Ma guarda un po’ che coincidenza!

Ma guarda un po' che coincidenza!

Il primo Calamorso ha visto la luce pochissimi giorni fa ma ecco che il primo racconto scritto per vincere l’ammirazione dei Calamisti e un Calamoquio è già qua. Di treni che ti sfrecciano davanti e pensieri che vanno indietro eppure nel loro riesumare memorie ti fanno rinascere facendoti fare un balzo in avanti… Ecco di che cosa in questo primo racconto in concorso si parlerà.

(Ricordo all’autore/autrice di questo racconto e agli autori/autrici dei successivi che conto sulla loro collaborazione affinché le loro identità restino segrete… fino a quando non lo dirò io!)

Ma guarda un po’ che coincidenza!

Chissà quante volte ognuno di noi avrà pronunciato questa frase. Forse alla maggior parte delle persone sarà capitato, ma ad Ernesto mai. Lui era uno di quegli uomini precisi, di quelli che non lasciano mai niente al caso. Ed era anche un uomo poco fortunato, diciamo pure sfigato. E questa sua ultima caratteristica, che aveva scoperto di avere sin da bambino, aveva portato a sviluppare quel carattere metodico e puntiglioso in ogni attività cui si dedicava. Era, infatti, intimamente convinto che se mai avesse lasciato fare al destino, quello gli avrebbe sicuramente riservato una brutta sorpresa.
Così aveva scelto un lavoro dipendente, statale, di quelli che non devi stare alla speranza del cliente, della ripresa economica, ti basta alzarti all’ora esatta e svolgere i tuoi compiti con attenzione, e a fine mese la busta paga arriva sempre.
Una donna ancora non l’aveva trovata, e non c’era da sorprendersi, perché cercava una moglie tutta casa e casa (che la chiesa, troppa fede e poco raziocinio, non faceva per lui), che si occupasse di lui e dei bambini, due ne avrebbero avuti, maschio e femmina, concepiti nel giorno esatto calcolando l’ovulazione, nati di parto cesareo programmato, e cresciuti alla scuola pubblica, rifuggendo con tigna ogni tentazione di corsi di danza, pianoforte, canto, tutte attività buone a mettere in moto la fantasia e quella, figurati, appena può ti frega nei modi più artistici.
Solo che, si sa, ci sono delle cose che tu non puoi gestire, e nel nostro paese più che in ogni altra parte del globo, come ad esempio gli orari dei treni.
Quando Ernesto si trovava a dover affrontare un viaggio, andava nel panico, perché vai a sapere se proprio quel giorno uno sciopero dei ferrovieri, un suicidio inopportuno, la diarrea di un macchinista, non ti andavano a far ritardare la corsa e così sconvolgere l’ordine sacro delle cose. Quando perciò, raramente, gli accadeva di non poterne fare a meno, aveva preso l’abitudine di prenotare sempre il treno precedente a quello che sarebbe stato normale prendere, anche se, metti caso (caso!), partiva tre ore prima. In quel modo riteneva di poter assorbire adeguatamente qualsiasi rischio di intoppo e giungere a destinazione comunque in tempo.
Ma quella volta il problema era doppio. O, se vogliamo dar peso al significato delle parole, perfino quadruplo. Perché il viaggio necessitava di un cambio di treno prima di arrivare a destinazione. E per riuscire a prendere il secondo, doveva approfittare di una coincidenza con una corsa che sarebbe partita appena pochi minuti dopo l’arrivo del primo. Niente di più disturbante, per uno come Ernesto, essere in balìa di una coincidenza! E non poteva ovviare, perché quel treno era proprio l’unico, non ce n’erano altri né prima né dopo. Niente da fare, doveva mettersi in gioco, questa volta.
Salì sul treno (peraltro partito in perfetto orario) con la perturbante sensazione di essere nient’altro che una pallina scagliata con vigore dal croupier in una enorme roulette.
I passeggeri ciarlanti, stupidamente ignari di essere nelle mani del destino cinico e baro, il panorama segmentato le cui immagini si susseguivano e ricomponevano dai finestrini con la velocità dei frame di un vecchio 8mm, le stazioni che come una via crucis scandivano il mistero doloroso di quel viaggio, misero a dura prova il suo sistema nervoso, tanto che in un percorso di neppure due ore probabilmente guardò l’orologio almeno settemiladuecento volte, una per ogni secondo trascorso.
Eppure, a dispetto di ogni catastrofica previsione, li treno arrivò in orario.
Per la coincidenza aveva ancora ben sette minuti, di certo più che sufficienti per scendere, cambiare binario e risalire sulla Freccia che l’avrebbe portato a destinazione.
Neanche a dirlo, ben prima di giungere in stazione aveva lasciato il posto, e, valigie alla mano, si era premurato di porsi in pole position davanti alla porta del vagone, tanto che ebbe modo di imparare a memoria in tutte le lingue che doveva attendere l’arrèt diù trèn prima di premere il pulsante e che non era affatto il caso di penscé ò dehòr, keine gegenstaende ecc. e così non appena il treno si fermò e scese il predellino, Erneso balzò fuori come una molla e, dato un rapido sguardo a destra e a sinistra per capire verso quale direzione il numero dei binari fosse crescente o decrescente, ebbe tutte le coordinate esatte e mise in moto le gambe per trovarsi in tempo sull’altro treno.
Ma vi siete dimenticati che era uno sfigato? Mancavano sette minuti e però prima si ruppe la maniglia della valigia, che cadde e si aprì rovesciando tutto il suo contenuto sul marciapiede e Ernesto dovette usare violenza a se stesso per non rimetterlo a posto con lo stesso meticoloso ordine con cui era stato riposto. E si persero ben quattro minuti. Meno tre. Poi dovette scansare un questuante che chiedeva l’elemosina, un tizio che voleva accendere, un altro che chiedeva informazioni, aggirare con enorme difficoltà una signora paffuta e rotonda come Giove intorno alla quale ruotavano figli e valigie come satelliti ad occupare in traiettorie intersecanti tutto lo spazio a disposizione, tanto che quando giunse in vista del suo binario di minuti n’era rimasto appena uno.
Il treno era già in moto, il capostazione fischietto in bocca faceva segno ai passeggeri di affrettarsi, e però il treno era lungo lungo ed Ernesto scoprì una falla nel suo piano di viaggio per il resto preciso allo spasimo. Non aveva visto sul biglietto quale fosse il suo vagone. Direte voi: poco male, bastava salire sul primo e poi una volta a bordo avrebbe verificato e raggiunto il suo posto. Ma questa sarebbe stata la soluzione di chiunque di noi disorganizzati abituati a trovare le soluzioni all’ultimo momento per rimediare alle nostre disattenzioni. Ma il cervello di Ernesto non era allenato a questo. Era come un Dodo australe privo da millenni di predatori trovatosi di colpo a dover combattere con una fauna non autoctona, affamata e maleducata, pronta ad adattarsi ad ogni nuova situazione a spese del più debole. Pura selezione naturale cui il povero Ernesto/Dodo non era pronto, e quindi provò a risolvere il problema né più né meno che come fa stolidamente lo struzzo nascondendo la testa sotto la sabbia. Aprì la valigia per prendere il biglietto e controllare, e nel frattempo il capostazione fischiò, le porte si chiusero, le ruote si misero in moto, e in men che non si dica accanto ad Ernesto rimase soltanto una borsona aperta ed un binario vuoto.
Aveva perso il treno. Signore, lei è davvero un tipo molto distratto, avrebbe commentato surrealmente un fan di De Andrè parafrasando un formidabile inciso della canzone Amico Fragile. E non sarebbe andato lontano dalla realtà, perché fragile, spiazzato ed indifeso ed a rischio estinzione era anche il nostro povero Ernesto, trovatosi di colpo privo di un piano B, lui che per giunta era da sempre privo pure di lato B, inteso come fortuna.
Provò a pensare positivo. A volte quando ti si chiude una porta ti si spalanca una finestra. Ma la sua interpretazione non poteva che essere un invito al suicidio, e magari ci avrebbe pure pensato se non avesse avuto un intimo limite – quasi una legge della robotica – nel dovere di non intralciare gli altri, e sapeva bene che il suicidio ferroviario era una delle maggiori fonti di disagio per i passeggeri, oltre che genesi di una serie innumerevole di terribili maledizioni a carico del malcapitato appena trapassato, tanto che se un novello Dante decidesse di farsi una capatina all’inferno sicuramente troverebbe un sottogirone di suicidi in cui stanno a penare coloro che con quel gesto pensavano di passare a miglior vita e invece avevano intralciato quella degli altri che in cambio gli avevano buggerato anche l’ipotesi di sollievo nell’aldilà. Ma stiamo divagando, e qua la situazione è grave.

