Parto in treno?

parto in treno?

Quando qualcuno scrive qualcosa per te (in tutti i sensi possibili. Sia che scriva qualcosa per dedicartela, sia che lo faccia per mettersi in gioco e giocare con te in un bizzarro concorso. Pardon, Calamorso), dicevo, quando qualcuno scrive qualcosa per te succede qualcosa di strano: ciò che è stato scritto nasce più volte.

Nasce una volta quando viene scritto e poi nasce ancora quando lo leggi tu, primo destinatario e ancora e ancora nasce quando sei magari proprio tu, prima di chi lo ha creato, a darlo in pasto al mondo e quindi, in qualche modo, a farlo nascere ancora, per l’ennesima volta, sotto una nuova spoglia (un po’ “mentita”, ma solo temporaneamente, dato che le identità degli autori dei racconti calamosi per l’en train de e la chat resteranno segreti fino alla fine del gioco!) e, si spera, sotto una buona stella.

Parto in treno?

Un giovane uomo uscì correndo sulla piattaforma della stazione mentre il treno prendeva velocità e si staccava da quel lembo di cemento. L’uomo correva a fatica. Aveva uno zaino in spalla, trascinava un trolley con una mano e sulla spalla opposta teneva in bilico una borsa a tracolla, voluminosa e all’apparenza anche molto pesante, che forse non aveva messo di là del collo per evitare che il peso gli staccasse la testa. Ansimava. Era spinto tanto in avanti, come un centometrista alla linea del traguardo, che sembrò sul punto di rovinare in basso, sopra i binari lasciati liberi dal treno. Invece si fermò al limite della piattaforma, guardò il treno che andava avanti imperterrito e intransigente, poi voltò la testa nella direzione da cui era venuto.
Il vecchio, seduto su una panca a ridosso dell’edificio, lesse in faccia al ragazzo un po’ di sconforto e vide una ragazza che lo raggiungeva, camminava lenta, con una mano a sorreggere il grande pancione e l’altro braccio su un fianco a mo’ di contrafforte. Sul viso della donna, il vecchio scorse un’espressione di rammarico nell’istante in cui incrociò lo sguardo con il marito. Le fedi nuziali non erano sfuggite al vecchio, giudicò che non dovessero avere più di trent’anni e molto probabilmente erano sposi da un paio d’anni.

 

