Il male di un treno ormai perso

il male di un treno ormai perso

Ogni volta è come aprire un bagaglio. Ma non un bagaglio qualsiasi, un bagaglio con una caratteristica ben precisa: un bagaglio che non è il tuo. Un bagaglio che non ti appartiene e che per il solo fatto di non appartenerti suscita in te emozioni che un tuo bagaglio non potrebbe mai suscitarti. Non emozioni migliori o peggiori. Solo diverse.

Ogni volta che mi viene recapitato da un colibrì viaggiatore un racconto per il Calamorso è proprio come aprire una valigia non mia. Si tratta perciò, innanzitutto, di osservare con delicatezza, per evitare che gli occhi sgualciscano le parole che chi ha fatto la valigia ha così accuratamente sistemato. E poi si tratta di passare le dita, saggiare la trama (dei vestiti che l’autore ha indossato vestendo i personaggi di storie e spogliando di ogni resistenza il lettore che allora si abbandona) e resistere alla tentazione di cambiare qualsivoglia dettaglio. Perché questi racconti vogliono parlare da soli di sé e per farlo nel modo più autentico è importante siano autenticamente se stessi.

Il male di un treno ormai perso

Al mattino seguente, l’incontro sarebbe stato lì, in quel vecchio edificio che aveva visto solo una volta di sfuggita nelle slide delle presentazioni aziendali alle nuovissime reclute. Nel corso degli anni, aveva provato a chiedere notizie ai colleghi su quel posto così stranamente inquietante ma nessuno aveva mai saputo dargli indicazioni su cosa ci si facesse di preciso o cosa ci fosse al suo interno.
Sapeva di certo però che le riunioni importanti avvenivano in uno di quegli uffici e che in azienda lo chiamavano “il luogo del non ritorno” perché girava voce che direttamente da quelle sale impartissero gli ordini sul triste destino dei dipendenti e che nessuno di quelli che ivi venivano convocati tornasse più alla propria scrivania. Fu normale quindi che quella telefonata per richiamarlo a colloquio al cospetto dei capi, fatta poi così all’improvviso in un sabato pomeriggio di lavoro straordinario lo mettesse in condizioni di poter pensare decisamente solo all’ipotesi più sgradevole fra tutte.

Avrebbe dovuto infatti presentarsi l’indomani all’ora stabilita davanti all’ultimo appartamento del quinto piano e il messaggio lasciatogli dalla segretaria diceva di essere estremamente puntuali.
La preoccupazione per quello che poteva essere accaduto e l’inconsapevolezza della situazione generale furono tali che la sera non riuscì quasi a chiudere occhio. Era davanti al televisore con il suo bicchiere di cognac in mano che pensava ininterrottamente al fatto di essere stato sempre sfruttato, spremuto come un limone fino all’ultima goccia e poi preso a calci nel didietro addirittura in un giorno festivo, proprio per non permettergli di rientrare in ufficio la settimana successiva nemmeno per salutare i colleghi.
Provò a farsi esami di coscienza per capire se il problema fosse scaturito da lui, da delle mancanze comportamentali o da una sua inefficienza sul posto di lavoro, ma tutto gli sembrava così strano che il solo rifletterci lo infastidiva a tal punto da fargli salire dentro una rabbia mai provata prima. Si sentiva tradito, usato e preso in giro, ma senza un apparente perché. Che Odio. Eppure non era mai stato così. Di calci ne aveva presi tanti nella vita, ma era sempre rimasto la persona calma e pacata che tutti in fondo apprezzavano e che dipingevano parlando di lui. Uno di quelli così tranquilli che in una serata con un po’ più di movimento e qualche spirito brillante a tenere il palco, rischiavano addirittura di sparire, confondendosi con il resto dell’arredamento del locale.
In quelle sensazioni così forti e rabbiose, non ci si era mai trovato, ma in quel momento di tutto aveva voglia tranne che di trattenersi.

