Il quaderno rosso

il quaderno rosso

La sera torni a casa. Stanco. La gente ti ha costeggiato, ha corso, con gli occhi, lungo i tuoi fianchi. E poi ti è entrata dentro. Senza troppo riguardo. Perché siamo tutti treni, per gli altri. Quante vite ti sfiorano appena. Giusto il tempo di una ruota di un trolley che si incastra, della maniglia di una valigia che si stacca, di un binario che corre troppo veloce per tutto il tempo che abbiamo da perdere, di una stazione che di stazionario non ha nulla, una stazione che è un porto che accoglie tutti ma non invita a cena nessuno finché capisci che non c’è un altro banchetto, il buffet è adesso e tu stai facendo la spola sempre verso lo stesso tavolo. E quella minestra neanche è davvero di tuo gradimento.

(Una settimana ancora e il Calamorso giungerà al termine. Chi sarà il protagonista del primo Calamoquio?)

Il quaderno rosso

Sono gli ultimi metri che mi fregano. Corro verso il binario e, vedendo il treno ancora fermo, rallento l’andatura. Dieci metri, otto, tre. Le porte del vagone si chiudono. Da dietro il vetro il controllore alza le spalle, palmi in alto, e sfoggia un sorrisetto ebete. Più che un “Padre nostro” un “cazzi tuoi”. Io, da fuori, tengo in mano il mio abbonamento obliterato e non posso che rispondere: così sia. Il treno parte.
Una rapida occhiata al tabellone degli orari e apprendo che il prossimo treno utile è tra mezz’ora. Ho tutto il tempo di fare quel che non ho fatto stamattina, rapito dall’urgenza. Per prima cosa mi dirigo in bagno. Entro nel locale solo per uscirne nauseato due secondi dopo. I bagni puliti costano pochi centesimi, in compenso quelli gratuiti sturano il naso che è un piacere. Incredibile quanto possa essere rinfrancante l’odore dello scarico di un motore diesel nell’aria del mattino. Vado in apnea e rientro nel malsano ambiente. Una rapida minzione, fingendo di non preoccuparmi di cosa è a contatto con le suole delle scarpe, un lungo risciacquo alle mani e al viso, e sono pronto per la colazione.
Il bar è aperto da poco, frequentato da pochi viaggiatori e dagli abitudinari del mattino. Mi stupisco di quanto il caffè sia cattivo nonostante il marchio sia noto; abbondo con lo zucchero e mi rifaccio la bocca con un cornetto alla marmellata. Approfitto della pausa per capire come mai la sveglia dello smartphone non abbia suonato. È presto detto: l’avanzatissimo telefono è spento. La tecnologia progredisce ma si stava meglio quando si stava peggio. Uno qualunque dei vecchi mattoni elettronici a due colori avrebbe tranquillamente ovviato al problema. Accendo il diabolico marchingegno.
Finita la colazione, do una scorsa veloce agli aggiornamenti dei social network, un’occhiata all’orario e una al binario. Il treno che dovrei prendere ancora non c’è. Il tabellone elettronico mi informa del ritardo. So bene che “5 minuti” significa in realtà almeno dieci, più spesso quindici. Ecco perché quando leggo “20 minuti” le mie speranze di arrivare in ufficio a un’ora consona svaniscono.
Passeggiando mi avvicino all’edicola, mi disinteresso dei quotidiani e sbircio tra le riviste. Circumnavigo gli espositori esterni con in vista libri di ogni genere, dal best seller (sfido chiunque a trovare un libro che non lo sia) allo sconosciuto libello di un ancor meno conosciuto autore. Poso lo sguardo e la mano su una dime novel dalla copertina accattivante e l’acquisto.
Siedo su una panchina di marmo e le mie natiche perdono rapidamente sensibilità causa la bassa temperatura. Comincio a leggere e mi perdo in un mondo alternativo, pieno di loschi figuri, eroi stereotipati dalle gesta epiche, conquistatori di mondi improbabili. Attorno a me il popolo pendolare si affaccia al nuovo giorno di lavoro affollando la stazione, il vocio cresce e mi costringe ad alzare il volume dei pensieri fino a urlarmi in testa per poter leggere. Alzo gli occhi e mi ritrovo a osservare la zona pelvica dei miei nuovi vicini d’avventura. Non mi capita spesso di attardarmi tanto in stazione e non ho particolare piacere nel ritrovarmi in mezzo alla folla. Salgo in piedi sulla panchina, cambiando prospettiva; mi devo trattenere dal gridare “Capitano, mio capitano!” per vedere poi di nascosto l’effetto che fa. Osservo lo sciamare di teste che mi circonda, così simili a diligenti formiche operaie che escono dal formicaio alla ricerca di cibo per la colonia, e invece così diverse nel loro individualismo.
«Guardi che lì sopra la gente ci si siede!» mi apostrofa acida una signora. Torno a sedermi, mentre quella ancora mi fissa e si avvicina, invadendo il confine invisibile dell’intimità tra sconosciuti. Le sue labbra passano da un sorrisetto compiaciuto a una linea livida di disappunto. La fisso a mia volta, reggendo lo sguardo. Col cavolo che le lascio il posto. Alla fine, stizzita, demorde e mi porge le larghe terga.
Le vetture si susseguono tra i binari, sfoltendo via via la calca, finché solo pochi, tra cui il sottoscritto, ancora attendono il giusto mezzo. Quello che dovrebbe portare me al lavoro continua ad accumulare ritardo.
