Un uomo… Un angelo

un uomo... un angelo

Ci sono cose che passano a cadenza regolare, come i treni, e ci sono cose che, fortunatamente, non passano mai: la solidarietà che nel cuore di certi uomini ha deciso di stazionare perpetuamente, per esempio. Quand’è che due vite che sembrano correre lungo due binari paralleli possono incontrarsi e spingere chi legge a fermarsi… A riflettere?

(Il successo che sta riscuotendo il Calamorso è tale che mi ha un po’ colta di sorpresa come il fischio del treno coglierebbe di sorpresa qualcuno che non stava proprio dormendo, ma era un po’ assopito, e che col fischio del treno si è proprio svegliato.  Perfettamente in tempo per scoprire che ciò che c’è fuori dal finestrino è perfino meglio dei suoi sogni a occhi chiusi. Le immagini, sia di questo racconto che del primo racconto che ha concorso per il Calamoquio, le ho selezionate io ma ribadisco, come memento per i futuri autori, che l’autore stesso può inviarmi un’immagine, purché sia larga 600 px e, naturalmente, purché sia nello stile dei Calamisti.)

 Un uomo… Un angelo

Le stazioni sono un luogo comune, classico e frequentato. Pendolari, studenti, turisti, tutti almeno una volta nella vita ci son passati davanti, hanno preso un treno, si sono fermati o semplicemente sono andati alla stazione successiva. Ma pochissime persone decidono o si ritrovano a passarci la vita dentro.
Un barbone, una persona povera, un senzatetto, era un uomo come questi che Simone vedeva ogni giorno prima di partire e andare in ufficio. Era sempre lì, nello stesso posto, alla stessa ora, rannicchiato con gli stessi vestiti sotto l’arco in fondo al marciapiede che si affacciava sui binari. Nel giro di un anno, con il sole o con la pioggia, con il freddo, neve o gelo, il giovane avvocato aveva visto quell’anziano signore che chiedeva l’elemosina in qualunque circostanza. Il suo volto segnato e stanco non si arrendeva mai all’indifferenza della gente che gli voltava le spalle, lo derideva e lo teneva a distanza. Sembrava che i suoi occhi, azzurri e opachi, filtrassero la vita delle altre persone per assaporarne un briciolo di senso.
“Come può una persona ridursi in una situazione simile?” Era questo ciò che Simone pensava ogni mattina mentre era seduto sulla panchina all’altro capo dei binari. Lo osservava talmente spesso e così intensamente che ormai era come se lo conoscesse. Sapeva che, appena sarebbe salito dalle scale, quell’uomo sarebbe apparso fasciato nel suo logoro giubbotto con le tasche bucate e in mano un contenitore di plastica in cui pochi spiccioli tintinnavano e brillavano alla chiara luce mattiniera delle sei e, dopo aver teso la mano senza guardare negli occhi nessuno, avrebbe chiesto: “Una monetina per un goccio d’acqua, per favore.” Simone avrebbe guardato la sua testa unta e grigia, la sua schiena ingobbita, le sue ginocchia deboli provando pietà. I suoi occhi da bambino non comprendevano quell’ostinazione, si chiedeva dove l’uomo trovasse la forza per reggersi da solo sulle gambe, per aprire ogni mattina gli occhi ad un mondo che lo aveva rinnegato, per sopportare i volti orripilati della gente comune.
“Come fai?”, pensò camminando come un automa verso la solita panchina. Si sedette e si osservò da capo a piedi. Scarpe nuove, comode, e lucide; completo con camicia, giacca e cravatta; la ventiquattrore piena di scartoffie; portafogli con soldi onesti al suo interno. Lui profumava: il corpo di dopobarba, i capelli di shampoo, le scarpe di nuovo e la stazione di polvere e fumo. Ripensò alla sua casa, al suo letto… alla sua vita e si sentì molto fortunato.
Si guardò le mani, poi frugò nelle tasche. “Non è possibile che non abbia qualche moneta!?” Ma niente, nelle sue tasche vi erano solo polvere e briciole insieme ad un fazzoletto di carta usato. Pensò che quel giorno avrebbe comprato meno cose per pranzo, così avrebbe avuto più soldi da donare a quel poveretto. Si sarebbe sentito meno in colpa e avrebbe provato più compassione per lui. Gli avrebbe comprato una bottiglia d’acqua per saziare quella sete di vita.
La campanella iniziò a suonare frenetica. Le persone si alzarono rianimandosi dal freddo torpore che le aveva congelate, Simone invece rimase immobile ad osservare il solito barbone che stava correndo – o meglio, zoppicando – verso il suo nascondiglio di stracci e cartone. Lo vide inginocchiarsi e rannicchiarsi contro il muro dell’arco che sfruttava come tetto. Le mani rugose fasciavano la testa che ciondolava quasi a toccare le ginocchia.
“Mi dispiace”, bisbigliò Simone nel trambusto della linea ferroviaria.
In quel momento l’uomo dall’altro capo dei binari alzò lo sguardo. I suoi occhi, tagliati da una ciocca di capelli, incontrarono quelli di Simone che si era alzato improvvisamente, sorpreso.
Lo aveva sentito?
Il ragazzo fece un passo in avanti come se volesse riempire la distanza che li separava, ma in quel momento il treno gli oscurò la visuale. Il fischio dei freni gli penetrò i timpani facendolo arretrare e procurandogli una smorfia sul volto. Il treno si fermò davanti a lui, spalancando le fauci che lo avrebbero condotto verso la sua solita vita e il suo solito lavoro. Salì pensando solo a ciò che avrebbe visto oltre il finestrino, ma l’immagine che vide lo lasciò ancora più sorpreso.
L’uomo sotto l’arco si era sdraiato sul cartone che era posato in terra, le mani sotto la guancia e gli occhi serrati.
Simone si era immaginato tutto? Quell’uomo sembrava stesse dormendo e sognando qualcosa di molto doloroso.
“E’ stata colpa mia? L’ho allontanato?”
Simone ricordò il freddo e l’innocenza che quello sguardo gli avevano trasmesso e, con quel turbamento nel cuore, il treno lo costrinse ad allontanarsi per continuare la sua solita vita. Una vita di cui doveva ancora capire il senso.