Fatto sta comunque, che dopo un mare di elucubrazioni e pensieri tutt’altro che cortesi da riservare a chiunque avesse provato a licenziarlo, si ritrovò la mattina successiva sdraiato sulla sua vecchia poltrona, con il volto illuminato dal primo sole dell’alba che filtrava da una veneziana lasciata socchiusa e la gola secca che urlava pietà per tutto il liquore trangugiato la sera prima in preda al delirio per quella situazione così inusuale.

Improvvisamente era tornato il mesto individuo di sempre, e preso subito atto del probabile disastro che si stava verificando, guardò di colpo a mezz’aria verso sinistra, puntando lo sguardo sul quarto pianale della libreria e cercando freneticamente la sveglietta che teneva poggiata lì sopra per capire che ora del mattino potesse essere.
Non riuscendo però a visualizzarla immediatamente, in preda al panico si alzò di colpo per avvicinarsi e cercarla meglio, inciampando così in un blocco di moduli delle polizze che probabilmente si era portato a casa per recuperare un po’ di lavoro e sbattendo forte su un angolo del piccolo tavolino dove teneva di solito i giornali e le note dei clienti, rovesciando così sulla moquette color tortora quel poco di cognac che era rimasto della bottiglia poggiata sul pizzo del mobiletto magari prima di svenire con ancora in bocca l’amaro della sua sigaretta serale.

Finalmente, trovata la sveglia, si rese conto che ormai il diretto che avrebbe dovuto portarlo in orario al quell’incontro era ormai perso, e che adesso, le sue speranze di potersi battere con giusta causa per tenere il posto erano di parecchio diminuite. Come era stato possibile? Perché a lui?

Ancora una volta, sentì quella forza strana che gli partiva dal cervello e finiva nei pugni facendoglieli stringere così forte quasi da graffiarsi da solo il palmo della mano con le unghie smangiucchiate durante i momenti di stress del lavoro.
Il disprezzo per tutto e per tutti, per quella situazione che lo vedeva vittima sacrificale di un gioco che non capiva, per la segretaria che era stata latrice di notizie così sgradevoli, per il capo del personale che lo stava aspettando sicuramente per cacciarlo via gli fecero desiderare fin troppo arditamente cose indicibli, e per un solo istante, si domandò se quei pensieri bui che gli erano passati dinnanzi tutti in sol colpo potesse in fondo metterli in pratica come se fosse il protagonista di qualcuno dei racconti dell’orrore che andava leggendo ogni tanto, quelli in cui il male usciva sempre impunito.
Certo, per un attimo fu come se gli fosse piaciuto, come se avesse potuto davvero provarlo, ma subito dopo, scuotendo il capo e cercando colpevole in cuor suo il perdono di qualcosa di superiore, decise comunque di fare fronte alla situazione e si preparò per uscire.

Ripresa la calma, si diresse verso il bagno, si lavò, diede una ritoccata alla barba, indossò una camicia nuova di pacco al posto della solita ormai impregnata di cognac, prese dalla tasca dell’altro vestito una busta gialla con qualcosa all’interno, si infilò il cappello sempre in tono con giacca e soprabito e andò alla stazione per tentare di capire quale corsa poter prendere evitando di fare poi così tardi.

Durante il viaggio, su un treno che non aveva mai preso negli anni precedenti e che stava detestando perché era la testimonianza effettiva del suo ritardo proprio in quel giorno festivo che fino ad allora era uno dei pochi sollievi dopo gli affanni della settimana, rimuginava sulle cose da dire, su come provare a scusarsi per tenere il posto o ancora su come reagire per difendere le proprie ragioni.

Con la mano nella tasca della giacca, stringeva quasi accartocciandola, la busta che aveva portato via da casa e ad ogni fermata per le varie stazioni intermedie, si chiedeva se fosse giusto provare ad avvertire o meno del proprio ritardo oppure lasciar correre come in una sorta di noncuranza generale perché tanto ormai, da perdere aveva ben poco.

