Mamma TV e il prodigarsi di scrittura

mamma tv  e il prodigarsi di scrittura #SelvaggiaNonMentire

Poi un bel giorno (tutto quello che è successo prima è irrilevante perché, a un certo punto, tutti sembrano convinti che basti guardare il risultato, dove sei arrivato, più che come ci sei arrivato. Questa perversione di conoscere i modi. Verbali e non solo) succede che sei sul tuo nido del cuculo a immagazzinare parole come farebbe coi pesci il pellicano e leggi che nell’aria c’è qualcosa.

In genere selezioni con cura di cosa, di quello che c’è nell’aria, occuparti. Perché, ehi, lo sappiamo tutti che le percentuali non sono a tuo favore: solo il 21% dell’aria è respirabile. Se ti risparmi il tentativo di imbottirti di azoto i polmoni ti fai un favore.

Ma a volte occorre fare la pulce che ha la tosse.

L’educazione al bello

Ciò che ci piace ci piace perché ci piacerebbe comunque, indipendentemente da cosa ci avrebbero spronati a reputare interessante in uno dei tanti possibili mondi paralleli, oppure ciò che ci piace ci piace perché ci hanno insegnato a farcelo piacere? Che poi “educare”, etimologicamente (dai, lo so che lo sai. St’etimologia è, se possibile, più abusata della finta storia che crisi in cinese o giapponese vuol dire opportunità), dicevamo, educare vuol dire tirare fuori. Quindi se vedi che a qualcuno qualcosa piace hai due possibilità su cosa pensare:

1) Puoi pensare che tutto ciò che piace a qualcuno, ammesso che si possa essere educati al bello e al brutto (e a distinguerlo, quando si è fortunati, o invertirlo, quando lo si è un po’ meno), sia qualcosa che a quel qualcuno piace perché è il gusto che quel qualcuno ha dentro. Come se dentro ognuno di noi avesse una macchina per il gelato che quando scegli un programma tv da guardare, un personaggio da stimare, un libro da leggere, una canzone da ascoltare, va a cercare nel palinsesto, sul web, tra le tracce d’inchiostro, dentro le note, quel gusto che è il gusto preferito quando la macchina per il gelato che ci abita funziona a pieno regime e produce coni a volontà. Insomma, sia che il gusto per qualcosa sia innato, sia che si educhi, nel senso più etimologico del termine, ciò che ci piace è ciò che ci piace abitare perché in qualche modo ci abita. Se perciò a qualcuno piace qualcosa che tu consideri spazzatura di chi è “la colpa”? Di nessuno, insomma. Semplicemente il tuo apprezzometro è tarato in maniera palesemente diversa e niente, si può continuare a vivere come l’Inghilterra che si tiene le sterline e se ne frega se quando vuoi comprare da lei devi fare il cambio. Perché il bello delle persone è che non è che debbano cambiare proprio sempre sempre per essere migliori. A volte, magari, sarebbero pure peggio. Secondo i tuoi canoni, almeno.

2) Puoi pensare che tutto (o buona parte) di ciò che piace a qualcuno piace a quel qualcuno perché lo hanno educato a trovarlo bello/interessante/altroaggettivochetroviappropriato. Ma educato in un senso un po’ diverso: un gusto educato non nel senso di guidato fuori dall’individuo fino a esprimersi, no, un gusto tirato fuori a forza, in modo innaturale, come un bambino vero da un ventre di fili e ferro. Allora tutto ciò che è giudicato bello dalla maggioranza lo è per un qualche inganno. Immagina orde di lingue, divenute ovviamente mute, che mute annuiscono a ogni cenno dei loro perfidi ingannatori, impegnate a assaporare un calice di cicuta e costrette a considerarlo buono come uno screwdriver perché qualcuno ha infilato ai possessori di queste lingue un cacciavite nel cervello. Allora il gusto g(i)usto, a maggior ragione, non esiste. E tu che ti accorgi dell’inganno sei come un pazzo in un mondo di savi. O era il contrario? Non importa. Perché in ogni caso qualunque cosa dirai avrà il colore scuro di una bandiera bianca: stai ammettando che chi condiziona il gusto è così forte da poterlo fare e quindi? E quindi niente. Se i cattivi sono tanto più bravi dei buoni pure il tragico va a farsi benedire (sulle sponde dello Stige) e ciò che resta è solo la disperazione.

