Il cenone del cannibale

Il cenone del cannibale

Se rinasco chiamatemi Crisostomo.

Avrò occhi grandi, color del miele, capelli sottili e così bianchi da sembrare, come rugiada, trasparenti, ma non sarò un vecchio narciso che a furia di specchiarsi ha chiesto la vita eterna dimenticandosi l’eterna giovinezza.

Chiamatemi Crisostomo così farò ingelosire la mattina di Misery.

Perché si è tanto più speciali quanto più si è gli unici a avere qualcosa che luccica sulle labbra.

“Non c’è uomo che non possa bere o mangiare, ma sono in pochi in grado di capire che cosa abbia sapore”

Tu sei lì che ti affaccendi perché forse il primo pasto è come il primo amore: non è vero che non si scorda mai, consciamente, ma dentro, nel sottobosco delle emozioni, continua a proliferare come ettari di muschio pronti a indicarti la strada quando perderti sarebbe la cosa migliore che ti potrebbe capitare.

Perché, a volte, è proprio quando ti perdi che ti sembra di aver guadagnato abbastanza spazio da poterti permettere di giocare a rieducare il tuo palato.

Perché a volte è proprio quando non hai più fretta di arrivare in un posto in cui non sei certo di aver voglia di andare che ti concedi il lusso di riallenare le tue papille gustative al vero sapore dei giorni che ti si consumano tra la lingua e i denti.

 

“Non si sa di nessuno che sia riuscito a sedurre con ciò che aveva offerto da mangiare, ma esiste un lungo elenco di coloro che hanno sedotto spiegando quello che si stava per mangiare”

Lo senti dire spesso: non è tanto ciò che fai, ma è come lo fai. Non sempre c’hai creduto. Perché il modo, per quanto sia un modo unico, meraviglioso, un modo tagliato su misura per te, che non ha bisogno di seguire una moda per dettarla, per quanto il modo sia l’unico modo che ti sta bene addosso, ecco, il modo può davvero essere così importante?

Forse sì. Ma a patto che il modo non sia solo la carta regalo con cui impacchettare le promesse.

Il modo deve diventare al tempo stesso la pelle e il ripieno e il gusto, tutto, del tacchino cucinato per uno dei più importanti dei ringraziamenti: quello rivolto a te stesso.

La ricetta del tuo in-successo, quindi, fa ben oltre gli ingredienti che mescoli con gli utensili che hai nella tua cucina da creativo e creatore. Perché monti la panna, sì, ma fai montare anche la tensione, quella buona, quella che sa di zucchero e curiosità e porta a ebollizione non solo il latte, sistemato sul fuoco, ma anche l’attenzione che è tutta focalizzata sulla tua prossima mossa, sulla tua ennesima, sorprendentemente vincente, decisione.

 

“L’appetito vien mangiando, la sete se ne va bevendo”

I sogni, desideri, progetti si dividono in due categorie: quelli che sono come la fame e quelli che sono come la sete.

Qual è la (fondamentale, eh) differenza?

I primi si autoalimentano. Più ne esaudisci più ne nascono. Li vedi germinare sotto i tuoi occhi. I sogni affamati è come se fossero frutti pieni di semi: li divori e i semi sono così resistenti, così forti, così pieni di voglia di germogliare che, ovunque li abbandoni, loro non si sentono orfani della voglia di fare e allora crescono, crescono, crescono, silenzioni, sotto terra, finché, finalmente, un giorno ce la fanno a sbocciare.

I secondi, invece, si autolimitano. Non è che è per forza detto siano sogni di serie b: è solo che sono sogni che una volta che li realizzi, soffiandoci sopra come si fa con una candelina di compleanno, semplicemene, si spengono. Sono come un appuntamento che nessuno vuole replicare perché sa che la replica non potrebbe mai eguagliare l’originale e eguagliarlo sarebbe l’unico modo per aver senso di esistere perché non c’è altro da dire, da mostrare, altro da vivere.