Serrò gli occhi mentre il treno ripartiva con il suo fruscio assordante. Non voleva più vedere quello sguardo di pietà che troppo spesso quel giovane ragazzo gli aveva rivolto. Tanto ormai non esisteva più. La sua vita non c’era più. Era solo un fantasma che riempiva i giorni con la speranza di sopravvivere.
“Perché non mi lascio morire? Sarebbe molto più facile.”
Si chiedeva spesso cosa lo portasse a svegliarsi ogni mattina e affrontare il mondo che, ogni giorno, lo prendeva a schiaffi.
Si coprì con la falsa coperta che da circa due settimane era diventata la sua più fedele compagna di viaggio. Non gli importava dei rumori delle rotaie attorno a sé, ormai ci era abituato. Non gli importava dei giudizi e degli sguardi della gente, loro non c’entravano nulla con la sua situazione.
“È solo colpa mia se mi trovo in questo stato.” Si ripeté quelle parole mentre la mente veniva ovattata d’istinto perché, per poter dormire e dimenticare, aveva bisogno di escludere la campanella del treno. Doveva chiudere tutto il mondo fuori. E, solo in quel momento, poteva addormentarsi.
Riuscì a dormire nel modo in cui sperava, nel modo migliore: senza sognare. Poco alla volta permise a tutti i rumori di tornare a riempire l’aria che respirava. Quando aprì gli occhi vide un’immagine piccola e sfocata di fronte al suo volto. Nonostante la cataratta all’occhio destro, mise a fuoco la bottiglietta dell’acqua che si ritrovò davanti. Si alzò e si guardò velocemente attorno.
“Lo sapevo”, disse sorridendo mentre un giovane uomo in giacca e cravatta, con in mano una ventiquattrore filava via oltre l’ingresso della stazione.
“Perché? Cosa ci guadagni facendo questo, eh? Stupido ragazzo.”
Prese in mano la bottiglia e solo allora si accorse del foglietto che vi era attaccato. La scritta nera graffiava la carta bianca creando in Andrea – nome comune per una persona inesistente – un moto di rabbia che gli fece buttar via la bottiglia d’istinto. La parola di quel biglietto lo fece riaddormentare con l’amaro in bocca: “Scusa.”

