Il giorno che Charlie non andò alla guerra

il giorno che Charlie non andò alla guerra

Hai 16 anni e ti piace Esiodo quando Esiodo parla del “senz’ossa”, che non è altro che il polpo, che quando fa freddo, ma proprio freddo, ma così freddo che ogni cosa che non è fuoco è marmo o ferro, ecco, quando fa così freddo il senz’ossa si rode il piede. Quando non c’è più niente da metabolizzare, rospi da digerire, ostacoli da masticare fino a farne poltiglia di ricordi confusi, quando non c’è più niente da agguantare e addentare ecco che l’unica soluzione diventa l’autodigestione.

Perfino i treni di tanto in tanto si lasciano ingoiare dalle gallerie.

Ma quando un treno non ha più niente da mettere sotto i binari e corre corre per arrivare a strapiombo sul vuoto… Forse quel treno è meglio non prenderlo.

(Manca così poco alla fine del Calamorso che è come se mancasse tantissimo tempo. Perché il tempo ha questo strano modo di giocare: accelera e poi si arresa e quando arriva quasi alla fine della corsa sembra volersi godere il viaggio più che mai. Eppure alla nomina del vincitore del primo Calamoquio manca davvero poco. E sarai tu, sì proprio tu che leggi, a decretarne la vittoria, condividendo il tuo racconto preferito su Twitter e Facebook)

