Come diventare bravi da paura scrivendo (in un blog emergente)

come diventare bravi da paura scrivendo (in un blog emergente)

Ho bisogno di tre cose da te. Non mi servi tutto perché tutto neanche tu stesso ti possiedi, perché hai perso frammenti di te sulla panchina dei tuoi dodici anni o sui sassi contro cui hai sbattuto le ginocchia e perché qualcosa ancora di te fiammeggia dentro gli occhi di altri che hai fissato con occhi fiammeggianti e perché le tue cellule morte hanno vissuto nuove, insospettabili, vite lasciate a marcir in luoghi bui ma con in alto sbocchi insospettati diretti alle stelle.

Ho bisogno dei tuoi occhi. Non per troppo, giusto per il tempo necessario a leggere quello che io sto scrivendo. Io lo sto scrivendo adesso mentre tu lo leggerai tra un po’ e in questo lasso di tempo che mi separa da te tu sarai diverso da quello che sei adesso che io scrivo e io sarò diversa da quella che sono adesso che scrivo eppure faremo finta di somigliare a ciò che eravamo ancora abbastanza da odiare o amare ciò che leggiamo come avremmo odiato e amato prima, o dopo. Punti di vista. Ho bisogno tu mi guardi, quindi.

Ho bisogno di pietà. Non nel senso odierno, ho bisogno di un po’ di quella pietas cieca che ci ha fatto odiare Enea (non quell’ Enea, un Enea che ho conosciuto in un’altra vita, ma l’Enea del buon Virgilio). Ho bisogno tu ti fidi di me abbastanza da andare fino in fondo. E non solo. Ho bisogno tu ti fidi di me abbastanza da leggere anche oltre ciò che scritto e da scrivermi ciò che ciò che non è scritto ti suggerisce di scrivermi.

Ho bisogno di tempo. Abbiamo tutti di tempo ma non lo capiamo e lo diamo nelle mani sbagliate e lo scambiamo per cose inadeguate e lo dimentichiamo dentro le borse come le caramelle che non ci piacciono ma che ci ha regalato qualcuno che un po’ ci piace e allora ci dispiace buttarle via. Abbiamo tutti bisogno di tempo eppure quando non sappiamo come impiegarlo o pensiamo di non poterlo impiegare come vorremmo ci sembra un morbo incistato che va ucciso, disciolto nell’acido dei pomeriggi che proprio non siamo riusciti a digerire.

Ho bisogno tu ti legga tra queste righe e legga dentro te cosa c’è scritto a ogni voce.

6) Una tazza

La mattina gocciola dalle finestre con le persiane ancora solo per metà aperte e le dita con le nocche bagnate dall’acqua per le mani appena lavate provano a fare attrito contro la moka ma faticano e la caffettiera si apre a stento come se fosse ancora restia a svelare il proprio segreto. Il caffè salvera il mondo (per chi ci crede).

Oppure è sera e la sera sa fare queste cose divertenti che consistono nel disegnare sul cielo le stelle prima a una a una, con estenuante lentezza, poi tutte insieme, contemporaneamente in punti diversi. Così finisci col perderti le prime, perché il tempo intercorso tra la comparsa di una stella e l’apparizione di un’altra era troppo lungo per restare attenti. Così da perderti le ultime perché hanno fatto capolino troppo precipitosamente. Fortuna che hai una tazza di tè che basta rivolgere al cielo e le riflette tutte e affondi il cucchiaino e lo giri con foga e quel mulinello di acqua torbida e inebriazione le ingoia tutte come se fosse davvero più facile trovare spazio per stipare le cose che vogliamo conservare invece di prestare, involontariamente, spazio a cose che vorremmo tralasciare e invece restano appiccicate a noi.

O magari non è né sera né mattina e non è neanche esattamente pomeriggio, è quel momento della giornata che ognuno vive un po’ come gli pare, anche in base a quando si è svegliato, a quanto ha dormito, a quanto odia la propria vita, a cosa sta aspettando o a cosa ha ormai smesso di aspettare. E la tazza si riempie di un liquido a caso, questione troppo personale per sbirciare.

Abbiamo bisogno non di una tazza ma della nostra tazza per versarci dentro qualcosa che ci tiri fuori la voglia di (ri)appropriarci di ciò che in realtà è già nostro.

E poi… 4 cose. 4 cose che sono cose effettivamente pericolosamente re-inventate da me. Cose con nomi strani. Chissà se chi mi legge saprebbe indovinare ogni cosa cos’è.

7) Un gioco… “Pacinatorio”

8) Un progetto del Kaizen

9) Un quaderno del disappunto

10) Un calendario… “Magnonico”

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13 pensieri su “Come diventare bravi da paura scrivendo (in un blog emergente)

  1. Una tazza, diceva il tale (Tal dei Tali, piuttosto famoso anche se un po’ fumoso), non è utile in quanto oggetto, ma in quanto delimita uno spazio, ciò di cui abbiamo bisogno. Ma tu vuoi la TUA tazza, perché lo spazio di cui hai bisogno è intimo e lo proteggi. Il limite non serve a contenere, forse a lasciare fuori, perché hai bisogno di spazio, il tuo spazio nella tua tazza, dove rimestare il gorgo dei tuoi pensieri e sogni e paure.
    Tu dici tazza e io penso a un tè alla pesca, preso assieme in quel non-luogo in cui per entrare basta chiudere gli occhi ed esserci.
    Mi piace il tuo progetto del Kaizen, a ben vedere ogni buon progetto di scrittura è Kaizen. E allora ti (ci) auguro di realizzarlo.
    (Sì, ho imbrogliato con google).
    Il quaderno del disappunto me lo immagino come un anti-diario, un posto dove riversare solo i cattivi pensieri, per esorcizzarli e buttarli nel fuoco per vederli svanire in fumo e cenere.
    Il resto penso che attenderò di scoprirlo, intanto metto su un tè.