Si risvegliò il mattino dopo conscio di aver risparmiato perché non aveva messo nulla sotto i denti, ma anche consapevole di non aver sfruttato la giornata per guadagnare qualche spicciolo in più. Eppure si guardò intorno sorridente. Vicino a lui c’era tutto quello di cui aveva bisogno: la coperta, il cartone, il sacchetto dei ninnoli, il berretto, i guanti e la scatoletta dell’elemosina. Ma qualcosa mancava e lo sapeva bene. Quella sensazione lo perseguitava dal giorno in cui era finito sulla strada. La stazione era diventata il suo rifugio, la sua casa, il suo letto, il suo tetto, ma la sua vita mancava di qualcosa. La felicità, il calore, la gioia si potevano ritrovare facilmente in un giorno di sole, in un boccone di pane, ma il senso della vita che lui andava cercando non si trovava così facilmente. Era quella la forza che lo spingeva ad alzarsi la mattina, a girare per la città in cerca di qualcosa. Era un qualcosa che però aveva poca sostanza, non era materiale. Delle volte non sembrava neanche reale, preferiva pensare che ciò che stava cercando era solo un sogno.
“La vita non ha senso per nessuno”, disse per convincere sé stesso. “Non serve che mi affanni così tanto a cercarlo, la mia vita farà sempre schifo.”
Tossì più volte infilandosi il cappotto logoro. Si alzò sulle ginocchia deboli e, con la schiena curva, si mise all’ingresso della stazione tendendo la scatoletta che reggeva in mano. Quella mattina faceva freddo, iniziava l’inverno ma ciò non preoccupò Andrea. I suoi polmoni ormai bruciavano da parecchie settimane. Covava qualcosa di molto grave, ma ancora non se n’era reso conto. Non pensava a sé, voleva solo capire il senso della sua sfortunata esistenza prima di morire.
Alla solita ora, mancava un quarto alle sei, il terreno davanti ai suoi occhi fu oscurato dalle scarpe lucide del solito giovincello neoavvocato. Stranamente, però, quelle solite scarpe si erano fermate invece di proseguire dritto.
Il panico riempì il petto di Andrea che si ritrovò a parlare con voce strozzata.
Perché le cose dovevano cambiare?
“Una monetina per un goccio d’acqua, per favore.”
Non osò sollevare lo sguardo visto. Quei piedi erano ancora davanti a lui e, ne era certo, l’avvocato lo stava osservando.
La voce del ragazzo suonò troppo vicina a quegli orecchi delicati, tanto che Andrea arretrò di qualche passo.
“Buon giorno, spero che questo ti possa servire.”
Il braccio di Andrea tremava come anche le ginocchia. Non voleva guardare, non voleva essere coinvolto. Perché non era più un fantasma? Come mai quel ragazzo si era improvvisamente interessato a lui? Qual era la fregatura?
“Io non esisto, non puoi parlarmi. Sono solo un’ombra sfocata che costeggia la tua vita, perché ti dai tanta pena per me?” Tossì di nuovo e il ragazzo fece un passo avanti invece che allontanarsi. “No, stammi lontano. Cosa vuoi da me? Perché adesso?” Quei pensieri incrementavano la paura che gli rendeva fragili le ossa, mentre il cuore perdeva colpi.
“Se non lo vuoi prendere te lo posso lasciare qui nell’angolo.”