Si, molto poco in effetti. Il suo lavoro difatti lo manteneva a malapena e gli dava così poco agio da non potersi togliere nemmeno qualche piccolo sfizio ogni tanto, e anzi, in periodi particolarmente carichi di spese per affitto e bollette, era addirittura costretto a stringere bene la cinghia perché sebbene a lui non dispiacesse quel posto, tutta questa grana nelle tasche non gliela lasciava affatto. Quindi in fondo perché preoccuparsi? Finito quello sarebbe finito tutto e non ci sarebbe stato nemmeno il tempo di lamentarsi nel veder sparire poco alla volta le proprie cose, le abitudini, la casa e tutto il resto. «Alla peggio» pensò, «finirò sotto un ponte o alla mensa dei poveri».

In un solo istante il cuore si strinse e si fece piccolo piccolo. La disperazione per un attimo lo assalì e quasi venne preso dalla voglia di scappare e scendere subito da quel treno bastardo. Per un attimo pensò che se avesse potuto fare qualunque cosa per mantenere quel posto lo avrebbe fatto, avrebbe detto di si a qualunque proposta, anche indecente, addirittura avrebbe firmato col sangue pur di non essere mandato via. Poi però si calmò, accennò un mezzo sorriso tra sè e sè, si alzò, si diresse nello spazio intermedio tra il suo ed il successivo vagone, accese una sigaretta e pensando alle fesserie che gli erano appena passate per la mente decise che in fondo, disperarsi prima del tempo non serviva comunque, quindi provò a rilassarsi e attese con calma l’arrivo a destinazione.

Dopo più di due ore di viaggio ed una camminata frettolosa sotto una pioggerellina lieve ma fitta che lo accompagnò dalla stazione al posto stabilito, si trovò di fronte all’edificio in cui si sarebbe sentito dire cose che probabilmente avrebbe potuto solo accettare. Mise la mano nella giacca ormai fradicia, prese la busta e la aprì. All’interno due chiavi, una più grande, lunga e con l’aspetto importante doveva essere quella per aprire il portone che aveva davanti, e poi ce ne stava una seconda, più piccola e un po’ triangolare, con una bella seghettatura nuova, quasi come se non fosse mai stata usata.
Gliele avevano fatte avere entrambe in ufficio, il sabato mattina, mentre tentava di sbrigare le pratiche accumulate in eccesso. La segretaria, lo aveva chiamato per lasciargliele insieme a quel messaggio che gli chiedeva di essere così puntuale.

A quel punto quindi, visto che ormai era arrivato e non sembravano esserci campanelli da suonare o battenti per bussare, complice anche la pioggia che incessante continuava a cadere, decise di prendere quella grande per provare ad aprire, e poiché ad una prima infilata sembrava funzionare senza problemi, girò con forza, spinse in avanti ed entrò.

Appena sulla soglia dell’androne, la sensazione fu quella di trovarsi di fronte ad un vecchio palazzone di inizio secolo tenuto in piedi con pessime cure. La prima cosa a dargli il benvenuto fu un odore di vecchio, di quelli che aveva sentito solo andando a trovare qualche anziano parente in una casa sempre chiusa e senza ricambio di aria. Subito sulla destra, vicino alla parete, c’era una sorta di portineria vuota, con fogli sparsi sul tavolo e una porta accostata dietro le spalle di chi avrebbe forse dovuto essere li a presenziare la postazione.

Davanti a lui invece, dopo appena qualche metro ed una alzatina di un paio di gradini, spostata sulla sinistra iniziava la scalinata principale che correva lungo i muri dell’edificio con dei gradini dalla pedata fin troppo corta e l’alzata troppo bassa, di quelli che bastava guardarli per capire che sarebbe stata una faticaccia anche farne solo una rampa.
Avvicinatosi un po’, dopo aver chiesto con voce pacata e senza udire risposta se ci fosse qualcuno, con un’occhiata verso l’alto, contò rapidamente fino a cinque e si rese subito conto che il piano dove doveva arrivare era l’ultimo. C’erano due rampe per ogni piano e alla fine della prima, aveva contato già 34 gradini, intervallati da un piccolo spazio con delle finestre e dei posacenere in ottone che sembravano non essere ripuliti dagli anni della guerra. Altri 34 saliti con immensa mestizia manco dovesse andare al patibolo e arrivò al primo piano.

