Come scrivere e (ciononostante) essere felici

come scrivere

Ogni volta che un impiastricciatore di fogli ha voglia di scrivere ma soffre perché non ha gli strumenti che vorrebbe… Un calamaro magico muore

Ehila! Sappi che seguono 17 righe di vaneggiamenti. Ti avviso così se vuoi puoi saltarle a piè pari.

Ho gli occhi rossi perché ai miei occhi non basta assumere il colore che pare a loro quando vogliono.

No. Loro di tanto in tanto fanno questa cosa divertente che consiste nell’invitare a cena un qualche ospite indesiderato a caso (come se tua nonna alla cena di Natale invitasse un tuo ex fidanzato o una tua amica invitasse alla tua festa a sorpresa una tua ex amica o al deus ex machina (insomma abbiamo capito che è la parola “ex” a fare tendenzialment schifo) si rompesse un ingranaggio e si ritrovasse a scendere dal soffitto della casa sbagliata nel momento sbagliato).

Ma quando i miei occhi sono rossi hanno la vista a infrarossi e vedono i corpi caldi anche al buio del futuro che è buio perché è un’incognita e perché vaglielo a dire a chi ha mesi e mesi di tenebre senza fine che “non esiste notte tanto lunga da impedire al sole di risorgere”.

Quindi, vedo rosso. No, scusa quelli sono i tori e io non bevo neanche redbull. Vedo le cose che saranno, soprattutto se saranno roventi e ci vedo tutti intenti a sentire caldo fuori e freddo dentro e a provare la strana voglia di fare davvero qualcosa (non solo pontificare ma proprio fare, ché in fondo forse è vero che ha bisogno di scegliere solo chi è indeciso, chi vuole fa e basta) e provare allora a sfruttare (nel senso di mettere a frutto) questa voglia, a battere il ferro finché è caldo.

Ma poi manca la pinza per tenere il ferro caldo e l’aggeggio che si usa per batterlo, qualunque esso sia, e la fiamma diventa una tintarella sbiadita comprata in formato spray buona soltanto a impiastricciarti le mani e a farti sembrare la brutta copia di un film già brutto, come il rifacimento di un film girato in una certa nazione (che secondo me ha lo strano primato di produttrice di film noiosi).

Ecco, io voglio una pinza all’altezza del fremito alle dita che ho.

Ma hai letto o hai saltato?

10 cose che odio (non avere) della scrittura

1) Una penna

Qualche volta capita un momento bellissimo nella vita delle persone che è quel momento in cui tutto fluisce senza intoppi e fluisce perfino nella direzione giusta e “panta rei” non sembra più una di quelle frasi che tiri fuori per cavarti d’impiccio (sperando di non essere effettivamente dentro una cava e che quella cava non sia collegata a un fiume), no, il panta rei diventa quasi una meravigliosa promessa mantenuta. Perché tutto scorre nel migliore dei mondi. Una fluidità armoniosa.

Questo panta rei soave non si applica mai alle penne. Soprattutto se sono in mano mia.

Provi aumentando la pressione, provi con il calore, provi con le cattive e addirittura con le buone. Ma niente. La penna dopo un po’ si inceppa, ti molla sul più bello come una fidanzata che non hai mai capito fino in fondo e che ti lascia proprio quando iniziavi a prenderci gusto.

Io cerco affidabilità ma anche estro, originalità ma senso pratico. Insomma un principe azzurro che invece di azzurro è nero. Inchiostro.

 

2) Una matita

Io ne sono convinta: ci sono delle fasi e delle frasi fatte per essere scritte a matita. Non puoi farci niente, è così e basta. Ma non dire “matita” se non l’hai ancora agguantata: potresti ammattire cercandola! Perché le matite si dividono in due grandi categorie: o sono troppo morbide o sono troppo dure. E i temperini? I temperini che non temperano o temperano troppo o temperano male, insomma i temperini che sono come le persone che quando c’è qualcosa da fare o non la fanno o si impegnano perfino troppo ma nel modo sbagliato? E le matite con le mine che tu premi e toh, compare una mina nuova ma poi per scoprire come aprire la matita e mettere le mine nuove, quando quelle dentro sono finite, devi chiamare un ingegnere o un fisico nucleare? E magari l’unico fisico nucleare è il tuo ex o la tua e machina o il deus ex machina di cui si parlava sopra (se non capisci il riferimento è perché hai saltato le 17 righe di vaneggiamento e se salti i miei vaneggiamenti meriti di non capire i riferimenti)?

