Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)

Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)

Ci sono un sacco di cose che non crescono sugli alberi.

Tipo i biglietti del treno quando tu vuoi andare a annaffiare il tuo personalissimo ciliegio in fiore e invece devi aspettare una vagonata di tempo e smistare prima una vagonata di cose anche se la voglia di dedicarti alla cosa che fa con te ciò che la primavera fa con i ciliegi ti scoppietta dentro come l’olio in un fritto misto.

Tipo i biglietti perfetti per le occasioni perfette. O tipo le occasioni perfette. Perché tanto lo sai che appena ti fermi a pensare “accidenti, questo momento sembra un momento perfetto” allora i denti ti diventano più aguzzi, senti i secondi tra la lingua e il palato e nessun momento, al morso, si rivela davvero perfetto. C’è sempre qualcosa di sbagliato in mezzo.

Ma ci sono anche alcune cose che crescono eccome sugli alberi. Soprattutto di Natale (ché tutti a Natale hanno voglia di spacchettare anche la curiosità). Un esempio? Le domande che, prima o poi, uno che scrive si trova a affrontare.

Ma tu… scrivi?

Alla fine è successo. Non è che ti aspettassi/sperassi di continuare a parlare da solo come sul ciglio di un burrone, con le ciglia imperlate di pioggia così fitta che anche l’eco dopo un po’ preferiva andarsi a rintanare invece di continuare a giocare con te. Ma non pensavi neanche di destar tanto sospetto solo perché te ne vai in giro tenendo in equilibrio, in testa, un portapenne pieno di biro come i candelabri in testa delle balinesi nei giorni di festa. Così la curiosità è nata. E quando una cosa nasce poi può anche morire, certo, ma quasi mai tutto può tornare a essere com’era quando non era ancora nata.

Cosa?

(Le possibili risposte, qui di seguito, raccolte per te)

Le frasi dei Baci Perugina.

(Per questo sì, vedo che mi stai guardando i fianchi, ok, non sono innamorato quindi le maniglie potrei pure rottamarle ma mi tengo preparato, va bene, d’accordo, un po’ mi sono rimpinzato, e Natale è appena iniziato, ma è solo perché dato che scrivo le frasi dei Baci Perugina e i soldi non fanno la felicità ma la cioccolata ti spara le endorfine come neanche i bambini con le pistole ad acqua il 15 agosto in una spiaggia affollata, allora mi pagano in Baci. Perugina. E il naufragar m’è dolce in questo mare di inchiostro nero e caldo.)

Le targhe dentro gli ascensori.

(Per questo sì, vedo che mi stai guardando il viso, mi vedi pallido-sciupato-smagrito? Non dormo la notte perché passo la notte a pensare a come si deve sentire uno davanti all’ascensore, con altre persone, davanti all’indicazione della capienza, mentre si chiede se nel calcolo del peso devono rientrare anche le preoccupazioni, perché lui si sente uno di quegli zaini pesanti, uno di quelli che ti metteresti sulle spalle per partire per un viaggio lungo lungo che si snoda come un serpente lungo tutta l’Europa, lui, uno di quegli zaini, se lo sente sempre addosso, sul petto e dentro non ha souvenir di bei posti che ha vissuto ma pietre di castelli che ha visto crollare. Fortuna che, anche se a vederla non lo diresti, la penna è un’eccellente leva quando c’è un carico sollevare.)

Le etichette nutrizionali.

(Per questo sì, mi sono alzato da tavola, vedo che hai guardato poco fa, mentre eravamo tutti a tavola per questo ennesimo cenone di Natale che, insomma, diciamocelo chiaramente , potremmo mandare ogni anno la replica dell’anno precedente e basta, non ripresentarci ogni volta a girare uno spettacolo che nessuno vuole vedere. Quindi, dicevo, mentre tutti eravamo, anzi eravate, a tavola e vi leggevate negli occhi la noia, io mi abbandonavo a leggere tutte le scritte in tutti i pacchetti delle cose da mangiare. Perché io non ci posso fare niente: di leggere e scrivere ho sempre fame.)

La verità

(No, non nel senso che scrivo la verità nelle foglie, come la Sibilla, e poi le faccio volteggiare. Anche se come idea di marketing editoriale non sarebbe male: scrivere cose strane, su supporti strani e poi alzare un gran polverone fino a far venire voglia di leggere. Quel “la verità” scritto là sta a indicare che ti dirò la verità su cosa scrivo. Capito?)

Ogni volta che uno scrittore smette di credere di poter scrivere tutto ciò che vuole allora uno scritto muore. Quindi la verità migliore che tu possa dire rispondendo a questa domanda è “scrivo quello che scelgo di scrivere“. Ripetilo un po’ di volte. Perché a dirlo così, le prime volte, può farti strano. Perché, a volte, si va avanti con l’idea che si deve fare quello che si deve fare, che tanto tutto fa brodo, che essere selettivi vuol dire perdere occasioni, come se poi avesse un qualche senso prendere tutti i treni che ti passano davanti solo per poter dire di essere in treno, ma poi ritrovarsi in un posto in cui non si voleva dopo un viaggio che non è valsa la pena fare.

Per…chi? E per…ché?