Il ballatoio era identico a quello nell’intermezzo a parte le finestre centrali, e ai lati, diametralmente opposte, le prime due porte di legno nero laccato e vecchio, una subito alla sinistra di chi era in posizione di salita e l’altra immediatamente di fronte, giusto a sei o sette passi di distanza.
Le targhe in ottone dei nomi riportavano solo dei numeri, ma a lui era stato detto di bussare a quella con scritto sopra “sala riunioni”.

Mentre saliva lentamente, guardava i vecchi marmi rovinati sui pavimenti e le gradinate, contava le cicche lasciate in terra da persone evidentemente poco rispettose del patrimonio comune e si rattristava nel guardare le pareti di quel rosa antico pieno di buchi che lasciavano intravedere l’intonaco bianco subito sotto. In ultimo, come per un colpo di grazia alle buone speranze, le poche, tristissime piantine (sembravano dieffenbachia) lasciate lì sui vari pianerottoli alla destra dei portoni, come a voler ingentilire un po’ quel posto così vecchio e stantio ma che in realtà contribuivano solo ad aumentarne la tristezza che già c’era nell’aria e a dargli quell’alone “di finto” come per una cosa preparata senza badare troppo al risultato.

Quelle benedette scale poi sembravano non avere mai fine e ogni volta che passava davanti un appartamento aveva la sensazione di sentirsi osservato e il disagio che ne scaturiva ogni volta gli metteva la voglia di fermarsi e bussare ad uno di quei portoncini, ma poi, conscio del fatto che non avrebbe saputo che chiedere ad una eventuale risposta, ci ripensava e continuava la sua bella scalata.
Dopo tanto salire, ecco infine l’ultimo piano. Prese coraggio allora, si guardò un attimo attorno e verificò che l’ultima porta del palazzo fosse quella con la scritta che lo interessava. Bussò.
Solo qualche secondo e l’uscio si aprì quasi raschiando in terra verso l’interno. Una persona dall’aspetto distinto e ordinato gli si portò davanti con un sorriso gentile, invitandolo ad entrare e a seguirlo perché lo stavano aspettando da più di un’ora.

Decise di non indugiare, tolse il cappello e tenendolo stretto tra le mani come se non sapesse a cosa appigliarsi avanzò seguendo lievemente a distanza quel signore che lo accompagnava, sempre diritto per un corridoio decisamente troppo buio, oltrepassando una ad una tante stanze chiuse sui lati, con quelle porte dal vetro ruvido e opaco che impedisce di guardare all’interno.
Appena il gentile accompagnatore si fermò, dietro di lui ne scorse un’ultima lievemente socchiusa. Il signore gli indicò la strada e lo invitò senza proferire parola ad avvicinarsi per entrare. Lui obbedì anche se un po’ intimorito, e quando fu abbastanza vicino da toccare quasi la vecchia maniglia di ferro laccato udì dall’interno una voce profonda che con un tono quasi severo gli domandò…

«Lei sa perché è qui vero?»
Si fermò, non aprì nemmeno come per timore di fare arrabbiare qualcuno, poi si asciugò ai lati della giacca le mani sudate per la tensione e rispose:

«Credo di Si. Per avere quello che merito.»
Disse con voce quasi tremolante mentre ripensava a quelle esplosioni di rabbia e grinta che tanto avrebbe voluto tirare fuori in quell’occasione.

«Oppure per darmi ciò che merito io… no?!»
Per un attimo ebbe quasi paura di rispondere. Esitò quell’istante in più perché la domanda gli fosse reiterata, ma stavolta con un tono meno gentile e tendente quasi ad un imperativo.

«Lo sa che me lo merito vero? Lo sa? Sa quanta fatica ho fatto per averla qui? Sei anni c’ho messo! Non ricordo chi lo disse ma… il pesce si prende con l’amo e l’uomo con la parola.»

«Non capisco signore, ma… si.»
Ancora non entrava, ma di fatto nessuno lo aveva invitato a farlo.