Andrea ascoltava quella voce lieve senza muovere un muscolo. Se solo si fosse lasciato andare a una parola, il suo scudo di certezze e dubbi, di speranze e illusioni, di silenzi e sussurri si sarebbe infranto lasciandolo scoperto ad un mondo assassino pronto a divorarlo. Le persone che lo circondavano lo avrebbero assalito come voraci avvoltoi strappandogli anche la pelle. Perché non gli era rimasto niente tranne che il suo corpo, involucro caldo e freddo di un’anima ormai arida.
“Voglio solo aiutarti.” La voce del ragazzo sembrava più distante e incerta.
Preso dalla paura e assalito dai ricordi, Andrea scappò da quello sguardo che sicuramente emanava pietà. Non poteva sopportarlo, non voleva aiuto! Tutti quelli che tentavano di dargli una mano se ne pentivano, e lui non voleva che anche un giovane ragazzo si perdesse per aiutare un uomo che non si meritava nulla. Non si meritava nemmeno quegli sguardi pietosi.
Corse a rannicchiarsi nel suo buco sotto l’arco, tentando di bloccare il tremore che gli correva lungo la spina dorsale, attraversandogli le membra.
Era solo un uomo anziano, non riusciva a sopportare tutto ciò. Presto sarebbe crollato, il suo cuore glielo ripeteva spesso.
“Caro mondo, – pensò Andrea ricordando la sua vita amara – mi hai intralciato il cammino fin dal giorno in cui ho respirato l’aria di questo tuo cosmo. Hai frantumato i miei sogni, distrutto la mia vita giorno dopo giorno, pezzo dopo pezzo, finché non ti è rimasto nient’altro che il mio cuore da rosicchiare. Era l’unico muscolo che potevo dire di conoscere e tu, che hai reso la mia vita un inferno, hai avuto il coraggio di spezzarlo più e più volte.” Si passò la lingua sulle labbra secche, sfiorando i baffi e la barba. La gola bruciava, il petto doleva, le caviglie e i polsi erano gonfi e la febbre gli faceva chiudere gli occhi. “Tu, mondo ladro, dovrei odiarti per tutto ciò che mi hai tolto, per tutto ciò che mi hai fatto patire. Eppure non ci riesco. So che non è stata colpa tua il fatto di essere finito in questo stato. Solo io mi sono trascinato così in basso e l’ho accettato. Adesso sono pronto ad accogliere il mio destino, sono pronto ad andare.” Sospirò a fatica sentendosi i polmoni pesanti, stopposi. “Però, non permettere che quel ragazzo – animo giovane, altruista, operoso ma superficiale – resti bloccato in una vita di delusioni. Ha già scelto una buona strada, non permettergli di rovinarsi da solo. Volgi a lui lo sguardo benevolo che hai negato a me.”

Quegli occhi, già offuscati dalla cataratta, persero vigore e si spensero insieme al tremore e ai dolori.
Finalmente il mondo gli aveva concesso un po’ di pace.

Da tre giorni Simone osservava la stazione. Era più lugubre e tetra del solito, ma sembrava essere l’unico ad accorgersi di quella differenza. La gente che vi passava non si fermava nemmeno per dare un’occhiata. Era sempre di fretta, troppo occupata, troppo presa dalla propria vita per rendersi conto di quella degli altri. Simone osservava la gente in un silenzio insolito.

Vedeva donne in carriera avvolte nei loro tailleur zampettare fino al vagone sui loro tacchi appuntiti. Notava madri e nonne indaffarate a cercare il binario giusto senza perdere di vista i propri pargoli. Intravedeva una scolaresca di trenta ragazzi, allegri e rumorosi, correre verso i loro sogni infantili, accompagnati da insegnanti accondiscendenti e urlanti ancor più degli stessi bambini. Vedeva uomini che si affannavano nel lavoro, sempre al telefono per affari, con in mano l’iPad per controllare gli appuntamenti, e sfogliando l’agenda per trovare un minuto libero per poter andare al cesso.