Il mondo ha bisogno di matite belle, belle come la matita in Gone Girl, se vi piacciono questo genere di cose, o belle come dei piccoli razzi rubati a un anime giapponese se vi piacciono questo genere di cose.

Il mondo ha bisogno di matite che non ti mandano in circolo schegge di quercia secolare se le tocchi subito dopo averle temperate e che non lasciano sul foglio tracce sbavate come se la suddetta fidanzata avesse incontrato un nuovo fidanzato e poi questo l’avesse lasciata dopo essersi sbafato “i suoi anni migliori” e lei avesse pianto tutte le lacrime (più una) permesse dal suo mascara waterproof.

 

3) Le basi del pennarellume

Ci sono cose che non si possono spiegare, giusto? Perché il cielo è azzurro, perché le estati corrono e gli inverni camminano, perché la possibilità che un evento si verifichi è direttamente proporzionale al timore che tale evento ti suscita… E tra questi perché c’è anche il “perché certe cose sono da scriversi con la penna, altre con la matita e altre ancora con un pennarello?” e “perché tra le cose scritte a penna (o anche a matita, ma meglio a penna) ce ne sono alcune che si meritano un tratto di evidenziatore che un po’ le esalta e un po’ le spegne perché a furia di vederle fin troppo bene magari rischi di smettere di guardarle?” La risposta è la stessa di quando hai un nipote o un cugino o un figlio piccolo e lui ti chiede perché lui non può mangiare la seconda pallina di gelato mentre tu sì: “perché sì”.

Serve un kit di sopravvivenza per avere qualcuno dei colori irrinunciabili sempre a portata di mano, per non doversi ritrovare a scavare il fondo dei cassetti (il fondo dei cassetti è un luogo pericoloso, non avventurartici) alla ricerca di un pennarello nero per scrivere una frase a effetto sul polso o su una pietra (chi non scrive cose sul polso e sulle pietre) e/o alla ricerca di un evidenziatore che salvi certe parole dalla mediocrità lattiginosa dello sfondo bianco come certe notti.

 

4) Pellicola per scrivere ovunque

“No non è battaglia navale”.

“No, non è che mi annoiavo e mi sono messa a giocare a tris da sola”.

“Ah, non hai mai avanzato nessuna di queste ipotesi? Pensavi semplicemente fossi al telefono e avessi bisogno di prendere un appunto, ma no, non lo sai che io prendo gli appunti mentre sto al telefono senza grossi problemi, che poi io quando mai sto al telefono nel senso di parlarci al telefono”.

“No, non è una mappa del tesoro e no, il tesoro non è nel nel mio armadio e no, farmi credere che potrebbe esserci non mi farà improvvisamente venire voglia di mettermi a riordinare”.

Sì, la mia scrivania, in certi momenti del mio ciclo di vita da plasmodio che cresce e poi si inanella in tutta una serie di cose e qualche volta va in letargo e altre volte lisa tutto quello che ha intorno, ecco, in certi momenti la mia scrivania ha delle scritte. Poche o tante, più spesso abbastanza, scritte. Scritte ovunque.

Abbiamo bisogno di questa cosa che è un po’ come la pellicola per gli alimenti (che io non so tagliare usando gli appositi denti e non posso neanche tagliarla con le mie unghe così la taglio con la foga e viene tagliata sempre male perché sarà pur vero che nella vita la passione serve ma la carta stagnola non sempre la pensa così). Un rotolo di fogli che stacchi e appiccichi su un supporto a caso e poi scrivi. Semplicemente. Wow.