«Scusa.» Disse lei. «Se potessi andare più veloce…»
Il ragazzo le sorrise, e le andò incontro con tutti i suoi fardelli. Le scostò una ciocca di capelli dagli occhi e per alcuni istanti la guardò senza dire nulla.
«Non è colpa tua, Roberta.» Disse poi. «C’era traffico. Prenderemo il prossimo.»
«Max, voglio tornare a casa.» Disse lei quasi supplicando.
«Ci torneremo. Dai, ti aiuto a sedere.»
Con gesti lenti degni di una lumaca, la donna raggiunse una panca, si piegò sorretta dall’uomo, sedette ansando e spinse la schiena indietro il più possibile. A quel punto lasciò le mani del marito.
L’uomo rimase vicino a sua moglie con le braccia protese, pronto a soccorrerla come fosse un vaso in equilibrio, finché fu sicuro che stava bene così. Adagiò la borsa e lo zaino accanto alla moglie, riprese il trolley da dove lo aveva lasciato e lo avvicinò alla panca.
«Vado a vedere fra quanto arriva il prossimo.» Disse.
La donna annuì con la testa e l’uomo tornò all’interno dell’edificio.
Al vecchio tornò in mente quando lui e sua moglie, anche lei incinta, dovettero prendere il treno per andare ad un ospedale che evitasse che perdessero il loro primo figlio ancor prima che nascesse. Ne era passato di tempo da allora, il loro figlio era nato e cresciuto, si era trasferito nella città in cui era nato con lo stesso treno su cui aveva viaggiato nel grembo della madre.
Ne era passato di tempo da allora, ma il vecchio ricordava ancora quanto sua moglie sopportasse con gioia la fatica della gravidanza e avrebbe detto lo stesso della donna che sedeva alla panca vicina.
La donna girò la testa e incrociò lo sguardo col vecchio, l’uomo le sorrise.
«Se andate a Milano, non ci vorrà molto.» Disse. «Il prossimo regionale passa fra quindici minuti.»
«Sì, andiamo a Milano, grazie. Non vedo l’ora di tornarci.»
«Non le piace qui?»
«No,» disse la donna imbarazzata, «non intendevo questo, è che sono cresciuta lì e lì mi sento a casa.»
«Capisco. Solo arrivare in treno deve essere stata dura, è pronta per il ritorno.»
La donna non capì se era una domanda, non ne aveva affatto l’intonazione.
«Anch’io ho viaggiato con mia moglie incinta.» Riprese il vecchio. «A quei tempi l’ospedale di qui non era come è adesso, ora i bambini nascono qui con la stessa sicurezza che altrove.»
Roberta rimase sorpresa, come se il vecchio sapesse cosa stava pensando. Stava pensando che la gravidanza ormai era agli sgoccioli e avrebbe voluto partorire a Milano dove aveva predisposto tutto, la ginecologa era allertata e lo stesso sua madre. Già durante il tragitto in tassì le sembrava di avere le contrazioni ma non ne era così certa, sentiva la stanchezza in ogni cellula del suo corpo e credeva di avere le suggestioni più che vere e proprie contrazioni.
Max tornò, prese lo zaino e sedette al suo posto.
«Il prossimo treno arriva fra quindici minuti.» Disse.
«Allora non mi sono sbagliato.» Disse il vecchio.
«Chi è?» Chiese Max a sua moglie sussurrando.
Roberta scosse la testa a dire che non lo sapeva.
«Mi scusi.» Riprese il vecchio. «Ho cominciato a parlare con sua moglie e non mi sono nemmeno presentato. Piacere, Giovanni.» Si allungò dalla sua panchina con la mano tesa.
Max gli strinse la mano. «Piacere Massimo, lei è Roberta.»
«Sì, non volendo ho sentito. Lei è di queste parti, vero?»
«No, lei è di Milano.»
Il vecchio sorrise. «Intendevo lei tu, se posso darti del tu.»
«Io sono di qui, come lo sa?»
«Il suo viso mi sembra familiare, direi che è il figlio dello storico fioraio in fondo al corso.»
I due coniugi si guardarono stupefatti. Il vecchio aveva indovinato.
«Sì, ma come…?» Disse Max.
«Ha lo stesso naso e gli stessi occhi azzurri. Sono due anni che non c’è più, vero?»
«Sì, la conosco?» Chiese Max guardando il vecchio. Cercava di ricordare qualcuno della sua infanzia, ma non gli veniva in mente nessuno.
«Direi di no. Nessuno quando parte o arriva si presenta al capostazione e ormai sono in pensione, forse senza berretto non mi riconosce nessuno.»
«Ma pensa.» Disse Max fra sé.
Passarono quindici minuti e il treno non si vedeva. Max era al margine della piattaforma e guardava lontano per scorgere l’arrivo del treno, ma il treno non arrivava.
«Lo vedi?» Chiese Roberta.
«No.»
«Voglio andare a casa, il bambino vuole andare a casa.»
«Lo so, tesoro.» Disse Max tornando verso di lei.
«Ci sarà un ritardo.» Disse Giovanni.
«Non lo dica neanche per scherzo.» Disse la donna.
«Non poteva tardare il precedente?» Si lamentò Max.
«Ci sono ritardi e ritardi,» disse il vecchio, «alcuni treni si prendono, altri si perdono.»
«Per favore,» disse Max, «non mi venga a dire che c’entra il destino, qui sono le ferrovie che non vanno.»
La voce del megafono comunicò che il prossimo regionale aveva un ritardo di mezz’ora.
