche solo contemplare di finire di farlo. Ci sono gli illeggibili e poi ci sono gli irresistibili. Tu a che categoria vuoi appartenere?

Un’altra parte è quella cosa che ogni volta che parlo con uno scrittore (o aspirante tale. Ho qualche problema a trovare l’esatta definizione) prima o poi esce fuori. Che parte è? Tu pensa di essere uno scrittore. Sei uno scrittore, quindi scrivi, qualche volta perdi anche tempo a pettinare i pony ma soprattutto a configurarti come scrittore è il fatto che scrivi. Oppure saresti un parrucchiere di my little pony (che considerando le tinte dei suddetti cavallini sarebbe pure un’idea interessante). Sei uno scrittore ma non sei supportato da una casa editrice dove i grandi capi hanno poltrone di pelle umana (perché non si sono ancora accorti della tua penna straordinaria, certo, lo so lo so, è un mondo difficile, tieni un caffè e siediti su una delle poltrone di Calamo). Non ti hanno fatto un contratto che neanche una boyband di ragazzini tra i 17 e i 24 anni e quindi niente, tu stai lì, che  un po’ ti rigiri i pollici e un po’ fremi e il tuo libro magari è già per il mondo! Online! Offline! E quando suona il postino per una raccomandata mentre firmi quasi quasi fingi con te stesso sia un autografo. Ma non lo è.

Invece uno scrittore scrive per essere letto. E ha un bisogno matto di essere letto. Prima che il libro diventi libro, quando ancora il libro è una cosa oscura eppure dolce, come una ragazzina di dodici anni che si sente tutta scontornata. Prima che il libro diventi libro ha bisogno di lettori beta che siano diversi tra loro e che siano obiettivi con lo scrittore. Spietatamente obiettivi. Come l’obiettivo della macchina fotografica che se provi a scattarti una foto appena sveglio te lo fa capire che forse è meglio che no. E poi ha bisogno di lettori dopo. Ha bisogno di lettori dopo perché le cose esistono anche nella misura in cui qualcuno sa della loro esistenza. E in questa parte, nel procacciare i lettori come se i lettori fossero tante mamme di Bambi e gli scrittori bracconieri, ecco, in questa parte gli scrittori si dividono in due macrocategorie. I riservati e gli sfrontati. E spesso nessuna delle due categorie cava un ragno dal buco. Anche se la trama del loro scritto è più bella della bella Aracne prima che venisse trasformata da Atena.

E tu? Tu chi sei? Cosa vuoi? Da dove vieni? Dove stai andando? Come ci stai andando? Scrivi? Perché scrivi? Crema o cioccolato?    

 

 

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15 pensieri su “Scrivo per essere letto. L’avresti mai detto?

  1. Va beh, vuoi rubarmi il mestiere, ma non è che adesso pretendi che io mi metta a scrivere Calamo Style per equilibrare? Certo che scrivere per passione della scrittura (ma anche per mestiere o corollario al mestiere) e non essere letti lascia un’ombra di inutilità allo scrivere. La parte difficile di solito è fare quel salto tanto spaventoso di mostrare lo scritto a chi lo vuol leggere, e rimettersi al giudizio degli altri. Spesso la paura di non essere abbastanza limita le possibilità anche ai talenti più luminosi.

    1. Io voglio fare, qualche volta, quello che fa l’infermiera in Mercurio della Nothomb.

      Una volta qualcuno mi ha detto che c’è chi ha paura non solo dell’insuccesso ma anche del successo.
      Il brutto (ma anche il bello) è che a prescindere da ciò che si teme bisogna farlo quel passo e farsi leggere.

      Scommettiamo che se scrivi Calamo Style i miei lettori comunque ti sgamano? 😛

  2. Visto che stavolta dal punto elenco non ti salvi perché le domandine (tante) le hai poste te… mo’ sò affaracci tua!! (così storpiamo la lingua e romanizziamo un po’ la padrona di casa che non fa mai male… credo.)

