Io (non) treno

Io (non) treno

Le cose che finiscono si dividono in due categorie: quelle che quando finiscono ti fanno tirare un sospiro di sollievo e per un po’ sollevi le mani in alto, “guardami, mi arrendo, mi hai stesa, la prossima voglia stendimi meglio però” e quelle che invece il sospiro te lo fanno tirare comunque (perché i sospiri si tirano e attirano. Quando si cicatrizzano poi sapessi come tirano) ma è un sospiro più del tipo “uau, fatto, e adesso? Ancora!”

Ecco.

Il Calamorso oggi, all’ora delle streghe, chiuderà i battenti. Domani pubblicherò i nomi di tutti coloro i quali hanno partecipato e il vincitore del Calamoquio sarà nominato. E sarà come aver appena iniziato.

Io (non) treno

Per prima cosa devi alzarti. Devi sempre alzarti prima di sdraiarti di nuovo. Altrimenti non si tratterebbe di “andare di nuovo a sdraiarsi” ma solo di “restare sdraiati”. E le cose piacevoli spesso sono piacevoli più per contrasto che per luce propria. Perciò ti tocca alzarti e toccare tutti gli orologi di casa con un movimento così fortuito da poterti un giorno convincere che non sia stato il tuo. Ci vuole talento per manomettere la propria vita. Soprattutto quando non si è mai stati in grado neanche di prenderla per un istante in mano.

C’è il metallo, appuntito, con la molla che tiene in posizione le batterie ti ferisci un dito, ma il sangue non vuole saperne di uscire. Quante tragedie mancate. Quanti abissi evitati per colpa dell’incoscienza. Ti infili il dito in bocca, sa di ferro, e le gambe le infili sotto le lenzuola, come il ferro sono fredde, infili una mano sotto la sua maglietta e le labbra nella finestra sottile di pelle, la curva del collo tesa, esposta, lasciata indifesa in mezzo alle tende dei suoi capelli. La prima volta è facile poi tutto si complica.

C’era lo stagno col fango che scattava fotografie bruttissime e reali a chi lo fissava e c’erano le gocce d’acqua che si facevano strada lungo la nuca e l’ombrello rotto tenuto in mano storto come un giocattolo usato e poi rovinato, come una persona usata e poi distrutta. Ahi, ti fa male la spalla. Lo senti? Lo sfregare della spallina dello zaino, il peso dei libri che non vuoi leggere (perché quelli che vuoi leggere no, quelli non pesano affatto), l’urto continuo, sistematico, contro chiunque messo lungo la tua strada, sbattere contro la gente indifferente per arrivare in tempo, sporcarsi le scarpe, l’orlo dei jeans, bagnarsi le gambe, sentire tra i denti quel sapore di ferro di quando le labbra aprono finestre mentre sulla strada si affacciano le imposte ben chiuse perché fuori piove. E fa freddo. La prima volta è la prima perché tutte le altre possibili prime volte si sono fermate. Prima. Ci dovrebbero essere le papere in quello stagno che ha lo stesso colore degli occhi di lei quando lei è arrabbiata e il vento soffia un po’ più forte per farsi sentire e far sentire che tutti i marinai possono avere un buon vento, almeno una volta nel corso della loro navigazione. Ormai piove solo sul biglietto sgualcito, righe d’acqua lo tagliano mentre le dita lo bagnano fino a renderlo illeggibile.

Ci sono le palpebre, certo, il sottile strato di pelle che lei tinge sempre di viola o di verde e che puoi serrare forte fino a non leggere e poi aprire gli occhi e vedere tutto ma non vedere bene niente. Ci sono le mani, certo, il palmo della mano bianco e piatto dentro cui far sprofondare la vista quando non c’è niente da guardare, state indietro, lo spettacolo è finito, non c’è niente da vedere, abbiamo detto che non c’è proprio niente da vedere. Ma nessun trucco è mai efficace come il trucco della sparizione.