A fare la spola lungo la linea gialla di sicurezza, un vecchio che cammina gobbo a passi stretti e lenti, ricurvo sul suo bastone; ha in testa un’orribile coppola verde e veste occhiali scuri. Curioso il suo sostegno: agganciato poco sotto l’impugnatura c’è il campanello di una bici. A quale folle velocità potrà mai lanciarsi il vetusto corridore per averne bisogno? A contrapporsi al vecchio, un ragazzo alto, dal viso smunto e segnato da sporadici brufoli. Sembra in lotta con la gravità, coi vestiti cadenti, uno zaino dalle bretelle troppo larghe e i capelli lisci, tirati di lato, che gli cadono continuamente sul viso. Visto l’orario, mi chiedo se stia aspettando un compagno di fuga dall’aula, e chi sia, quand’ecco che la risposta mi si palesa. Ha il volto di una bambola di ceramica, ovale, dalla pelle chiara e liscia. Un rossetto molto scuro ne disegna le carnose labbra a cuore. Gli occhi chiari e grandi. La testa pare incoronata di boccoli biondi, eccetto che per la fronte, coperta da una precisa frangetta. Un abito nero, le spalle scoperte, la gonna vaporosa ben sopra il ginocchio e stivali neri dalla zeppa importante. Niente zaino per lei, ma una larga borsa sempre nera. Si abbracciano, lei e il ragazzo, e si scambiano uno dietro l’altro una serie di baci sulle labbra, sulle guance, sul naso. Sono una coppia improbabile, a mio sindacabile giudizio, ma non posso fare a meno di sorridere.
Il piacere della vista dei giovani amanti mi viene rovinato da un borbottio di sottofondo, espressione di contrarietà. A ogni bacio che i ragazzi si scambiano, il vecchio mormora «Uuh!» in un crescendo d’intensità. Il lamento non passa inosservato neanche al giovane, che si limita a guardarlo irritato. Il vegliardo distoglie lo sguardo, continuando però a sbirciare di sottecchi. Non scarterei l’idea di dare una spinta alla vecchia carcassa, in concomitanza col passaggio di un Freccia Rossa. Riprendo in mano il libro e mi perdo per un altro po’ nella lettura.
Il capotreno fischia e alzo lo sguardo in tempo per vedere i ragazzi salire. Da terra un’insolita macchia di colore attrae la mia attenzione, il rosso scarlatto della copertina di un quaderno. Mi avvicino, lo prendo in mano. Una serie di colpi sordi mi fanno scattare all’insù la testa e vedo un paio di labbra scure che mimano una parola facilmente comprensibile: “Mio”. Mentre la ragazza cerca di abbassare una finestra che proprio non vuol saperne di aprirsi, mi muovo verso la porta del vagone, ma quella si chiude e per la seconda volta mi ritrovo tagliato fuori. Il treno si muove e io lo seguo. Quando finalmente la finestra si lascia aprire, il treno sta già uscendo dalla stazione e il marciapiede è finito. Quale che sia il motore ad animare i miei pensieri, per una volta lo fa al momento giusto e alzando il quaderno le urlo la domanda più intelligente della mia vita: «Dove?»
Lei mi grida la risposta mentre il fischio della motrice ne copre il suono. Resto in piedi a bocca aperta a guardare un altro treno perso che si allontana.
Per qualche ragione che non riesco a definire, non essere riuscito a restituire il quaderno alla ragazza mi lascia un’amara sensazione di fallimento in bocca; le budella si aggrovigliano e si ribellano come serpi. Ritorno alla panchina e mi ci lascio cadere sopra a spalle ricurve. Tengo ancora il quaderno tra le mani: imbronciato, mi specchio nella copertina rigida che mi restituisce un’immagine distorta, ma più veritiera. Apro la copertina, leggo la prima pagina.
“Questo quaderno appartiene a: Beth Troublemaker Ayane”. Non sono un esperto di antroponomastica, ma sono sicuro non sia il suo vero nome. Potrei azzardare Elisabetta, o Elisa, ma non riesco a dedurre altro di utile. L’altoparlante mi riscuote dalle mie elucubrazioni e annuncia che finalmente il mio treno è in arrivo al binario 3. Ormai non ci speravo più. Anzi, sono quasi deluso. Butto un’ultima occhiata al tabellone degli orari, controllo quale destinazione avesse il treno sul binario 1, quello della ragazza. Tempo quindici minuti e un interregionale parte per la medesima tappa. Potrei… No. Ho perso anche troppo tempo. Mi dirigo al binario 3.
Avanzo nel sottopassaggio come se mi stessi muovendo nell’acqua, i piedi di piombo mi ancorano al fondale. Un treno passa sopra la mia testa, la galleria rimbomba. Salgo i gradini che conducono al binario, il treno che mi porterà alla consueta destinazione è lì ad attendere. Stavolta non c’è pericolo di restare a terra. Mi metto davanti alle porte. Non riesco a entrare.
«Stiamo per partire. Sale?» chiede il controllore. Al primo binario arriva l’interregionale.
«No.»
Scendo le scale appena percorse. Cosa sto facendo? Riattraverso il sottopassaggio, mentre lo stridio dei freni del treno fa vibrare il pavimento. Cosa sto facendo? Salgo di nuovo al primo binario. Per la terza volta perdo un treno, stavolta per mia volontà. Cosa diavolo sto facendo? Vado a cercare una ragazza sconosciuta, verso non so dove, per restituirle il suo quaderno, senza avere idea del perché dovrei, ecco cosa sto facendo.
Salgo sul treno al primo binario e cerco un posto a sedere. Riprendo in mano il quaderno e lo sfoglio di nuovo alla ricerca di un recapito, un numero di cellulare, qualsiasi indizio. Il treno parte.