«No, guardi,» disse il vecchio dopo la comunicazione, «il destino c’entra ben poco. Ne ho vista di gente perdere il treno, uno deve capire perché l’ha perso e qual è il tragitto che deve fare, roba da chiedersi: parto in treno?»
«Noi l’abbiamo perso per colpa del traffico.» Disse Max.
«Amore, mi sembra che le contrazioni si avvicinano.» Disse Roberta.
«Chi deve prendere un treno,» disse il vecchio, «si sveglia anche con molte ore di anticipo…»
«Mi scusi,» lo interruppe Max risentito, «vorrei parlare con mia moglie.» Sedette accanto a Roberta dando le spalle a Giovanni.
«Tesoro, respira come facevi al corso.»
Roberta prese a respirare con regolarità mentre Max le teneva una mano.
La mezz’ora passò scandita dal respiro di Roberta e nell’attesa di sentire lo sbuffo metallico del treno che si fermava in stazione, ma il treno non arrivò. Nella stazione deserta il vecchio e Max udivano solo quel respiro.
La voce del megafono informò gli astanti che ora il ritardo era di quarantacinque minuti. Roberta respirando sperò che i quarantacinque minuti comprendessero la mezz’ora già passata.
«Anche con molte ore di anticipo,» disse Giovanni fra sé e sé, «arriva in stazione, si attarda al giornalaio e perde il treno per un secondo, oppure si sveglia tardi, arriva in stazione all’ultimo secondo e riesce a salire.»
Max gli dava ancora le spalle e sorrise in direzione di Roberta.
Lei sorrise a sua volta. «Amore, le contrazioni sono più vicine, secondo me nasce oggi.»
«Con una settimana di anticipo?» Chiese Max.
«Con una settimana di anticipo.» Disse la donna.
«Se aveste preso il treno, a quest’ora sareste nel vostro vagone.» Disse il vecchio.
Passarono altri dieci minuti e le contrazioni si facevano sempre più frequenti.
«Devo andare in ospedale.» Disse Roberta.
Max la guardò in maniera interrogativa.
«Sì, fra poco nasce. Per fortuna abbiamo perso il treno.»
«Chiamo un taxi.»
«Vi ci porto con la mia auto.» Disse Giovanni.
Il vecchio si avvicinò a Max e allungò una mano. «Mi dia la borsa e il trolley. Ho la macchina proprio qui fuori.»
Max fissò prima Giovanni poi Roberta, la donna annuì con la testa. Max porse i bagagli e si mise lo zaino in spalla.
«Seguitemi.» Disse Giovanni.
Il vecchio precedette la coppia fin fuori dalla stazione e proprio accanto al marciapiede dell’edificio c’era un maggiolino sbiadito. Aprì lo sportello, mise i bagagli sul sedile posteriore, corse ad aprire lo sportello del passeggero e aiutò Max a far accomodare Roberta. Max salì dal lato del guidatore e sedette dietro sua moglie, Giovanni si mise alla guida e partì subito dopo una rapida occhiata alla strada.
Roberta respirava e ringraziava Giovanni, ringraziava e respirava, si scusava per avergli fatto perdere il treno e respirava.
«Non si preoccupi,» disse Giovanni, «non dovevo prendere il treno.»
«Allora perché era in stazione?» Chiese Max.
«Aspettavo mio figlio.»
«Mi spiace che non la troverà.» Disse Roberta.
«Ero molto in anticipo, mi piace stare in stazione. Datemi del tu, per favore.»
«D’accordo.» Disse Max.
Fecero stazione ospedale in meno di cinque minuti, Giovanni fermò l’auto davanti all’ingresso e chiamò gli infermieri mentre Max scendeva. Arrivarono due infermieri con una sedia a rotelle, Roberta sparì nell’ospedale sospinta da un infermiere mentre l’altro già correva ad avvertire la sala operatoria. Max recuperò i loro bagagli e ringraziò Giovanni per tutto l’aiuto che aveva dato loro.
«Se non ci fossi stato tu, non so come avremmo fatto.» Disse.
«Non devi ringraziare me, ma chi vi ha fatto perdere il treno.»
«Il tassista?»
«Nah,» disse Giovanni sorridendo, «scommetto che tua madre stamattina vi ha fatto dieci minuti di raccomandazioni per il viaggio.»
Max non riusciva a crederci, ma era proprio così: sua madre non la smetteva di salutarli e dirgli di stare attenti e cose del genere.
«Ti ringrazio comunque.» Disse Max. «Ora devo andare.»
Giovanni fece un cenno di assenso con la testa. «Salutami Roberta.»
«Certo.»
Max corse nell’ospedale e il vecchio salì in auto e tornò in stazione.
Circa un’ora dopo, Roberta e Max erano nella stanza dell’ospedale con il loro primogenito.
«Dobbiamo ancora risolvere la questione del nome.» Disse Max.
«Perché non lo chiamiamo Giovanni?»
«Sì, bella idea.»

Annunci

3 pensieri su “Parto in treno?

    1. Grazie Giuse, mi fa piacere che il racconto ti sia piaciuto e che l’alone di mistero che avvolge Giovanni non sia passato inosservato.
      Ora che posso risponderti, posso dirti solo che Giovanni è un benefattore, il mistero resta, ogni lettore sceglie se credere ad un angelo, un uomo dalle capacità straordinarie o più semplicemente un uomo con esperienza e intuito.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...