Stendi le gambe, punti i piedi e ripensi a quando eri alla stazione, per andare dai voti inchiodati ai muri crepati della scuola, ma avevi troppo la pelle d’oca, così hai inchiodato i piedi davanti allo stagno come una vittima sacrificale farebbe davanti al suo altare e hai ripensato a lei che era così bella anche quando qualche giorno prima aveva davanti la versione da tradurre e sembrava boccheggiare da quanto non sapeva proprio che pesci pigliare. E hai ripensato al fatto che ci sono i pesci e ci sono gli acquari e ci sono gli oceani e poi ci sono gli stagni. E a un certo punto il treno sfreccia davanti, allo stagno, e sfreccia davanti anche a te che dovresti essere dentro, il treno, e invece sei con gli occhi dentro lo stagno e dentro lo stagno vorresti restare. Un piccolo pesce che dall’acquario invece che buttarsi in mare inizia a strisciare, lascia una scia di acqua domestica lungo l’asfalto inospitale e poi si lascia annebbiare gli occhi e turare le orecchie dall’acqua melmosa dello stagno. Una cosa non è finita finché non la vedi finire. O finché non ti finisce lei.

Con la mano sotto la sua maglietta, con le dita nella sua pelle, affondate fino a appena prima di lasciarle i segni, la senti respirare. Una volta hai smesso di respirare abbastanza a lungo da pensare che si potesse dimenticare come si fa. Come ci si può fidare di qualcosa che mai impari a fare, che sai fare e basta e che, per la maggior parte del tempo non ti accorgi neanche di star facendo? Su nulla di ciò che è naturale si può fare affidamento. Ciò che si ottiene senza sforzo si perde senza accorgersene.

“Ma tu non hai un treno da prendere?”

Te lo chiede piano, con una voce che non èla sua, una voce che è una voce che appartiene ancora alla notte, agli incubi, agli occhi appannati, al letto sfatto, alla tua mano fredda sul suo corpo caldo.

È che in effetti a te i treni sono sempre piaciuti moltissimo. Per questo hai iniziato sistematicamente a perderli. Ci sono cose troppo importanti per essere fatte davvero. Ci sono momenti troppo perfetti, attimi disegnati con troppa cura per rovinarli con la sagoma di un corpo che sale affannato, si trascina come un bagaglio costretto a girare lungo il rullo perché nessuno vuole riprenderlo, nessuno lo reclama, una valigia che diventa di nessuno e si ritrova sui treni e i treni vanno sempre da qualche parte ma prima di andare da qualche parte sono tra la partenza e l’arrivo e allora non sono né dov’erano né dove dovrebbero essere e sono quei momenti di non-luogo gli unici in cui senti di essere esattamente dove dovresti essere.

Fingi di dormire per non dover rispondere alla sua domanda, fingi di dormire perché speri che per imitazione anche lei si riaddormenti. Non avresti mai dovuto lasciarla dormire da te proprio ieri notte. Lei è stata una ragazza troppo sveglia sin dai tempi della scuola.

Sembra rassegnarsi al silenzio, trovarlo comodo, muove i fianchi piano, inarca la schiena, quel silenzio se lo modella addosso, si fa spazio tra tutte le cose che non le dici, serra gli occhi per non vedere la luce come ogni volta tu serri le palpebre per non vedere l’ovvio e le serri così forte che quando riapri gli occhi nel mondo scopri di essere riuscito a disegnare sfere nere e fili luccicanti.