Me l’ha chiesto Babbo Natale perché le letterine che riceve ogni anno (a parte quelle dei bambini che sono bellissime a prescindere) sono scritte così male che hanno sugli elfi lo stesso effetto delle cipolle: li fanno piangere. Quindi appena a qualcuno salta in mente un’idea balzana me la manda, immantinente e io balzo in piedi, come uno a cui hanno dato la scossa e mi do una mossa affinché i pensieri diventino lettere e le lettere parole e le parole una lettera, una sola da affrancare e spedire per liberare tutti i propri desideri.

E me l’ha chiesto pure la Befana. Perché da quando è stata messa in giro questa voce che ha le scarpe rotte nessuno passa più dal suo fescion blog e lei ora le scarpe rotte le ha davvero ma macina comunque km su km perché lei al suo mulino, per quanto di un bianco stinto, di un grigio sciupato da una Londra che non ha mai chiamato, lei al suo mulino ci tiene davvero. Ma oltre alle suole ha perso le parole. E io le presto le mie. Per dirlo con parole sue.

E qualche volta me lo chiedono i lettori. In forma e modi diversi. E mi sto chiedendo quanto siano attenti a ciò che hanno desiderato. Data la storia che , a volte, siamo così s-fortunati da vederli avverarsi davvero.

E tu che domande hai spesso voglia di fare e cosa rispondi a quelle che ricevi?

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25 pensieri su “Risposte dal Calamo: le domande della vita (di chi scrive)

  1. A me c’è una domanda che salta sempre in testa se parlo con qualcuno che scrive, (ma non so se è nata prima la domanda dello scrittore o lo scrittore della domanda; ed è nata solo perché me la vorrei sentir porre?) ed è: mi fai leggere qualcosa di tuo?

    1. Sai, Seme Nero, è la domanda che faccio sempre anch’io a chi scrive. Ma siccome io sono contorto come una scala di Escher mi faccio le stesse domande che ti fai tu, e anche di più. Sono altruista? Sono semplicemente curioso? Lo faccio per essere ricambiato? Voglio rincuorare il mio ego constatando con mano che nessuno è più bravo di me? E cento altre. Ma non voglio annoiarti oltre: mi fai leggere qualcosa di tuo? 🙂

    2. Ho letto un po’ di racconti sul tuo blog, ti do la mia opinione (non richiesta!) qui nel salotto di Monia, dove è piacevole discutere di scrittura e s’incontra tanta bella gente (io, non invitato, sono entrato dal retro).
      Ti riescono meglio i racconti brevissimi, quelli che si reggono sul ribaltamento finale, sullo svelamento, ad es.: bionda, muffin, Darwin – quest’ultimo il mio preferito, molto Rod Serling. Un po’ meno quando la storia, per la sua maggiore lunghezza, dovrebbe essere più articolata. Lì non basta la semplice “trovata” a tenere desta l’attenzione del lettore, e non aiuta l’introduzione di più personaggi, che non essendoci spazio per il loro sviluppo dei caratteri, confondono di più, mentre il racconto, molto più che il romanzo dove sono consentite le digressioni, dev’essere un meccanismo perfetto. Apprezzo anche il tuo stile, editing quasi perfetto salvo poche ripetizioni, sinonimi ricercati il giusto senza pedanteria, periodi quasi sempre brevi e senza incidentali, così il racconto fluisce meglio. Un po’ artefatti i dialoghi, per i quali meglio rifarsi sempre alla vita reale recitandoli ad alta voce per sentire se “filano”. Sento dei rumori, Monia sta tornando! Scappo di nuovo dal retro per non ricevere un calcio proprio lì.

  2. Questa delle domande è davvero intrigante per me che ne faccio e me ne faccio talmente tante per ogni cosa che nel ripetersi perdono significato lasciando solo vuoto interrogativi, come le Aramostre nella serie della Torre Nera (chi ama King lo sa). Quella di Seme Nero la faccio mia, nostra.

    P.S. Volevo aggiungere, ma non trovo le parole. Mi rifugio nella battuta. Cosa pubblica il blog ritardatario? Dei post scriptum.

  3. E perché non pensare che quello che scrivi ha scelto te per farsi scrivere, invece?
    @Glaurito: Seme Nero vattelo a leggere tutto d’un fiato.
    p.s. la targhetta negli ascensori mi ha fatto venire in mente che ho creato leggero imbarazzo quando appesi nell’androne del palazzo il seguente comunicato: “La prossima volta che lasciate aperto il portone, speriamo sia quella che vi svuotano, l’appartamento, la cantina e il garage. Grazie L’Amministratore”. Da grande vojo fa er comunicatore de tensione.

    1. Io ne sono piuttosto convinta, Franco: sono i libri che scelgono e fanno gli scrittori più che il contrario.
      (Io ho letto al massimo di “cestini spariti” e “inviti” a “non usare il bagno per X ore” (che, in fondo, che ci vuole?) ma tutti i cartelli vengono battuti dalla tua più che diplomatica comunicazione!)

  4. preferisco non fare domande, quando la questione mi sta davvero a cuore e magari quel punto interrogativo mi sfrigola sulla lingua 😛 anche a me stessa…preferisco sorprendermi a osservare i miei gesti che magari mi danno le risposte che non mi aspettavo 🙂

  5. Dipende da chi mi formula la domanda: o prendo tempo o rispondo che scrivo quello che mi sento dentro.
    E anche se per testa avessi una cosa che poi, per pura coincidenza, mi viene suggerita, non la scriverei: il pericolo è che se ottieni una certa visibilità (anche senza arrivare alla pubblicazione, basta un po’ di commenti sul blog o su facebook) devi affrontare il problema della paternità dell’opera…

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