Duty free

duty free
Fotografia di Ren Hang, scoperta qua:
http://www.artwort.com/2015/05/13/fotografia/ren-hang/

C’è questa storia che no, non so se è esattamente una storia, è più un racconto di una storia, di una stori(ell)a con una sua morale, è più una di quelle frasi che fa effetto, solo che non è proprio una frase, è più un periodo, sarà che è un periodo che non sto troppo bene, come se si potesse stare troppo bene, come se funzionasse come funziona per lo stare troppo male e quindi, dicevo, non so esattamente cosa sia questa cosa che ti sto dicendo ma so che a me l’hanno detta mentre il legno premeva contro il ginocchio o forse era il ginocchio che premeva contro il legno, perché il legno era lì da prima, il legno era sempre stato fermo. Come te che sei il mare e io sono il sole e tu lo sai che ho caldo, così caldo che qualcosa dentro di me ogni secondo muore, ma non ci pensi nemmeno a scivolarmi addosso col sale che erode i raggi di questa bicicletta che non ho mai saputo guidare. Tu no, tu resti fermo e io sto per venirti addosso, inchiodo, poi mi arrendo e mi inabisso. Quindi, c’è questa storia che dice che quando due cuori sono lontani sono, appunto, lontani e allora è così difficile per loro sentirsi che per potersi parlare devono urlare. Così se tu adesso sei arrabbiato con me, non so bene perché, ho ancora lingue di stalattiti abortite sulla pelle e interi quadrati rossi e dolenti come se tu fossi la flogosi e io l’ospite della tua infezione, ecco, se tu sei arrabbiato con me urli perché il tuo cuore lo hai preso e lo hai spostato, ti sei fatto posto tra le coste, magari, hai divaricato lo sterno con preoccupante flemma e hai lasciato che i suoi stessi battiti fossero la spinta capace di portarlo dolorosamente lontano da qua. Smettila di interrompermi non dicendo niente. C’è questa storia che parla di urla e di cuori e c’è questo cuore inciso sulla panca che in effetti non sono certa sia un cuore ma appena l’ho visto ho pensato a un cuore. Sarà che ci piace completare le cose con la nostra immaginazione affinché somiglino a ciò che vorremmo fossero. La storia continua parlando dei cuori che vicini sono così vicini che possono parlare al volume a cui senti parlare se poggi l’orecchio contro la porta, ti ci metti d’impegno e provi a sentire quelli che nella stanza accanto si stanno limitando non già a gridare ma solo a parlare. Insomma, un parlare come con la bocca riempita di ovatta, forse sono una bambola e ho cotone dentro il petto, sotto la carne, che non sarà carne, delle braccia, dentro la pancia, boccheggio e l’aria dalle mie labbra fila via come zucchero filato. Mi piaci perché non mi hai mai imposto niente. A parte la tua presenza, le porte che sbattono a mezzanotte, gli sguardi lunghi come le gambe di quella ragazza che correva a piedi nudi sull’asfalto ed era agosto e tu le hai guardato le gambe e io ti ho guardato guardarla mentre lei guardava un altro e ho guardato se lei, lei l’altra, non la ragazza, ti avesse visto guardarla e ho pensato che tutto sommato andava bene così. Andava così bene perché finalmente non andava bene niente. E non ho urlato, non ho preso quel pugno di sangue che cola e sbuffa e si arresta giusto il tempo di prendere fiato per sé, sono rimasta vicina ma non troppo, dietro la porta, che è una vetrata, non sai che ho una porta che mi separa da te quando abbassi le imposte e io mi  impongo di non fare rumore perché hai il cuore con le cuffie quando si tratta di ascoltarmi ma poi quello stesso cuore è un pipistrello che sente gli ultrasuoni e tu sei un vampiro e domani dimenticherai il suono che fa un braccio quando ci si affonda dentro, epidermide, strato corneo, granuloso, spinoso, basale, derma, vasi sanguigni, nervi, e prima le cellule che ti colorano la pelle. E sei di tutti i colori mentre ti racconto questa storia e ti chiedo di smetterla di urlare.