 

Lo Scotto Da Pagare

Il bello di non essere un “eugenio” (sì, un “nato bene”, intendo) è che magari quando nasci pensi che oh, difficilmente potrà andarti peggio. Ogni volta che rinascerai è più probabile tu rinasca come una rana che salta più in alto che come una pescatrice che non fa che spingere la sua esca sempre più a fondo, in basso. Ma c’è un ma: per ogni purgatorio festante, con momenti epici e s-balli d’Ilio tutti da in-cornici-are perché è bello fare l’alba quando si è convinti che il proprio tramonto non possa mai arrivare, c’è come contropartita una montagna capovolta che è un inferno di programmi sca-denti (nel senso che quando vedi cosa c’è da presentare e da chi (e come) è presentato ciò che c’è da presentare allora senti la tua autostima traballare come la dentiera di tuo nonno quando ha finito Kukident. Sì, è pubblicità occulta. Cerco uno sponsor), un inferno di personaggi a cui sembra tutti gli Ugolino del mondo abbiano divorato un pezzo di testa (eppure stanno nella testa di tutti e allora facciamoci un test tutti: smettiamo di dare testate al muro perché a qualcuno piace ciò che noi reputiamo impossibile possa piacere e proviamo a far diventare possibile che piaccia ciò che più ci piacerebbe.), un inferno di libri che infiammano le classifiche di vendita (e no, non frega a nessuno se tu li reputi materiale buono per una nuova, più mirata, edizione di Fahrenheit.), un inferno di note indiavolate (che fanno rivoltare nella tomba anche chi si è sparato un colpo di rivoltella dopo aver cantato di quanto il mondo possa essere rivoltante e meraviglioso al tempo stesso).

 

Certe Cose Capitano A Fagiolo (Ma Non Se Sei Il Facchino Che Lavora Sempre Sodo)

Il mondo è fatto a scale. A volte sei in una di quelle metropolitane in cui tu pensi che, essendoci le scale mobili, non serve camminare. E invece no. Se non cammini devi stare a destra. Allora tu cammini. Perché pensi che alla fine ci sia un premio. Ma invece il premio era tutto in mezzo. Così chi sta a destra, fermo, finisce che stando fermo si mette a parlare con qualcuno. E con quel qualcuno si scambia qualche abbraccio, finché quel qualcuno gli dice qualcosa del tipo “sei il mio braccio destro” e poi magari lo prende pure in braccio.

Giusto, sbagliato? Il punto è che ci vorrebbe una terra promessa in cui siano promessi non gli stessi risultati ma le stesse premesse sì. E il punto è anche che qualcuno ha visto nel meraviglioso (e rivoltante) mondo del web (per intenderci quello che “insorge”, nel bene o nel male, per ogni cosa) questa terra promessa. Ma le promesse sono come le porcellane quando la luna di miele è finita: così facili da infrangere. Così il vetro è stato infranto, tutti hanno gridato che era il momento di evacuare e qualcosa è andato a fuoco. Mentre tutto intorno diventava cenere maleodorante.

 

Mi Piaci Perché Sei Selvaggia

Ora, a me piacerebbe un sacco se tutto i pezzi che abbiamo dentro potessimo appiccicarceli addosso come post-it colorati e illuderci che finalmente siamo interi, completi, montati (preferibilmente non di testa) ma forse no. Per questo quando scrivi e ti metti a rimestare dentro mentre ancora tutto dentro è così al dente da essere un morso furente, allora, ecco, diciamo che ti fa diventare mesto pensare che qualcuno possa avere la pappa pronta. Ma il punto non è neanche quello. Anche se stai puntando esattamente a quello. Il punto è che l’evoluzione seleziona non i migliori. Ma i più adatti. E che sei anche tu che scegli i più adatti se tu hai in una mano il telecomando della selezione e nell’altra un libro che parla di Stati che sarebbe bello provare a espugnare perché se ognuno di noi è una spugna allora qualcuno, vedendo alcune spugne diventare reginette del mare ma restando convinto che quelle spugne non abbiamo assorbito poi così tanto da dare, qualcuno potrebbe aver voglia di bere per dimenticare. Ma la verità è che se il padrone del mondo è un’inconsapevole vestale dimentica del mondo e dal mondo dimenticata allora ciò che viene propinato come gusto imperante ha senso finché è davvero lo specchio del desiderio di chi è la maggioranza al momento. Altrimenti è soltanto uno di quegli specchi per bambini, fatto di pellicola che appena appena riflette. Altrimenti è solo una brioche stantia che il popolo non ci sta a mangiare. Soprattutto sapendo che c’è eccome del buon pane.