 

5) Un taccuino/blocco note/spacciatore di fogli chiuso nel mio armadio

Sogno blocchi con gli anelli o senza anelli e quaderni cartonati o no, a scelta, e carpette e agendine e il tutto con meravigliose copertine originali, copertine che significano qualcosa per me ma magari anche per te perché c’è qualcosa che è significativo per entrambi e allora potremmo anche diventare significativi l’uno per l’altro (ammesso che già non lo siamo).

Me ne basterebbe uno, non so ancora esattamente il modello, ma l’importante è che sia bello fuori e bello dentro. Con tra le pagine, lasciate a riposare, frasi che sembrano casuali ma non lo sono mai. Perché anche tu quando compravi il diario scolastico ti mettevi a scorrere tutte le pagine per leggere i messaggi disseminati nei giorni dell’anno, vero?

E poi…

6) Una tazza

7) Un gioco… “Pacinatorio”

8) Un progetto del Kaizen

9) Un quaderno del disappunto

10) Un calendario… “Magnonico”

Ma perché queste cose sono necessarissime necessarie te lo spiego nella prossima puntata

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14 pensieri su “Come scrivere e (ciononostante) essere felici

  1. Le mie penne funzionano, forse tu le usi poco e l’inchiostro si secca. Io ho una bella scorta di bic.
    E anche di matite. E di gomme. E un quintale di fogli di carta da riciclare che basteranno anche ai miei figli.
    I pennarelli li usavo solo per disegnare, ma sono poi tornato a pennino e calamaio.

    Il progetto del Kaizen sembra quasi… il progetto del Kaiser 🙂
    Il quaderno del disappunto mi piace.
    Il calendari “Magnonico”… o Monionico?

  2. Ciao Monia!
    Matita e gomma sono i miei due inseparabili amici che giocano tra una rilettura e l’altra sopra i miei fogli. Non sono ancora pronto per la penna. Continua a scrivere Monia, sei nata per farlo. E usa la penna!

    1. “Non sono ancora pronta per la penna” è una bella frase perché mostra tutto il (difficile) percorso che si deve fare per essere convinti delle proprie cose quando per essere convinti delle cose, in generale, ci vuole tempo e impegno e a maggior ragione quando si tratta delle proprie di cose perché di se stessi si è (quasi) sempre faticosamente ma “spronevolmente” insoddisfatti.

  3. Concordo su penne, matite (colorate, le mie) e pennarelli. E poi carta, sì. Mi piace usare quella riciclata, ma non riesco mai a finirla perché è autorigenerante, perciò finisce che passo il tempo a fare gli occhi di triglia a certi quadernoni… oppure a quei quaderni meravigliosi che sembrano antichi, oppure a quelli indiani, con la copertina di cuoio, le pagine fatte a mano e il laccio per chiuderle, hai presente? Okay, lasciamo stare… 😉 (Piacere sentirti!)

  4. Io sono meno romantico: scrivo anche su display tremolanti in attesa di rossi che facilitino l’impresa. Ma sul comodino sempre foglio e penna. Certi lampi che vagano in mente vanno catturati altrimenti.. persi per sempre.. ma le bic non si seccano neanche a me, come a Daniele, e ce n’è comunque sempre una di riserva, anche in piscina, nello zaino, in valigia.. e poi usb che tracimano, carta la più disp(a/e)rata, tastiere sconosciute, blog sconosciuti.. che accolgono a commenti aperti…

    1. Il display ormai è praticamente la norma. Veloce come lo strappo (per nulla) indolore che o lo togli in quel momento o rischi di non poterlo levare più.

      Ragazzi, datemi una mano con le penne allora!

  5. La Bic innanzitutto.. lì l’inchiostro ancora ribolle. E sopratutto nera.
    Poi ci sono i surrogati, le penne del ferramenta o le cariatidi dei tre stelle.
    Tutte seccate di vivere. E tristemente blu.

    1. Nella casa eudaimoniaca sono le nere che, forse a furia di ribollire, sembrano essere diventate acque torbide in cui nessuno vuole più immergere i proprio pensieri.
      Per questo non scorrono sul foglio.

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