Di corsi e discorsi

di corsi e discorsi

 

(Cucciolo di cane Corso -ah ah ah che ironia sottile, che raffinato gioco di parole, che elegante danza di assonanze e consonanze- con occhi blu. Che poi si fa presto a dire “blu”. Gli occhi, sulla carta, per tenere altri incollati, alla carta, dovrebbero essere occhi color “mercurio”, o “petrolio” o “cielo di marzo dipinto a acquerello dentro una soffitta fredda che tanto è marzo e il peggio è passato”, o color “ambra” anche se a volte, saper conservare le cose dal tempo, per tanto tempo, non è poi questa gran dote se ti ritrovi solo insetti brutti e inclusioni fastidiose).

Con-t(r)e-denti

Quando nasci sei sporco e piangi. Sì, anche quando “nasci” sul web. Hai addosso i residui di ciò che eri e, per quanto ciò che eri prima fosse l’unico modo che avevi per essere, ora ciò che eri è al tempo stesso ciò che sei e ciò che ti impedisce di essere ciò che vorresti essere. E poi piangi perché qualcuno una volta ha detto che tanto siamo i neonati del mondo e allora tanto vale provarci davvero a salvarsi piangendo.

Poi scopri quella cosa meravigliosa che è la simbiosi con qualcuno che ti legge e leggendoti si prende cura di te e ti conferma che esisti e popola (di sipari alzati e sguardi stupefatti dalle poltrone rosse) il tuo mondo di apprendista sceneggiatore di un palco che forse vuoto non è stato mai. Ma hai anche le allucinazioni uditive (che sono, a modo loro, teleologiche come il grillo parlante di Pinocchio, però) che ti dicono che nella tua stessa barricata c’è gente da cui dovresti considerarti separato da un muro. Così tu ti chiedi se funzioni davvero così: girare con una barricata portatile, una grata elettrificata in formato pochette, del filo spinato da taschino. E forse no.

Forse funzione che quando dici “contendenti” e pensi a quelli che potrebbero rubarti l’attenzione (come il tramonto ruba il sole o come una persona ruba un’altra persona a un’altra e le storie vanno in frantumi come i cocci su quegli inutili muri finché non capisci che nessuno ruba nessuno, anche quando fa razzia di tutto dentro te) in realtà ti stai dimenticando una r, quasi nel mezzo, una “r” che fa comparire tre perle scintillanti come se non avessero fatto altro che sorridere e sai che sono denti e li dai ai tuoi pre-ten-denti letterari, a quelli che ti amano e ti odiano e ti amano perché quando gli dai un buon motivo per provare qualcosa, fosse anche odio, dai questi tre denti e loro, con questi tre denti, sono come il tizio a cui invece di dare i bastoncini Findus (giuro che non è una marchetta) insegni a pescare. Tu gli dai tre denti, glieli metti in mano, ancora lucidi e senza schegge, nessun tentato bacio andato male, nessuno scalino preso in piena faccia per la smania di saltare l’ultimo scalino dimenticandosi che spesso sono proprio gli ultimi passi, quelli a un passo dalla meta, che spesso finiscono col farti fare male. E loro, con-tre-denti presi, un giorno, da dentro un calamo e ripuliti con la manica della maglietta, vanno per il mondo ad addentarlo e divorarlo.

Sorpresa 1 (o busta A, o interno 14, o stanza 1408, come preferisci) 

Io la storia del “fai agli altri quelli che vorresti fosse fatto a te” (era così no?) l’ho presa parecchio seriamente. Tanto seriamente che vado in giro dando spiegazioni, mando le buonanotte, buonanotti, buonenotte, buonenotti, insomma-hai-capito, anche se fuori fa freddo freddo e io poi ho i polpastrelli così freddi che se li premo abbastanza a lungo su un lembo di pelle quel lembo diventa un frammento di eternità come il ghiaccio nel frigo quando il frigo non si sbrina da sé e tutti guardano il ghiaccio con rumorosa rassegnazione e il muto rimprovero “perché al polo sì e tu invece no? Perché tu, stoicamente, resisti?”. Insomma, mi impegno.

Mi impegno così tanto che ho pensato di prendermi un impegno con te che sei così impegnato che a volte l’impegno lo lasci a casa come un oggetto che in qualche modo non vuoi consegnare.

Mi impegno così tanto che se Calamo fosse una casa, ma una casa piccola con un soggiorno troppo pieno di libri e fogli e sguardi abbandonati agli angoli di strada e finali scartati alla corsa finale per i finali, per ospitare anche persone (e che persone) allora il disimpegno sarebbe una lunga fila di sedie per ospitare le persone che si impegneranno a darti un aspetto in più (una stanza che non hai esplorato, un muro che è pieno di chiodi fissi ma non hai ancora imbiancato, una parete che non hai abbattuto, una cantina che per te è troppo spaventosa e misteriosa, una soffitta troppo incasinata per azzardarsi anche solo a pensare di riaggiustarla) su cui impegnarti e qualche centinaio di buoni ragioni per farlo. Che poi chi la vuole la ragione? Caramelle, vogliamo caramelle.