 

“La fame fa uscire il lupo dal bosco”

Questa, se permetti, te la regalo e me la tengo cara pure come mantra personale. Perché finché la fame non ti fa uscire dal bosco non è ancora “vera fame”.

“Quando c’è la guerra, a due cose bisogna pensare prima di tutto: in primo luogo alle scarpe, in secondo luogo alla roba da mangiare; e non viceversa come ritiene il volgo: perché chi ha scarpe può andare  in giro a cercare da mangiare, mentre non vale l’inverso”

Tu le scarpe le hai preparate?
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19 pensieri su “Il cenone del cannibale

  1. Belle e pronte da un pezzo ma non ho trovato ancora il motivo buono per usarle. Forse perché ancora non sono un lupo vero o forse perché ancora non ho così fame.

    Non penso di aver bevuto ancora abbastanza e credo di aver finalmente sistemato quel vecchio problema del filtro sulla vecchia moca, quindi il caffè dovrebbe essere apposto.

    Ricordo di essermi sentito però una pecora un po’ più asociale delle altre, di quelle che parteciperebbero alle cose solo a piccole dosi, e magari ancora sono li, nel mio recinto, aspettando di togliermi il travestimento e diventare altro.

    Di una cosa però sono certo…visto che le scarpe le ho già così non devo comprarle e visto che la curiosità che stai instillandomi con gli ultimi post mette pure un po’ fame… aggiungeresti eventualmente un negozietto di costumi così nell’indecisione compro quello da lupo e provo ad andare? 😀

    1. Sì, pensavo di vendere pure occhiali con lenti di tutti i colori, pelli di taglia più grande per quando la vita inizia a starti stretta, capelli di ricambio così non si è impreparati se si ha voglia di strapparseli e piant(in)e dei piedi tutte da studiare, per arrivare dove si vuole, e coltivare.

      Che te ne pare? 🙂

  2. Il post più bello della serie delle 20,20. Con l’ultima frase sono molto d’accordo, non la conoscevo (da dove viene?).

    Io forse ho le scarpe da un pezzo, ma ancora me ne sto rintanato dentro il bosco, mi sa 😀

  3. Ti ho letto che ero ancora a letto, e ho indossato le scarpe più deciso a darmi da fare, per non sprecare un altro mattino, anche se a quarantacinque anni, insomma, sono già almeno le quattro e mezza!
    P.S. Crisostomo era shining 🙂

      1. Ahah! No, io la crisi non l’avrò mai perché mi sentivo di mezz’età sin da bambino (sai che una mia raccolta di scritti l’ho intitolata “sogno di una notte di mezz’età”?). Te lo dico come ho passato il mattino. In attesa di un’udienza ho letto con calma i tuoi ultimi post (che non sono mica facili, eh!), dovresti invidiarmi, secondo me, tu queste gioie non le puoi vivere!! 🙂

  4. Bello, bello, bello. Per un po’ la fame si è placata, ma ora è tornata a tormentarmi. Parlo di scrittura, ovviamente. Le scarpe le ho rimesse da qualche giorno e ho voglia di consumarle 🙂

    1. Di te, mia Mia, mi piace (anche) che secondo me sei una di quelle che può essere capace di trasformare un uovo in un banchetto, se proprio non ha abbastanza da fame da andare a rifornire la dispensa degli inchiostri, ma anche una che sa quando è il momento di cedere a una sana abbuffata di parole. Proprie e altrui.
      Bello.

  5. Lascio che la fame continui a chiamare, la nutro a spuntini per non farla morire ma non abbastanza per saziarla a dovere. La lascerò crescere purché non mi consumi. Berrò per rinfrescarmi ché camminare mette sete.
    Le scarpe? Pure se avessi solo i calzini camminerei in cerca di storie!

    1. “Lascio che la fame continui a chiamare, la nutro a spuntini per non farla morire ma non abbastanza per saziarla a dovere.”

      Forse ché le cose ti piacciono più in fieri che compiute?

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