Proseguendo nella lettura mi rendo conto di avere tra le mani un diario. In definitiva, non ho altro se non un nome fittizio. Sbagliato. Ho anche uno smartphone con collegamento a internet. Lo tiro fuori dalla tasca, apro il browser e digito il nome. Devo scorrere diverse opzioni prima di trovare la corrispondenza con una pagina di Facebook. Seleziono la voce che apre una foto. È lei. Mentre il mio pollice scatta, scivolando sulla superficie dello schermo, arriva una chiamata. Non è mia intenzione, ma rispondo prima ancora di sapere chi mi sta chiamando. La conversazione ormai è attiva. Il contatto è quello dell’ufficio.
«Dove cazzo sei?»
Un secondo rapido movimento del pollice termina la chiamata, soffocando la voce del mio direttore. La mano trema nervosa. Mi muovo per puro istinto e spengo il cellulare. In pochi secondi ho commesso un infinità di errori. Mi accascio sul sedile coprendomi gli occhi con la mano.
«Biglietto, prego.»
Sobbalzo, frugo nella tracolla ed estraggo l’abbonamento. Il controllore lo esamina, poi comincia a scrivere.
«Scusi, quando arriva a destinazione il treno?» chiedo.
«Tra circa quarantacinque minuti. Mi fornirebbe le sue generalità?»
Solo ora mi rendo conto che mi sta facendo una multa.
«Ma è obliterato!» esclamo indicando l’abbonamento.
«Vero, ma non è valido su questa tratta.»
Mi restituisce il documento e la contravvenzione. Mi sto davvero pentendo di aver preso questo treno.
Vista la fatica e i soldi che sto spendendo per questa Beth mi arrogo il diritto di violare la sua intimità leggendo qualche pagina del diario. Oltre agli ideogrammi a me sconosciuti, ci sono citazioni di canzoni o poesie, disegni in stile manga, piccoli capolavori pieni di scintillanti dettagli, curati bianco-scuri a matita e poi, stretti in fitte righe d’inchiostro, pensieri confidati in forma di virtuosi voli pindarici, o sfoghi rabbiosi vomitati sulle pagine. La differenza tra me e lei è abissale, oltre l’età anagrafica. È determinata. Non posso fare a meno di invidiare questa libertà d’animo, la leggerezza con cui il suo spirito si innalza. Quei toni scuri con cui si copre non ne riflettono l’essenza, sono la cornice di contrasto alla sua lucentezza, come lo spazio che circonda le stelle, solo in apparenza vuoto, vivo nel caos di galassie che danzano nel suo ventre. Sento il desiderio, il bisogno di annullare la distanza tra di noi. Voglio far parte di quel profondo, assaggiare il suo coraggio e farlo mio. Voglio tornare indietro, darmi una seconda possibilità di vivere una vita che non avevo mai desiderato, attraverso di lei, fosse solo per qualche breve istante. Prendo una penna dalla mia borsa. Cerco una pagina vuota. Un respiro profondo e comincio a scrivere.
Le racconto della mia insolita mattinata. Di corse contro il tempo, di caffè al gusto di catrame, di libri, di una bisbetica chiappona e di un vecchio malmostoso. Di un quaderno rosso disperso e del suo eroico salvataggio. Non solo la calligrafia, anche la differenza di stile è abissale tra noi. Mentre penso che il mio maldestro tentativo di avvicinarmi ha invece evidenziato ancora di più quanto siamo diversi, una voce registrata avvisa dell’arrivo a destinazione. Scendo all’ottavo binario, attraverso il sottopassaggio, aggredito da moleste pubblicità affisse alle pareti e trasmesse da schermi appesi. Sbuco nell’enorme atrio della stazione, dove l’ora di punta è quasi perenne, il flusso di persone continuo. Mi guardo attorno spaesato. Non ho idea di come poterla trovare. Esco all’esterno, abbagliato dal sole.
Non può essere solo una questione di probabilità. Non di fortuna, con la mattina che ho avuto. Deve essere destino. Lei è lì fuori, assieme al suo ragazzo e alcuni amici. Resto imbambolato per alcuni secondi. Si sta immergendo nella calca in attesa di salire su un autobus. Mi riscuoto e tento di chiamarla: «Beth!»
Non si gira.
«Elisa! Elisabetta!» riprovo, e finalmente ottengo la sua attenzione. Mi posa addosso lo sguardo e io alzo il quaderno sopra la testa. Spalanca gli occhi e mi si avvicina.
Le porgo il quaderno.
«Ciao. Tieni.» sorrido. Lei lo prende in mano, confusa. Aggrotta la fronte stringendo le sopracciglia.
«Grazie. Non doveva.»
«Figurati, è stato un piacere.»
«No, sul serio. Non doveva. Le avevo detto di lasciarlo là dov’era.»
Mi gela. Mi rendo conto del suo disagio e della sua irritazione.
«Ho telefonato a un’amica perché lo recuperasse.»
Nel frattempo il suo ragazzo ci raggiunge.
«È che… scusa, pensavo di farti un piacere.» balbetto.
«Sì, ok. Ma non mi piace essere pedinata, mi spiego?»
«Oh, che vuole questo?» dice lui, facendo un passo avanti.
«Ma niente, guarda.» sbuffa, e gli mostra il quaderno.
Faccio qualche passo indietro.
«Non volevo disturbarvi. Me ne vado. Ciao.»
Mi volto senza aspettare la loro risposta. Cammino spedito mentre la faccia si infiamma, sentendomi incredibilmente stupido. Mi dava del “lei”. Solo ora immagino quanto equivoco potessi sembrare. Un uomo adulto che corre dietro a una ragazzina, per ridarle un quaderno. Ripenso a quello che lo ho scritto e vorrei tornare indietro, strapparle il quaderno dalle mani per stracciare quella pagina. Tutto quello che credevo di aver capito me lo sono solo immaginato.
Guardo l’orologio. Controllo gli orari per cercare il treno di ritorno e faccio il biglietto presso uno sportello automatico. Nel tempo che mi resta da attendere, entro in uno dei negozietti della stazione. Guardo le vetrine: borse, occhiali, bigiotteria. Vedo quello che mi interessa: una piccola sveglia analogica.