Quindi le persone che avrei voluto mi facessero da madrine e padrini (e che ancora vorrei accanto, sempre e per sempre) prima e durante questo battesimo di sangue che è buttare sangue sulla carta e chiamarla inchiostro, che tanto il sangue diventa nero in fretta, ecco, queste persone qui saranno gentilmente svegliate alle 7 di qualche domenica mattina per mettere su un progetto non piccolo piccolo ma neanche grande grande. Una cosa bella e forte come una classe.

E quindi-bis le persone che adoro-stimo-trovoinsopportabilmentebrave riceveranno dritte. Perché saranno raccomandati nel senso migliore del termine. E se non ti conosco perché non hai ancora rimediato?

(E sì, ci sono ancora talmente tanti dettagli pratici da mettere a punto che… Credo proprio ti piacerà. Perché se è concretezza ma anche idea pura allora è autentica dato che una (cosa) “è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha di se stessa”)

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16 pensieri su “Di corsi e discorsi

  1. Mi mancava leggerti Monia.
    Sei sempre di piú un’artigiana delle parole. E penso che dopo questo tuo post butteró via finalmente il filo spinato da taschino 🙂

    1. Ciao Susanna! Calamista (sempre meno) anonima anche tu!
      Sì, ora il filo spinato lo mettiamo tutto qui, su questo tavolino.
      E lo usiamo per imbrigliare i dubbi così quando si gonfiano come palloncini ingordi incontrano le spine e esplodono.

  2. Il cane corso diventa un grande cane, un gigante dal carattere mite. Dicono sia il cane per la famiglia.
    Vuoi metter su una famiglia di calamai pieni d’inchiostro eh…
    Però con gli occhi celesti.

  3. Con il cognac e gli appunti scelgo la 1408. Chissà se proverai a dissuadermi offrendomi una delle altre due o alla fine mi lascerai entrare comunque.
    E se non lo farai…dovrò temerla o sarò tranquillo perché soffrirò solo di allucinazioni bellissime? E saranno solo allucinazioni?

    Ma soprattutto…sul nastro ci sarà un racconto fighissimo con anche la voce di Calamo?

    1. A me piacciono un sacco quelle differenze sottili sottili che sono come i graffi quando li guardi da una certa prospettiva: ti sembrano sottili sottili, se li guardi un po’ inclinati, da lontano, perché vedi solo la linea netta, un tratto di matita di un disegno che è stato abbandonato, una riga di una penna di un racconto mai terminato, ma quei graffi non sono sempre così sottili.
      Lo stesso sono le differenze.
      Le credi sottili finché non ti avvicini e non vedi che hanno segnato un baratro che i lembi di carne sono rosa e palpitano e che nulla è più osceno della carne senza pelle, ché siamo vestiti di involucri per renderci sopportabile l’orrore di ciò che ci abita dentro.
      Ecco, mi piace la differenza tra allucinazioni e illusioni. Perché le allucinazioni sono sassi lanciati nel lago quando non c’è né il sasso né il lago. Come prendere un buco nero e arredarlo. Cavare dal buco, che è vuoto e buio come solo poche cose sanno essere, cavare da quel buco così che poi è la tua mente ben più di un ragno. Quindi l’allucinazione è una creazione ex novo di elementi visivi e uditivi e tattili e gustativi. Mentre l’illusione è più un fatto di interpretazione. Il fatto c’è ma tu lo travisi, come quando hai un travaso di bile che ti corre inspiegabilmente lungo i neuroni e tutti i profili di vasi ti sembrano volti che si baciano. Quindi… Forse sarebbero più illusioni. Se è vero che “non esistono fatti ma solo interpretazioni”.

      (“Racconto fighissimo con anche la voce di Calamo?” Forse dovresti stare attento a ciò che desideri 😉 )

      1. Che belle queste differenze! E visto che non mi hai dissuaso dal volere proprio quella stanza, io entro e adesso mi rimane solo l’indecisione su quale delle due opzioni mi convenga scegliere una volta sdraiato sul divano di questa 1408.

        Messa così, forse l’illusione mi suona più “vicina” e più raggiungibile. Come suona strano eh?! Certo, le famose allucinazioni posso essere molto reali eh, ma siccome “il fatto c’è” (e non ci piove) allora me ne sto li, aspetto di essere “illuso” da qualcosa di fighissimo e poi….

        poi metto il mangianastri su REC e aspetto 😉

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