    Sicuro non sono uno scrittore, perché credo che non basti poter dire che mi piace scrivere o che ogni tanto scrivo o che se mi ci metto le cose le faccio per potermi considerare tale senza che mi arrivi la sensazione dello “stare fregando qualcuno”, perché se dico di esserlo quella vocina così onesta che mi osserva tutto il giorno mi ricorda incessantemente che “sto a dì na fregnaccia.”

    Che cosa voglio me lo chiedo da tempo e pur avendo provato durante tutti questi anni (che poi sono vicini a quelli di Goldrake) a divagare su varie prospettive di vita, provando a cucirmi addosso una professione che potesse permettermi di fare le cose a modo mio, ad oggi, ance se forse un quadro decente delle cose pare si sia delineato, ho come la sensazione ancora che qualcosa manchi all’appello, e quella benedetta vocina che mi ricorda le cose non mi suggerisce nulla di utile ma sta solo li a farmi venire i sensi di colpa.

    Vengo da vicino Roma e Vega è la casa del cattivo… a Goldrake ho detto che sono quello originale di Fleed (e ovviamente quando spiegavo indossavo il casco).
    Detta però secondo il vocabolario Moniese/Human, vengo da una stanzetta nacosta in un palazzo normale, senza troppa luce ed illuminata per la maggior parte del tempo dalla luce del monitor e dai led degli hard disk messi qua e la sulla scrivania. Insomma, uno poco normale come tanti altri.

    Avanti, vado avanti per quella che credo sia la mia strada, perché sono tanti anni che la cerco e forse poco tempo fa l’ho trovata.

    Ci andavo da solo fino a quasi due anni fa, perché non sono un tipo “sociale” (socievole potrei sperarlo ma non saprei fino in fondo). Poi Ho deciso di provare ad invitare qualcuno… ho scelto persone che credo possano essere abbastanza pazienti da volermi accompagnare per la passeggiata e così tanto gentili da non tirarmi addosso un raggio gamma o un’alabarda spaziale se do di matto o faccio cose fuori dall’ordinario.

    Scrivo? Si, ma non sono uno scrittore come dicevo, o almeno non mi sento tale.
    Lo faccio perché lavorando su internet e scalando le Serp, oltre al buon senso, la tecniche giuste e la voglia/necessità di provare a coltivare relazioni in tutti gli ambiti del mestiere, la scrittura è necessaria. (Non che non mi piaccia eh, ma insomma… gli SCRITTORI sono altri diciamolo.)

    CREMA. Quella gialla, perché la chantilly non è abbastanza SOSTANZIOSA e pure un pochino “gonfiata”. Voglio quella piena, quella che quando la mangi te fa “tiè, mo fra me e sto bombolone tutto intorno te vojo a digerimme”. Voglio la pienezza, la completezza, qualcosa che mi dia la sensazione che quello che sto facendo abbia un senso.

    Ecco, alla fine quello che voglio in realtà un pochino lo so pure io visto?

    1. Ho voluto la bicicletta? E mo’ pedalo!

      Ok, non sei uno scrittore (che poi se lanciassimo questa bomba del “ma chi è uno scrittore?” penso che poi si dovrebbe traslocare tanto sarebbe il parapiglia che ne nascerebbe) ma ti piace scrivere. E di cosa? Solo di Seo e accidia? (Domanda retorica, io ti ho ribattezzato Seoeta!)

      Le vocine sono sempre estremamente sopravvalutate, mio tenero esserino metallico.

      “Detta però secondo il vocabolario Moniese/Human, vengo da una stanzetta nacosta in un palazzo normale, senza troppa luce ed illuminata per la maggior parte del tempo dalla luce del monitor e dai led degli hard disk messi qua e la sulla scrivania. Insomma, uno poco normale come tanti altri.”

      Ho un vocabolario. Capite gente? O un vocabolario tutto mio!