 

 

 

La sveglia fa il suo dovere e arrivo in stazione in anticipo. Ironico succeda quando il treno è in ritardo. Di buono c’è che arriverò in orario in ufficio. Sì perché, nonostante tutto, ho ancora un lavoro. La scusa del tentato scippo era verosimile, o forse non avevano nessuno con cui rimpiazzarmi.
Il treno è in arrivo, impossibile perderlo stavolta. Niente sbagli. I vagoni si fermano al binario e le porte si aprono.
A pensarci bene lo sbaglio non è stato perdere il treno. Non è stato nemmeno prendere un treno diverso dal solito. Lo sbaglio è stato quello di prendere un treno che non era il mio, diretto verso una destinazione che non mi apparteneva.
Un fischio, il capotreno avvisa dell’imminente partenza. C’è uno sbaglio ancora più grande che potrei fare.
Le porte si chiudono e io sono ancora sul marciapiede. Dall’altra parte del vetro il controllore, lo stesso di ieri (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?), alza l’avambraccio, picchiettando sul polso col dito, sulla faccia il solito sorrisetto.
Lo sbaglio più grande che potrei commettere è quello di smettere di viaggiare.
Gli sorrido anch’io, esibendo il dito medio della destra.
Scusa, ma ho un treno da perdere.

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