Il bello della giungla, quella selvaggia davvero però, è che si è tutti, al tempo stesso, sullo stesso piano eppure su piani estremamente diversi. Perché si nasce con artigli o con ali, con una stazza importante o con la capacità di mimetizzarsi, quindi molto differenti gli uni dagli altri, ma poi si è gettati tutti nello stesso, ostile, ambiente. Ma poi succede che qualcuno decide che c’è un(a) font(e) migliore e allora tu che stai scrivendo la tua storia in modo diverso ti senti diverso, certo, ma nel senso peggiore del termine.

Like Che Move Il Sole E L’Altre Stelle

Se quindi invece di attaccar la viralità che al cor mediatico ratta d’apprende iniziassimo a chiederci cosa ci rende a essa così vulnerabili mentre dovremmo esserne immuni?

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5 pensieri su “Mamma TV e il prodigarsi di scrittura

  1. L’esposizione mediatica e il suo opposto, cioè la fissazione dei media sono espressione di un nostro bisogno ancestrale di consenso. Chi lo cerca scrivendo post, chi commentando, nel nostro caso. Ci si abitua troppo presto ad averlo e mai a perderlo. E si farebbe – si fa – di tutto. Condivido in pieno ogni tua parola. Magari per le ragioni di cui sopra, chi lo sa 🙂

  2. C’è anche una sola parola, forse: condizionamento, che spiega tutto il tuo panegirico. Ma su altro ti tributo ampia ragione. E’ nel mezzo della scala mobile che m’innamoro delle tuo dire, o del commentare di altri, e il mio viaggio è già approdato allora, senza neanche partire. 😉

  3. Il mondo fatto a scale per me è sempre un po’ disagevole. Se poi le scale sono mobili è addirittura infrequentabile perché avendo problemi di equilibrio non le salgo né le scendo.
    Dopo questa dichiarazione è giustificato il pensiero: “son tagliata fuori da un bel mucchio di possibili attività”. E’ vero ma, talvolta, una forma di invalidità può trasformarsi in spinta che apre una o più porte che diversamente non avremmo neppure notato.
    E’ successo nel 2012 a Praga dove tutta la linea della metropolitana è accessibile solo ed esclusivamente con scale mobili che muovono fortissimo persone frettolose che vanno velocissime.
    I miei compagni di viaggio, marito e moglie, conoscevano la città alla perfezione essendoci stati già svariate volte, ma si erano sempre e soltanto spostati in metropolitana. Per potersi trascinare dietro il mio impedimento cerebrale decisero di muoversi, con e per me, in tram.
    Dimostrando affetto e grande disponibilità nei miei confronti, alla fine della vacanza, mi confessarono di avere riscoperto Praga guardandola seduti sul mezzo in superficie anziché sotto terra. Benché fosse l’ennesima volta che viaggiavano dentro la Capitale della Repubblica Ceca, il nuovo punto di vista permise loro di conoscere una città parallela ancora inesplorata dagli occhi.
    Il mio iniziale senso di inadeguatezza, alla fine, si è trasformato in una commossa condivisione del piacere di gustare non solo una vacanza dentro il “bello”, ma anche l’affetto sincero e reciproco di un’amicizia.

  4. Non credo all’educazione al bello e al gusto. Ci piace ciò che fa bene alla nostra personalità e alla nostra natura. Ho gusti decisamente differenti da chi mi ha educato 🙂

    Far piacere agli altri ciò che a noi piace la vedo dura… ma più o meno ho capito il senso di quello che hai scritto.

    L’evoluzione premia i più adatti: questa frase devono scolpirsela addosso tutti gli scrittori. Mi ha ispirato un post, vediamo se riuscirò a scriverlo 🙂

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