    1. A) come “Allora se abbiamo bisogno di tanto spazio perché poi (il più delle volte, non sempre, ok, ma il più delle volte secondo me sì) ci ostiniamo a restare nello spazio angusto delle nostre quattro mura (che a volte non sono neanche quattro mura, a volte è più una pentola capovolta, o peggio, una padella, e noi dobbiamo accucciarci per starci dentro, fare il contrario di ciò che si dovrebbe fare normalmente, il contrario di crescere, l’obbrobrio di un’involuzione teoricamente controllata)?”

      N) come “Non c’è niente con un sapore più buono delle parole che ci si dice anche stando zitti perché hai la bocca piena. Di tè. Alla pesca.”

      C) come “il bello di un progetto del Kaizen è che in qualche modo forse ti darebbe il tempo di progettare non solo un piano B ma anche un piano C, all’occorrenza, ma un piano B o C che dir si voglia è per definizione un piano di riserva e perché mai dovremmo accontentarci di riserve quando la nostra vita è l’unica squadra in cui dovremmo sempre essere titolari?”

      O) come “Ooooh sapevo che la tentazione di imbrogliare sarebbe stata troooooppo forte!”

      R) come “Rassicurazioni che rosseggiano verso bei tempi che si sperano… Ne abbiamo abbastanza. Ci vuole un posto in cui non raccontare quanto siamo grati e fortunati e felici e ripeterci quanto siamo intelligenti e bravi e quanto il mondo sicuramente si accorgerà a breve di noi. Ci vuole un posto in cui buttare via tutta l’insoddisfazione, la frustrazione, un quaderno a cui raccontare tutte le scuse che vorremmo raccontare a noi stessi così da non avere più voglia di raccontarle a noi stessi”.

      A) come “A ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria”. Tu sei qui, con me e con (il) te e io non posso far altro che fornirti il fuoco per far bollire l’acqua e, soprattutto, la voglia di berlo per tanti altri pomeriggi, questo tè.

  2. Tazza amica! Il semplice gesto di tenerla in mano fa sentire meglio. Quanto a indovinare i prossimi oggetti in versione Monia, non ci provo neanche, ma ti dico che il quaderno del disappunto mi sta già simpatico. 🙂

    1. Sai Grazia io ti ci vedo tanto con una tazza in mano mentre parli piano e con le tue parole distendi gli animi come un buon tè caldo al momento giusto!
      (Quaderno del disappunto is new diarioscolasticodeipiùphighidellaclasse)

  3. Ti ho dato i miei occhi e il mio tempo per leggerti, scrivermi e scriverti. Bevo in fretta da tante tazze anonime, funzionali a limitare lo spazio del liquido che mi versano. Ma bevo dalla mia tazza e sono a casa e sorseggio lentamente, soffio sul bordo e tutto si ferma. Tutto è conosciuto. Le mie mani circondano la tazza senza bruciarsi. Nessuna paura. Nessuna pietà.

    1. (Diego, secondo me dovresti rileggere il tuo commento al post precedente e pensare se VERAMENTE non sei pronto per la penna. E te lo scrivo tra parentesi perché è un po’ come se fossimo vicini e io te lo stessi sussurrando tra un soffio e l’altro alla tazza calda).

  4. Per ora faccio saltellare nella mente la tazza e il diario.
    Una tazza, spessa, per poterla tenere in mano assaporandone il contenuto senza rischiare che ci scivoli da mani arroventate. Bisogna conoscerla, saperne capienza e resistenza prima di mettervi il contenuto che va assaporato fino all’ultimo sorso e all’ultimo sbuffo di fumo. Che bello nelle sere invernali farsi scaldare il corpo dal calore emanato e la menta dall’arona scelta. Ma divago.
    Il diario del disappunto. Un diario in cui mettere le parti peggiori di me affinché l’inchiostro e la carta, mostrandomele, mi permettano di riassaporarle. Anche qui c’è aroma e calore. Spesso brucia. Ma il segreto sta nel sorseggiare per far si che ogni particella trovi il posto giusto dove collocarsi in noi.

    1. Benvenuta Sonia!
      Leggendo il tuo commento non ho potuto fare a meno di leggere e rileggere un aggettivo: “spessa”.
      Perché a volte lo spessore ci sembra un ostacolo ai nostri obiettivi.
      Se la parete da abbattere è spessa si fa più fatica.
      Se un libro da leggere è spesso ci si mette più tempo.
      E invece a volte, come nel caso che hai brillantemente colto tu, lo spessore non ti frega. Ti salva.
      Quindi nel quaderno del disappunto potremmo anche scriverci questo, mi sa “mi scuso con me stesso per tutte le volte che ho guardato con disappunto al mio spessore, perché è lui che ti permette di non rischiare che il contenuto scivoli da mani arroventate”.

      1. Non posso che appoggiare questa dicitura. Ho solo immaginato a quelle volte in cui mio malgrado ho dovuto bere del tè in un bicchiere di carta. L’esperienza delle piccole cose porta a significati altri impensati.

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