C’è questo Ernesto che è completamente in mezzo al guado (o più propriamente al guano) e deve trovare una soluzione. Si guardò intorno, ma più che altro per un riflesso condizionato, come per sciogliere la cervicale, perché idee non ne aveva una che fosse una. Se avesse avuto un po’ di amore per la letteratura si sarebbe potuto dare animo pensando all’importanza di chiamarsi Ernesto. Che diamine! Sarebbe bastato avvicinarsi a qualche signorina di buona famiglia e sussurrarle il suo nome, magari non avrebbe avuto successo al primo colpo, neppure al secondo, ma forse al terzo qualcosa sarebbe accaduto, la ruota avrebbe preso a girare in un verso opposto al solito. Ma come poteva pensarci, lui che leggeva soltanto il giornale dei programmi televisivi per programmare per tempo il videoregistratore e che si chiamava Ernesto non in omaggio al buon Oscar, e neppure all’attore del Cynar, che pure prendeva la vita con ottimismo, ma semplicemente come il nonno. Il caro Nonno Ernesto, morto come una rockstar, parafrasi di Jimi Hendricks soffocato dal suo stesso vomito. Era stato schiacciato dal suo stesso trattore, mentre si ostinava a coltivare cetriolini per il caso fossero tornate di moda le salamoie.
“Per il caso”…. Ma allora, pensò Ernesto junior, il nonno non era come me, lui al caso ci credeva! Vai a sapere come, questa considerazione invece di abbatterlo ancor di più (era pur sempre morto sotto a un trattore, fidando nel destino), lo stimolò a darsi da fare.
Raggiunse l’ufficio informazioni e chiese quando partiva il prossimo treno per la sua destinazione. L’impiegato rispose che fino all’indomani mattina non ce n’erano, purtroppo. Ma questo lui già lo sapeva. E tuttavia insistette.
Ma c’è PER CASO la possibilità che ne passi comunque un altro prima?
L’uomo lo guardò come i primi coloni australiani guardavano i Dodo. Come un qualcosa di già estinto. E fece segno al successivo della fila di avanzare.
Ma non aveva capito che Ernesto, già per aver formulato quella sola domanda, aveva rotto un argine, non solo i coglioni dell’impiegato. Che perdere quel treno non era stato vano, perché gli aveva fatto ritrovare la speranza di cambiare il proprio destino. Speranza destinata ad essere vanificata, lo comprendeva bene anch’egli, eppure quella fiammella, lo sentiva intimamente, sarebbe stata refrattaria ad ogni spegnimento, e lui avrebbe fatto del tutto per proteggerla, da quel momento in poi, avendo cura di tenere sempre la mano a parare il soffio del vento. Tutto per una coincidenza persa. Che coincidenza, pensò. E rise. Come non faceva da tempo. Mentre una signorina con tutta l’aria di essere di buona famiglia, gli si avvicinò, forse per chiedere un’informazione o solo per scambiare due chiacchiere in attesa del prossimo treno.