Lui dove si collocava? Aveva il suo lavoro, a cui teneva molto, certo. Però esistevano anche la sua famiglia, la sua ragazza, i suoi amici, i suoi hobby. Tutto ciò che viveva, tutto quello che faceva, tutto aveva un senso. Anche le piccole cose, i gesti semplici e naturali lo mettevano di buon umore, di solito. Ma non quel giorno. Quel giorno aveva visto una candela spegnersi, aveva notato un fiore appassire, aveva osservato le nubi offuscare il sole e aveva sentito la tristezza riempirgli il cuore.

Quella mattina mancava qualcosa. Nessuno lo aveva accolto davanti alle scale della stazione porgendogli un contenitore di plastica dove poggiare due monetine e adesso, seduto sulla solita panchina, non vedeva nessuno agitarsi tra le persone o nascondersi all’arrivo di un treno. Vi era solo un batuffolo scuro rannicchiato sotto la coperta all’arco del marciapiedi.
Era solo un corpo, freddo e immobile, che giaceva lì da quando il ragazzo, tre giorni prima, gli aveva offerto un cuscino su cui posare il capo. Quell’uomo, quasi inesistente nella sua riservatezza, aveva avuto paura di quel gesto così caritatevole ed era stato sommerso dall’oblio. Aveva permesso al nulla di renderlo schiavo e risucchiargli la poca essenza vitale a cui la sua debole anima si era saldamente aggrappata. Adesso era solo un’ombra di passaggio che aspettava, cosa? Di partire, di restare, di tornare indietro? Aveva ormai perduto il treno della sua vita o lo stava ancora aspettando?

Simone non l’avrebbe mai saputo, l’unica cosa che sapeva era che quella mattina avrebbe perso il proprio treno, quello che solitamente lo conduceva verso la sua vita monotona. Quei fischi lontani, all’insegna di qualcosa di stabile e sicuro, sarebbero stati dimenticati. Perché la vita non è fissa, non segue un percorso predefinito. È in precario equilibrio sulle nostre scelte.

Simone quel giorno fece la scelta più importante.

Il cimitero era muto e cupo. Nessun uccello a rallegrare la giornata, nessun visitatore malinconico e anche il sole si era rintanato dietro le nuvole per non assistere a quella scena. Solo il fruscio dei cipressi accompagnava il silenzioso zappare di Simone sulla terra umida e fredda. Aveva deposto il corpo in una bara di legno da quattro soldi – il massimo che si era potuto permettere – e adesso la stavano seppellendo accanto alla tomba dei suoi genitori. Ormai quell’uomo sconosciuto era diventato, per così dire, di famiglia.

“Le porgo le mie condoglianze”, disse il custode che aveva osservato con discreta riservatezza.
Il ragazzo non rispose e continuò a sistemare i fiori.
L’uomo, incuriosito da quel silenzio, pose una domanda: “Era suo parente?”
Simone si asciugò il sudore dalla fronte. “No.”
“Un amico?”

“Non proprio”, disse sistemando sul piedistallo la lapide di marmo che aveva fatto realizzare appositamente. Su di essa non vi era né nome né fotografia. Non lo conosceva abbastanza e dubitava che qualcun altro lo conoscesse di più per poter averne una foto. Sulla lapide vi era solo una semplice e sottile scritta, simile a un graffio sulla sabbia. “A dire la verità lo conoscevo appena. Alcuni lo definivano un barbone.”
Il volto del custode non nascondeva la confusione e l’incredulità che quella frase aveva generato.
“Allora perché si dà tanto da fare, tanta pena per uno come lui? Era solo un vagabondo.”
Quelle parole identificavano quella persona come una cosa, un oggetto, un ornamento trascurabile e di scarso valore.
Simone non la pensava così.
“Questa è l’opinione comune. Per me era e sarà per sempre un uomo, una persona, e questo basta!”
Non ne conosceva il nome, né la famiglia, o i pregi e i difetti. Non sapeva quello che gli piaceva e cosa detestava, ma il fatto che fosse un essere umano lo rendeva importante come chiunque altro.
Era per quel motivo che sulla sua lapide, come epigrafe, aveva fatto incidere solo quattro parole:
Un Uomo… Un Angelo.

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