      Io la tua strada me la immagino come una bella promenade. E mi piace la distinzione, o almeno il tentativo di distinzione, tra socievole e sociale e l’accurata selezione (perché più accurata è la preselezione, più soddisfacente, spesso, è l’azione).

      Ma quindi crema pasticcera pasticcera?

  3. Cavoli, bel post Monia, davvero!

    Sai quale era la mia paura più grande, quando decisi che era venuto il momento di mettere in vetrina il mio mestiere attraverso un blog?
    Di non essere letto, di non essere apprezzato, di fare errori grammaticali perché a scuola – in particolar modo in italiano – era come se non presenziassi alle lezioni (c’ero e non c’ero).

    E ho fatto bene ad avere paura, perché in tutti e 3 i casi ho avuto ragione:
    1) all’inizio nessuno mi leggeva
    2) all’inizio in pochi (almeno apparentemente) apprezzavano il mio operato
    3) all’inizio qualche errore l’ho fatto e una volta mi hanno pure sputtanato pubblicamente

    Poi ho capito che dovevo investire in me stesso, ho creduto tanto nel mio mestiere e come funzionava davvero la comunicazione dello stesso. Quindi:
    1) ora ho il mio pubblico di nicchia fidelizzato, che mi contatta in privato quando dal blog non ricevono mie notizie per una settimana/dieci giorni. Come ho fatto? Ho condiviso i miei articoli sui canali giusti, partecipato fra le discussioni dei blog (e blogger di riferimento) e si sono accorti di me;
    2) la qualità del mio operato è cresciuta, con costanza, perché ho acquisito esperienza e grazie a quella ho capito cosa apprezzava il mio target e cosa no;
    3) quando un utente ha reso pubblico il mio sfondone grammaticale sarei voluto morire, ma poi ho ringraziato per avermi aperto gli occhi; già, perché non si può partire allo sbaraglio se non si sa di avere una buona preparazione grammaticale e possesso della lingua, così mi sono fatto un bel ripasso di italiano, ed oggi il vetro della mia vetrina mostra i miei prodotti più nitidamente (anche se qualche refuso capita ancora, accidenti a me ^_^)

    E ora?
    Beh, ora mi piace scrivere, di quello che mi pare: dal mio lavoro alle sensazioni quotidiane.
    Il mio desiderio?
    Vivere di scrittura. Sono pieno di storie ed esperienze da raccontare. Sarebbe davvero fiko!

    Un cliente un giorno mi ha detto “hai mai provato a scrivere una tua biografia?”
    Mi sono commosso 🙂
    Ma ancora non l’ho fatto…

    1. Pozzetti!
      Finito di scrivere il post mi sei venuto in mente tu, sai?
      Perché mi era rimasta incollata in testa come una maglietta, bagnata, quando la pelle è bagnata perché fuori pioveva e tu eri fuori e i panni appesi pure, come lo scotch che non si beve, come l’ultima fetta di pizza, al cartone, con la mozzarella.
      Mi piace che tu venga qua e dica “ehi, sai che c’è, il mio desiderio è vivere di scrittura”. Oh, ci piace così. Deciso. Vorresti iniziare dalla biografia?