“Ernesto, mi chiamo Ernesto”, le disse.
Lei, che non gli aveva ancora rivolto alcuna domanda, sorrise divertita.
“Ho perso il treno”, disse lei, “quello appena partito”.
“Era destino, allora che ci incontrassimo”, rispose Ernesto.

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6 pensieri su “Ma guarda un po’ che coincidenza!

  1. E, da qui in avanti, la vita di Ernesto cambia completamente “ROTTA”.
    Visto che entrambi devono aspettare il treno del giorno dopo, decidono di passare insieme la serata. Sintonazzano subito i cervelli teleguidati, buttando all’aria tutto il prima che c’era stato e il dopo già programmato. Vanno a dormire nello stesso albergo, nella stessa stanza, nello stesso letto e scopano in modo forsennato tutta la notte.
    Il giorno successivo prendono il treno e si dicono addio, senza lasciare tra di sé l’un l’altro.
    Apparentemente!
    Sì perché lei resta incinta.
    Dopo nove mesi dà alla luce un bimbo che decide di mettere a disposizione per un’ eventuale adozione.
    Nel frattempo Erni, (da quella notte la sua mente era diventata più elastica quindi aveva deciso di accorciare e allungare il suo nume secondo necessità), s’era sposato con una tipa scelta per poter accedere a un’eredità lasciata dal nonno Ernesto con la clausola che l’avrebbe ottenuta solo se si fosse sposato e figliato entro un certo limite di età. L’età scadeva proprio due anni dopo la nascita del figlio inconsapevolmente suo.
    Casualmente la moglie era sterile, quindi decisero insieme per l’adozione. Casualmente gli capitò il suo vero figlio, che però lui non sapeva essere suo.

    Ecco…ho appena ricevuto una telefonata che mi ha scollegato l’ispirazione.
    Perciò adesso vai avanti tu che a me è venuto il nervoso.
    Che tra l’altro a me Ernesto mi sta anche poco simpatico e avrei buttato tutto i tragedia, che di questi tempi avrebbe dato da vivere per qualche anno a “Quarto grado”, Barbara D’Urso e co.
    Ma forse dovevo solo dire se mi piace o no?
    Oppure dare un voto?
    Non ho mica capito, ho solo seguito l’ispirazione perciò probabilmente significa che la storia non m’è dispiaciuta.
    O no?
    Bah, fai un po’ tu.

    1. E tu hai ancora dubbi sul fatto che riuscirai a scrivere qualcosa di unico per il Calamorso? Matta!
      (Un commento-racconto è il miglior modo per dire che una storia ti è piaciuta. Per aiutare il racconto a fargli vincere il Calamorso puoi condividerlo su Twitter e Facebook 🙂

  2. La vita dei prevedibili e degli ipercontrollati può essere divertente…
    per gli altri.
    Complimenti all’autore. Avvincente, ironico… oserei dire troppo breve.

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