2015 incanti(ere)

2015 incanti(ere)

Io questo articolo non l’ho scritto per te. Mi dispiace.

Perché tu te ne stai lì immobile e ti racconti cheè giusto così mentre qualcuno ti calpesta i fianchi e ti senti un po’ franare ma nessuno ti ha insegnato a urlare. No, non l’ho scritto per te, montagna. Ma per chi se si rende conto che è il caso di venire da te ci viene pure. Tanto poi ti scala. Con sogni grandi come elefanti dentro corpi di farfalle.

Diventare uno scrittore

“Diventare uno scrittore” rischia di perdere un orecchio. E notti stellate e corvi e girasoli non c’entrano. Perché “diventare uno scrittore” lavora con in mano una di quelle trivelle così grandi che se la trivella fosse una cernia “diventare uno scrittore” sarebbe il più invidiato dei pescatori della domenica e invece non è un pesce e lui scava dentro un pozzo che sembra senza fondo e che a ogni spinta, sempre più profonda, non regala al ferro che la penetra neanche un rivolo d’acqua. Così “diventare uno scrittore” rischia di diventare sordo perché c’è troppo rumore intorno e il suo orecchio destro non vuole saperne di stare sotto la cuffia perché pensa che nel rumore ci possono sempre essere delle parole e allora l’orecchio destro fa capolino dalle cuffie. Ma i fili di rumore stanno troppo abbracciati gli uni agli altri ed è impossibile per l’orecchio destro di “diventare uno scrittore” indovinare la trama e scegliere cosa ascoltare, discernere il suono fertile di storie da ciò che è solo sterile rumore.

Voglio scrivere

“Voglio scrivere” si aggira per le strade sempre più guardingo. Ha le mani sudate sempre infilate dentro le tasche sformate dell’impermeabile verde bottiglia e tu lo sai che ha le mani sudate perché sulle tasche si forma una macchia che prima è piccolissima e poi cresce. Come se le mani fossero bottiglie che quando le parole non le scrivi le parole le trasformano in sudore e poi le riversano fuori. E nulla sembra poter raddrizzare la situazione quando sono troppe le parole che sono state rovesciate dalle dita ubriache di vita desiderata. E “voglio scrivere” si aggira guardingo con le mani sudate dentro le tasche sformate perché i documenti non glieli vogliono rinnovare. Dicono che non può esistere un tale con questo nome e che, anche ammesso che prima sia esistito, non merita più di esistere così, con questa identità che sembra una candela lasciata a farsi spegnere dal vente in una notte in cui tutto è fermo.

Come scrivere un libro

“Come scrivere un libro” si porta dietro una brutta storia dentro quello zainetto sgualcito che sembra aver ospitato nella sua pancia solo libri che finivano terribilmente male. Quando è nato la sua mamma ha controllato che tutti i conti quadrassero: aveva la testa tonda, due occhi, un naso e una bocca, due orecchie, 140 capelli e un collo e due braccia e due mani. Ma ora “come scrivere un libro” ha la testa tonda, due occhi, un naso e una bocca, due orecchie, 0 capelli e un collo e due braccia e una mano. Sì, una mano sola. Perché una sera faceva troppo freddo per non lasciarsi scivolare una lacrima di scotch in corpo mentre lo smilzo al piano per poco non faceva piangere perfino qualche brutto ceffo suonando di cuori spezzati che non si possono reincollare e allora “come scrivere un libro” ha ingollato una bottiglia e ha provato a scrivere come quegli scrittori che tracannano alcolici e poi vomitano le storie. Ma tutti continuavano a dirgli che no, l’imitazione non è arte perché l’arte imita la realtà, o forse è il contrario, ma nessun artista può imitare un altro artista. Che sia reale o inventato. E tutti continuavano a far scivolare le loro raccomandazioni fuori dalla bocca e i consigli prendevano velocità come biglie sulle strade lastricate di buoni propositi e tutti i pareri ripetevamo che non si può neanche apparire uno scrittore se non si fanno le cose di proprio pugno. Per questo “come scrivere un libro” il pugno se l’è tagliato e lo ha incartato con la carta del suo primo libro. Mai pubblicato.

All i want for Calamo is you

Calamo ha così tanti progetti in cantiere che il cantiere è diventato una discoteca. Ma per non farli diventare sordi gli ho detto, per ora, di starsene muti. Ma per poco. Ancora per (troppo?) poco.