Il bello degli stagni è che riescono a cambiare ferocemente restando sempre identici apparentemente. Come certe persone. Non importa quanti anni siano passati (7), che ore siano (le 7), quanti giorni siano trascorsi dalla chiamata che ti ha detto che tuo padre stava per morire, forse volevi fargli un ultimo saluto, qualcosa del tipo “ciao, torno presto, promesso, sì ho preso le chiavi, no che non ci ubriachiamo, scusa che hai detto? Ah, non stavi parlando con me. Sono già diventato meno interessante della bottiglia di borboun nel terzo ripiano a destra e della voglia di parlare da solo ribadendo quanto odi stare qui.”. Non importa neanche quanti anni siano trascorsi dall’ultima volta che lo hai abbracciato, volendolo, (17) quel giorno che hai preso un treno, da solo, in gran segreto, per raggiungerlo perché era lontano ma sembrava vicino mentre ogni volta che era vicino sembrava sempre così lontano. Non importa neppure che giorno del mese sia (il 17) e che numero sia il mese nel calendario (il 7) e non importa neanche se là fuori magari c’è tutta una setta di figli che non perdonano i padri dopo che gli hanno spaccato il setto nasale, figli che a qualcuno possono sembrare automi settati sul non-perdono e assetati di vendetta mentre stanno cercando un loro equilibrato assetto.

Quella volta per perdere il treno hai voluto metterci tutta la maestria.

Non più i jeans ma i pantaloni del vestito buono, perché le cose buone si riservano solo alla morte, la vita è una cosa troppo rude. Ti fanno male gli alluci dentro le scarpe troppo nuove, che ancora non ti conoscono, che ne sapete voi di come cammino, eh? Cosa ne sapete voi di quella volta che sono caduto in un parco e sulle scarpe di tela bianche si è disegnata una striscia ocra che non è mai andata via e che sembrava una freccia e ogni volta che la guardavo non sapevo mai se era una freccia che mi sorrideva e mi rassicurava dicendomi che stavo sfrecciando nella direzione giusta o se era una freccia venuta a colpirmi. Chiamami Teresa o Sebastiano. Insomma, cammini, male perché a tenere i piedi in quelle scarpe non ci sei abituato e cammini distratto e così cadi e cadi in mezzo alla gente, cadi al rallentatore mentre intorno a te non rallenta niente, per niente. Potresti alzarti ma a te non piacciono le cose che potresti fare. Ti piacciono solo le cose che tutti dicono impossibili e poi tu le fai e ti accorgi che non te ne fregava niente di farle ma ormai le hai fatte e non si può scendere da un treno in corsa. O forse sì. Resti a terra col vestito buono sul cemento e i buoni propositi sotto la suola delle scarpe che ti hanno fatto scivolare. Non importa neppure quanti minuti resti a terra (7) prima di vederti il treno passare davanti e aver voglia di sfrecciare via in direzione opposta lasciando una scia color ocra.

Poi è arrivato il periodo dei treni strenna. “Non preoccupatevi, io parto presto”, “Non pensate a me, io sono in pratica già via”, “Ma no, non consideratemi, tra poco neanche mi vedrete più”, “No, non tenete conto di me dentro vostri piani, io a breve non sarò più neppure davanti i vostri occhi”. Quale regalo migliore si può fare a qualcuno che liberarlo del tuo peso? Quale dono è più di buon auspicio che il dono di sapere che di lì a breve quell’ingranaggio uscito fuori male uscirà di scena prendendo un treno e poi un altro e poi un altro ancora fino ad andare lontano ma così lontano che anche l’aggettivo lontano non rende l’idea? Poi, certo, un perditore seriale di treni quei treni non li prende mai. Ma resta un segreto tra lui, i suoi biglietti, i cereali lasciati a riposare sul latte prima di uscire per andare a perdere il treno e gli stessi cereali che toccano labbra, denti, lingua, esofago e tutto il resto, ma non prima di essere diventati nel latte una poltiglia informe perché serve del tempo per andare a perdere il treno e quando si ritorna niente è più lo stesso.

Perché perdere per sbaglio, perdere quasi senza averci fatto caso è sempre più semplice che perdere per scelta e anche più semplice che perdere dopo averci almeno provato.

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4 pensieri su “Io (non) treno

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