«Su andiamo…»
Il tono cambiò di colpo e divenne quasi amichevole.

«Non dirmi che non ti sei piaciuto nemmeno un po’! Non dirmi che non ti ho fatto sentire bene! Vivo!»
Per un attimo pensò a qualcosa di assurdo. Ma no, non poteva essere, come era possibile? No, stava andando troppo in là con la mente, doveva calmarsi.

«Non dire bugie, non dirle a me e non dirle a te stesso…»
Qualche secondo di silenzio, poi un improvviso calore lo avvolse e in un attimo si fece più sicuro di sè. Afferrò con forza la maniglia, spinse la porta con fare deciso ed entrando disse:

«Sarà anche merito suo ma io da lì non mi muovo ha capito?!»

«Signor Fausto buongiorno! Alla buon’ora direi! È in grave ritardo lo sa? Se le viene chiesto per una volta in tanti anni di rapporti lavorativi di fare un salto in sede centrale in un giorno festivo, visto che io sono qui con lei ad evitare di divertirmi, almeno abbia la compiacenza di arrivare in orario! Non mi faccia pentire di quello che sto per proporle! Ringrazi il cielo o chi per lei se io sono ancora qui ad aspettare i suoi comodi!»

Per un istante il poveretto si fece piccolo piccolo e non seppe come potersi destreggiare in quella situazione così disastrosa.

«S…s…signorina Liliana io veramente pensavo di trovare il…»

«Il signor Amedeo? No e non immagina quanto lei sia fortunato. Il signor Amedeo è arrivato stamane prestissimo, ha lasciato questo plico per lei e mi ha chiesto cortesemente di farglielo firmare. Credo sia la sua promozione d’ufficio.»
Disse con tono sprezzante…
«Se solo sapesse con quale ritardo si è presentato ci ripenserebbe di certo. Sappia che io sono la segretaria particolare del suo presidente, non la portinaia di turno mi ha capito? Ora si sbrighi a firmare che vado di fretta… ho una vita privata io… »

Con fare impacciato infilò di corsa il cappello sgualcito nella tasca della giacca e si avvicinò alla grande scrivania su cui era appoggiata in maniera anche un po’ seducente la giovane segretaria Liliana.

«Eccomi…ehm…si…ecco…firmo subito. Apriamo qui, ehm… si la penna… Ahia!»

«Che disastro! Ma cosa fa, stia attento! Come ha fatto a tagliarsi con il faldone, lei è davvero un imbecille! Ecco, ha pure macchiato il contratto e ora? Il signor Amedeo è fuori e questa cosa va registrata domani mattina. Non ho parole guardi, si sbrighi a mettere una x se ne è addirittura capace e si tolga dai piedi! Faremo finta di niente.»

«Sono, sono davvero desolato!»

«Guardi, ho già perso fin troppo tempo con lei. La chiave ce l’ha no? Ecco, legga bene il numeretto che c’è sopra da bravo bambino e rammenti che da lunedì il suo posto di lavoro sarà all’interno di quell’ufficio! E ora se ne vada e veda di non macchiare il tappeto!…Idiota…»

Il buon Fausto uscì di corsa chiudendosi dietro la porta con delicatezza. Al di fuori non c’era nessuno per riaccompagnarlo, ma la strada la ben conosceva e quindi con aria quasi soddisfatta e rallegrata per non essere stato affatto cacciato si diresse verso l’uscita tenendo stretta la chiave più piccola, quella del suo nuovo lavoro.

Era ancora intontito da quello che era appena successo, ma scendendo le scale con fare sempre più allegro, si fermò al terzo piano davanti una porta. Guardò la chiave, lesse il numero, lo confrontò. Era lui, il 5. Si avvicinò quasi per provare ad aprire o bussare, poi sentì fori rumori all’interno e qualcuno che sbraitava con fare rabbioso contro chissà chi. Ci ripensò, continuò a scendere e si convinse che avrebbe pensato ad arrabbiarsi a quel modo solo da Lunedì.

 

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