Calamo ha così tanti piccole e grandi novità che vuole attuare che si sente come quando hai tagliato i capelli e fatto la tinta e sono passati troppi anni, anni cruciali, e quella croce di quella foto della carta d’identità in cui sorridi come se avessi in testa una corona di spine no, non ti somiglia più. E allora ci provi a farti simile all’immagine che è rimasta conservata di te stesso ma ogni tentativo risulta grottesco.

Calamo ha così tante cose che gli frullano in testa per le mani, mentre le mani hanno in mano le fruste e cercano di girare sempre nello stesso verso per non smontare gli entusiasmi, che non ce la fa proprio a starsene con le mani in mano e allora man mano che i giorni si affastellano le stelle sembrano sempre più vicine.

Le luci nelle teste degli altri

Il momento prima è così “buio” che ti chiedi se esista davvero il “buio”. Perché per esistere una cosa che si chiama “buio” deve esistere una cosa che si chiama “luce” e tu una cosa che si chiama “luce” non la conosci e allora il “buio” è tutto e se qualcosa è tutto allora lo chiami tutto e basta. Non perdi tempo a cercargli un altro nome.

Il momento dopo poi c’è la “luce” ma tu questo lo capisci poi. Perché nel momento in cui qualcosa vede la luce non lo sa che è “luce”. Siamo sempre così fatalmente impreparati ai primi incontri con tutte le cose. Così c’è la “luce” che tu non chiami “luce”, che tu non chiami in nessun modo, in effetti, perché lei è lì e pervade tutto e allora non è più solo “luce” ma è la matita che disegna i profili delle cose e la tempera e il pennello che quei contorni li riempie colorando restando dentro i bordi.

E in mezzo?

In mezzo ci sei tu che osservi le prese di corrente che funzionano e cerchi di imparare il trucco dell’intreccio dei fili. Che poi non è un trucco. Solo un intreccio preciso. Ma poi ti rendi conto che è troppo semplic da replicare e non ti diverte più. Allora per accendere le luci ti metti a battere le mani e quando capisci che, comunque, c’è sempre un incontro che devi attuare, c’è sempre una coppia precisa di fili che devi mettere insieme per farli giocare, allora ti sbizzarrisci coi lampadari.

Perché il numero delle lettere è sempre quello ma scommettiamo che tu e tu e tu e tu (Calamo fa una giravolta su se stesso e indica i lettori) riuscirete a tirar fuori da queste lettere sempre identiche a se stesse parole nuove?

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16 pensieri su “2015 incanti(ere)

  1. Tanti piccoli passi sperimentati uno ad uno fino ad un altro tipo di consapevolezza.
    Il viaggio di una penna solitaria su tantissimi fogli di pixell e sempre con lo stesso obiettivo (palesato mai senza garbo) nella testa…

    E poi? Poi una luce ed uno punto preciso…
    Ci siamo? A quando il negozietto con tutti i tuoi libri?

    All i want for me, is Calamo 😀

  2. Purtroppo il percorso è obbligato, prima di essere uno scrittore devi voler scrivere e voler diventare uno scrittore, ma questo non basta. Come al calamo non basta mai l’inchiostro. Alla fine devi fare solo una cosa, più e più volte: scrivere, scrivere, scrivere. Senza se e senza ma, di quelli ti preoccupi dopo, quando è il momento di rileggerti.

  3. Un post motivazionale e critico per chi ancora non si decide a scrivere sul serio.
    Ora però voglio sapere di questi tanti progetti, novità e cose che ci hai accennato, stuzzicando la nostra curiostà. O almeno la mia 🙂

  4. Brutta cosa avere mille idee in testa e altrettante abbozzate su carta, pixels, bloc notes, fogli volanti, hard disk disperati e rimuginarne di nuove senza aver compiutamente concluso le precedenti. Brutta cosa. O bellissima?

    1. Io i tuoi commenti me li leggo sempre a letto.
      E allora mi sveglio, stropiccio gli occhi e mi sembra di vederle queste cose incompiute che sono come parti cresciuti direttamente dentro incubatrici.
      E vorrei dirti la mia ma credo di aver sempre mescolato bellezza e orrore.
      E fatico a distinguerli.

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