Il giorno che Charlie non andò alla guerra

“Cazzo”
Tremò. Tremava sempre. Il cuore quasi fermo e il respiro irregolare, la bocca calda e secca un deserto con qualche oasi di gin e sigarette. Si passò pollice ed indice sopra gli occhi, dalle tempie verso il naso, quasi a voler trattenere a sé la realtà, e la vita.
“Dovrei proprio distendermi un po’.”
Dormire, dio, non sapeva nemmeno più cosa significasse quella parola. Come ci si potesse sentire distesi su di un letto, coccolati dal cuscino, scaldati dal tepore dei propri sogni… ricordi sbiaditi, nulla più.
Il mondo era in guerra, ma per lui non era cambiato niente, lui la guerra ce l’aveva dentro.
La testa incassata tra le larghe spalle, le mani gelate affondate nelle tasche del cencioso bomber nero, logoro e stanco quasi quanto lui. Gli occhiali scuri. Questa la scena che vi sareste trovati di fronte se lo aveste incontrato quel giorno alla stazione, al Binario 3. Forse, presi dall’irrefrenabile voglia di riabbracciare i vostri cari, l’avreste a mala pena messo a fuoco, a stento avreste cercato di evitarlo, di sicuro ve ne sareste fregati del perché, mentre tutti tornavano a casa, lui se ne scappava in direzione opposta.
Il fronte si stava allontanando, il nemico batteva in ritirata, messo all’angolo come un pugile suonato, spalle al mare come Annibale e come il numide senza via d’uscita. Il canto delle mitragliatrici non sovrastava più l’armonioso sfrigolar dei grilli in quell’estate del 2016 ed i ragazzi dell’85 tornavano a casa. Lui no. E nemmeno io.
Ecco perché lo notai. Immerso fra la folla: invisibile, anonimo, eppure diverso. Vidi la sua figura stagliarsi contro l’innocente cielo del mattino, le gambe storte ciondolanti si fecero d’un tratto salde, piantandosi al cemento. Aveva i miei stessi occhi. Quelli di chi non conoscerà mai pace. Eravamo in pochi, quella fredda mattina al Binario 3, ad attendere il treno. I quattro stronzi della classe ’86 rimasti in paese, richiamati alle armi dai cervelloni romani, per “servire lo Stato e restituire l’antica grandezza al popolo italiano” ci avevano detto. Gettati in pasto ad un conflitto che non aveva più nulla da dire, ammesso che ce l’avesse mai avuto; a breve ci avrebbero paracadutati su Catania. Prima però, saremmo dovuti scendere a Roma, all’addestramento. E per farlo, con le strade ricolme di buche e cadaveri, non c’era altra via che quel maledetto treno. Ricordo ancora adesso, il giorno in cui, tornato da lavoro, vidi mia madre piangere sommessa, la foto di mio padre in una mano, il biglietto ferroviario nell’altra. Quei pochi centimetri di carta spessa, che le strappai rapidamente dalle mani, significavano gloria per lo Stato, un’altra foto su cui piangere per lei, un pugno allo stomaco per me.
Lo notai perché quella mattina era l’unico che sorrideva. Non uno di quei sorrisi belli e rassicuranti che avevano i giovanotti americani con l’elmetto e la Coca Cola in mano, raffigurati nei maxi schermo a Union Square , dove la folla si radunava per festeggiare le vittorie dei ragazzi a stelle e strisce, prima che la bomba – quella seria – spazzasse via la East Coast e tutta la loro sfrontatezza. Era invece uno di quei sorrisi da iena, uno di quei ghigni da fantasma che si vedono nei finti documentari horror. Era la smorfia in cui si tesero le sue labbra quando alle mie spalle e per tutta la banchina, iniziò a diffondersi una voce fra tutti i partecipanti a quell’improvvisato hub di comunicazione :”Volontario”. Proprio così. Iena stava partendo volontario.
Il caso volle che quel ghigno rabbioso ce l’avesse stampato su fin dalle elementari e che, ben prima di poter trovare un qualsivoglia motivo per essere incazzato con il mondo, i bambini più grandi lo avessero già iniziato a chiamare Iena. Fu quel capoclasse cicciottello con gli occhiali ad affibbiargli il nomignolo, sempre rosso in viso, alla fine della lezione di ginnastica, dall’alto del suo completo Nike troppo stretto e della sua erre moscia. “Iena, iena, iena” il lamento cadenzato a cui ben presto si unirono all’unisono le voci degli altri bambini. La palestra della scuola sembrava l’isola del Signore delle Mosche, e in quei brevi istanti in cui un bambino di sei anni sceglie se essere vittima del branco fino alla fine del liceo o correre dalla maestra, lui scelse di essere il dio sanguinolento cui gli inebetiti bambinetti del romanzo goldinghiano rendono onore. Si avventò sul riccioluto con lo swoosh sul petto, spezzandogli gli occhiali, portandogli via l’arroganza e l’occhio destro.
Il caso volle che non riuscii a distogliere in tempo lo sguardo da quel ghigno, la mattina in cui noi quattro stronzi dell’86 ci ritrovammo al Binario 3 ad aspettare il treno.
“Cazzo guardi” mi sussurrò fra i denti.
“Carino il tuo giubbetto. Ne avevo uno uguale” dissi. Ad ogni modo ero già morto. Il biglietto che avevo in tasca lo certificava. Tanto valeva farla finita lì, vicino alle rotaie.
“Mi prendi per il culo?”
“No, io… ecco… sono solo un po’ nervoso, tutto qui. La guerra e tutto il resto. Sai, sì insomma. La guerra, insomma, dio santo, fai la borsa, prendi le tue cose, dove ci manderanno, il treno…”
“Tu… parli troppo, e a me scoppia la testa. Invece di fartela addosso, renditi utile, sai dove posso trovare una birra, una vodka, qualsiasi cosa. Ci sarà pur rimasto un bar ancora in piedi in questo buco di paese, no? Su forza, accompagnami”.