  4. Monia,
    come sai, ho fatto mia la frase di un film che dice “ognuno fa quello che è” e almeno su una cosa non ho dubbi: io scrivo. Non voglio che la scrittura sia il mio lavoro, quanto più il mio mestiere e c’è una leggera differenza che si porta dentro la passione per quello che fai e soprattutto l’espressione di te stesso. Quindi si ritorna al punto di partenza, senza superbia ma come dato di fatto: io sono uno scrittore, uno di quelli classici che scrive narrativa, e lo so per certo perché quando scrivo mi sento io, la frase è un po’ banale e può sembrare vuota come tutte le frasi che concludono un mare di riflessioni filosofiche e staccate dal contesto non hanno molto significato. Come dici tu: “si diventa scrittori dal nulla?” Io non credo. Puoi scoprirti scrittore e ognuno capisce a modo suo di esserlo. Si tratta di piccole cose, come accorgerti di voler comporre le parole in armonia, di voler trovare le parole giuste fra tante, mettere in ordine le frasi, mettere la punteggiatura al meglio, immedesimarti in un personaggio, cambiare una scena per non far soffrire i personaggi o i lettori, farti guidare da ciò che i personaggi dicono o fanno.
    Io scrivo e so che non posso farne a meno. Per me la scrittura non è una medicina che mi fa stare meglio, ma, al pari dell’aria che respiro e del cibo che mangio, qualcosa che mi fa vivere, quindi è qualcosa di me, come l’ossigeno dell’aria e le proteine del cibo, è me, sono io.
    Dopo c’è da dire che a prescindere da ciò che facciamo, vogliamo tutti esprimerci, probabilmente perché questo ci lega agli altri e non siamo fatti per stare soli, quindi non importa il mezzo con cui esprimiamo una parte di noi, che sia la scrittura, la scultura, la musica, la pittura, etc., non importa, vogliamo qualcuno che recepisca la nostra espressione, come una sorta di specchio in cui guardare noi stessi.
    Per questo, quando non riusciamo più a vedere gli altri, è facile peccare di vanità e narcisismo. Se invece resti umile e guardi agli altri, puoi migliorare te stesso e aiutare gli altri.
    Per concludere e rispondere alle altre domande, ti dico che voglio scrivere, voglio essere letto ma non fino all’inevitabile o all’irresistibile (sai che responsabilità), vengo dalle mie esperienze e vado verso il prossimo punto fermo di ogni frase, quindi ci vado scrivendo e sì, scrivo, il perché l’ho già detto, la crema mi tenta ma scelgo una bella cioccolata calda.

    1. “Ognuno fa quello che è”

      Questa frase esprime un concetto bellissimo ma…

      “almeno su una cosa non ho dubbi: io scrivo.”

      … Forse esprime un concetto ancora più bello. Perché un conto è sapere che alla fine il monito da tenere sempre a mente è la necessità di diventare ciò che si è. Un conto è sapere già cosa si è, anche se si corre il rischio, a volte, di non poterlo esprimere appieno.

      Ti ho pensato, scrivendo questo post, perché tu per me sei un grande esponente dei “riservati”. Ed è bello, perché è bello non ostentare, non invadere, essere acquerelli delicati che non vuol dire essere fragili vasi di coccio, anzi. Ma a volte non paga del tutto, soprattutto a breve termine. Mentre chi lo è meriterebbe eccome di essere “ricompensato” (anche se già essere ciò che si è è una grande ricompensa).

      1. Grazie per la stima e le belle metafore che mi riservi, anche un piccolo gesto come questo è una grande ricompensa per chi tenta di esprimersi sempre appieno e trova così un’amica che recepisce tanto da prendere spunto per scrivere.

  5. Scrivo perché mi piace. Mi piace scriverti e non pensare troppo a ciò che scrivo. Ma prima di tutto mi piace leggerti. Questa magia non accade spesso. Come la tazzina dal manico rotto, i momenti di gioia sono quelli più inaspettati. E così capita di leggere qualcosa che ti emoziona. E leggi. E poi scrivi. Come un abbraccio breve ma intenso. Che lascia un bel ricordo.

  6. Ma quante domande!
    Sono uno come tanti, di quelli che scrivono e sognano.
    Non so dove stia andando… per ora da nessuna parte 🙂
    Scrivo perché mi piace, perché mi vengono idee e mi piacciono le storie.
    Nè crema né cioccolato, se intendi un gelato.

    1. Ehi ehi ehi lo sai che qui nel regno di Calamo i punti interrogativi sono, a modo loro, la nuova nobiltà!
      Sai quanto il mio regno voglia bene a Pennaland e a tutti i BluPennuti che la abitano però stavolta no, non sono d’accordo.
      A me non sembra affatto tu non stia andando da nessuna parte!
      (Crema o cioccolato… In generale. Proprio come crema, ecco)

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