Mi piace il legno. Soprattutto il legno quando è chiaro e io posso camminarci scalza e poi salire su un soppalco e stare coi piedi a penzoloni mentre di sotto tutte le molecole si incontrano, si scontrano, si amano, si detestano, si separano, si azzuffano per dove mandare le babymolecole a scuola e poi vanno al parco per dimenticare, dondolando e scivolando, quanto sono bravi a cadere, ripetutamente, nella tentazione di farsi male.

Mi piacciono anche le storie, anche quelle con le corde tendinee del cuore e le corde vocali. Soprattutto quando posso avvicinarmi a te e chiederti, sussurando “ehi ma tu, qui che non ci vede nessuno, che mi chiederesti?”

Istruzioni per l’uso per il post (scritte alla fine perché tanto lo so che le leggi sempre dopo aver litigato con i pezzi del mobile e con il trapano e con il muro e diamine trovo solo le istruzioni in danese, perché non ho provato a imparare quando mi piaceva tanto quella bionda, come si chiamava? Frena? Frega? Freya! Ciao Freya, ich liebe dich)

Nella prima parte ci sono io che scrivo.

In genere faccio questo qui, non so se si è notato ma sì, di solito mi metto davanti al pc, mi lego i capelli se sono sciolti e me li sciolgo se sono legati, sposto i fogli, disordinati sul tavolo, per creare con essi un nuovo, inedito, caos, e provo a battere il tempo che passa, il sonno che arriva nei momenti sbagliati, i morsi di zanzara, i capelli bianchi, quelli che hanno la stampa con gli angeli sopra la testata del letto, le penne nere scariche, le mie unghie disastrate, la pasta scotta, la corda delle imposte che si inceppa mentre il sole la usa per impiccarsi…

Nella seconda parte ci sei tu che scrivi.

In genere io, combattendo e alleandomi con tutte le cose dette sopra, quando ricevo qualche email rispondo, ma poi noi siamo fatti così, noi che ci scriviamo e ci rispondiamo e non ci limiteremmo a scrivere, noi siamo quelli che se ci vediamo (ma quando ci vediamo?) ci salutiamo, ecco, parliamo, parliamo e a volte il discorso sfugge di mano e diventa un’altra cosa e le domande restano in gola e le richieste, un po’, pure e invece io voglio che qua tu possa venire e fare un po’ come ti pare, prendere il succo di mirtilli e rovesciarlo sulla tovaglia di lino bianca (tanto non ho succo di mirtilli in casa) e dire che questa macchia così poeticamente appiccicosa ti fa pensare a me quando ti scrivo una cosa che è più che una storia proprio una cosa, a suo modo viva, con occhi e zampe o gambe che ti sembra meravigliosa e allora questa cosa inizia a spandersi dentro di te ed è scivolosa e non sai più a cosa impigliarti per non lasciare che ti macchi. Allora ti arrendi e ti lasci appiccicare.

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11 pensieri su “Duty free

  1. Mi piace il succo di mirtilli, dolce, denso e scuro, mi piace pure la marmellata di mirtilli, come pure tutti i frutti di bosco, ma c’hanno quel bruttissimo vizio d’incastrarmi i loro semi tra i denti (di Seme mi basto e avanzo) e io a perdere tempo con la lingua, come fosse l’unidcesimo (o ventunesimo (o ventiduesimo?)?) dito a cercare di disincastrarli, finendo solo per farmela diventare insensibile e se è insensibile con cosa mi gusto poi la loro dolcezza?
    Ma tu mi metti a disposizione una tela di lino e allora dipingiamo, anche se, a dir la verità, col disegno me la cavo pure ma a dipingere sono un po’ una frana. Allora vado a istinto (come quella volta in Francia, a Limoges, assieme a Sophie) e coloro con le dita; magari uso la lingua, dito part-time (tanto ne ho altri dieci (o venti(o ventuno?)?)) e dipingo con quella.
    E insomma, eccomi qua, a scrivere di parlare di dipingere. E tra un sorso e una macchia di mirtillo, dimmi un po’: ci si vede o no?

    1. Ho sempre pensato che la lingua fosse un organo che ha molto da dire, però, oh, Seme, tu ti sei superato!
      (Sì, mi farebbe molto piacere, se mi leggete qui, Calamisti, emailizzatemi di possibili adesioni, perché vorrei fare un gruppo piccino ma… Compatto)

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