Gli feci strada lungo il sottopassaggio che portava al Viale della Stazione – che fantasia che avevano i nostri avi – e sbucammo dall’altra parte della strada. In quei palazzi alti e tutti uguali, una volta ci viveva la mia fidanzata dei tempi dell’università. Ora, invece, accanto ai miei ricordi di studente bivaccavano reduci e sfollati. Non lo eravamo, forse, un po’ tutti?
Il silenzio iniziava a farsi pesante e per non lasciargli fiutare nuovamente la mia paura, iniziai un’altra volta a blaterare: “Certo che è una bella sfiga partire ora che la guerra è quasi finita, non credi?”
“È al tramonto che le stelle solitarie brillano di più.”
“Che cosa? Ma che cazzo… Io penso allo Stato Maggiore, che cosa si sono messi in testi quelli lì? Non sanno cosa fare con tutto il legno che hanno già fatto tagliere?”
“Smettila. Non hai idea di quante ore ti restino da vivere e tu che fai? Le riempi di chiacchiere e paura?”
“Non voglio morire.” Dissi, senza capire esattamente se stessi parlando con lui o con me stesso. Era la prima volta che le mie orecchie ascoltavano quelle parole provenire dalla mia bocca.
“Tutti moriamo. Uomini e stelle. Soltanto alcuni, però, per brevi istanti, al tramonto, brillano. Adesso andiamo a bere però. Sei riuscito a farmi tornare il mal di testa.”
Per il resto del tragitto non parlammo più e tanto meno incrociammo i nostri sguardi. Forse era proprio questa la guerra: estranei fianco a fianco con estranei che sparano ad altri fottuti estranei.
Entrammo nel bar, bombe o non bombe, la devastazione regnava in quel posto da secoli. Le carte frusciavano come era sempre stato, scivolando sui tavoli spinte da mani ingiallite e sordide bestemmie. L’odore di fumo stantio ci accolse sulla soglia e ci recammo dritti al bancone. Roberto, il proprietario, l’unico “oggetto” lì dentro forse più decrepito della struttura stessa, ci accolse come si accoglie un’ulcera o un emorroide. Iena tirò fuori 50 euro, e con una lieve spinta di indice e medio, li scaraventò sul bancone. A Roberto stette bene così e tornò ad asciugare bicchieri, pulendosi ogni tanto il naso con la parannanza. Io nel frattempo stavo continuando a tirar fuori chiacchiere su chiacchiere, senza soluzione di continuità. Più parlavo e più Iena trangugiava Americano; più i suoi occhi si spegnevano, più capivo quanto in realtà fosse lontano. L’alcool lo rendeva trasparente, quasi etereo. La sua sbronza fissa aveva un ché di nobile: era un cavaliere e quelle era la sua armatura. Iena non aveva paura di morire. Non era come me. Eppure eravamo entrambi lì, in un bar di fronte alla stazione, ad aspettare il treno che ci avrebbe portati a morire.
Sul finire del quarto giro, il ticchettio fissato alla parete attirò la sua attenzione. Scansò il bicchiere e scattò in piedi, l’orologio non mentiva: l’ora era giunta. Quella delle “decisioni irrevocabili”, come recitava il tizio al bancone, un tempo tabù ed ormai folkloristico file audio nell’elenco delle suonerie per cellulari. Corsi e ricorsi storici, diceva quel tizio più furbo di me di cui non ricordo bene il nome. Ben presto avremmo sentito il fischio del treno e quella morsa allo stomaco che ci avrebbe piegato le ginocchia. Tutti tranne Iena, ovviamente.
Scendemmo di nuovo nel sottopassaggio e sentimmo vibrare il pavimento sopra le nostre teste. Iena scelse forse il momento meno appropriato – o almeno così pensai io – per appoggiarsi alla parete variopinta. Me la stavo facendo letteralmente sotto. Il ghiaccio misto a paura fa quest’effetto, non giudicate. Il mio prossimo compagno d’armi tirò fuori dal suo cencioso bomber nero una sigaretta sgualcita. Accese, aspirò. Infine disse:
“Prima di partire, voglio rivelarti un segreto: la guerra la stiamo perdendo. Vengo dal fronte Atlantico e tutto è perduto. Casa mia non esiste più da un pezzo e laggiù fa tutto così schifo che venire fino a qui, in questo buco di paese, per fare la balia a voi quattro smidollati, mi è sembrata la scelta meno orribile. Le cose che vedi, leggi o senti, sono tutte menzogne. Quelli dello Stato Maggiore ci stanno mandando laggiù per prendere tempo, per poter scappare! Un’ultima alba di gloria per noi, la salvezza per loro!”
“E tu perché stai andando laggiù, se sai tutto questo?”
“Perché le stelle solitarie non hanno altra scelta che brillare. E poi morire.”
Con un movimento fulmineo scaraventò la sigaretta a terra, si scagliò contro di me colpendomi con tutta la rabbia che aveva in corpo. Poi fu il buio.
“Oggi è il tuo giorno fortunato. È giusto che siano i perdenti come te ad ereditare la Terra.”
Questo è quello che Iena disse al mio corpo esanime, quella gelida mattina, nel sottopassaggio che porta al Binario 3. O almeno, immagino sia andata così.
Mi sveglia che non c’era più nessuno. Niente treno, niente Iena, niente guerra.
C’era ancora la mia vita e non l’avrei sprecata.
Si dice che Iena vinse la battaglia di Catania quasi da solo, e che di certo avremmo vinto anche la guerra se solo non se ne fosse andato così com’era arrivato. Scappò, dissero. Ma io so che non fu così, e lo sapeva bene pure lui. Semplicemente, per chi ha la guerra dentro non può esserci vittoria.

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