Scrivi come il Barone Posso

scrivi come il barone posso

“Ti sembra tutto visto tutto già fatto
tutto quell’avvenire già avvenuto
scritto, corretto e interpretato
da altri meglio che da te.”

Se non hai mica vent’anni ma (dentro) molti di meno puoi continuare a leggere. Ti prometto che ci stupiremo (o ci proveremo, almeno).

Ne(hai-a)mici immaginari?

Siamo tutti un po’ Snoopy, no? (No, non è una domanda retorica. Si tratta di una domanda vera). Per questo, da bravi Snoopy, ci immaginiamo cataloghi interi di foto patinate con vite mai vissute, pagine e pagine di giorni che basterebbe decidersi a ordinare per riceverli, impacchettati, di fronte alla porta che abbiamo troppo spesso la premura di chiudere in faccia alle nuove possibilità.

Che poi le prospettive di rado bussano. Ti si avventano addosso e basta. Così una sera ti capita che sei lì, con le gambe incrociate, una ciocca di capelli intrecciata tra le dita e davanti agli occhi ti scorrono discorsi di cui in un attimo potresti perdere il filo. Si parla di architettura e qualcuno dice che il bello degli edifici sta dietro la loro bellezza in sé e per sé, dietro la facciata di bellezza in-finita: la bellezza è il dietro le quinte, l’opera in fieri, il chiedersi, continuamente, come far stare in piedi ciò che si vuol far svettare da terra, il domandarsi, senza sosta, come distribuire il peso tra i vari componenti per far sì che la costruzione regga.

Per questo finché ti limiterai a combattere battaglie immaginarie come Snoopy aspirante aviatore allora verrai sempre battuto dal Barone Rosso e a ogni, cocente come una bomba che ti esplode a pochi centimetri dal volto e illumina tutto di un bagliore devastante, sconfitta sarai sempre più tentato di dire tra te e te “no, io proprio non ci riesco, io non posso“.

Tutte le vie portano alla Seta

Non contenti di essere tutti un po’ cani strampalati siamo un po’ tutti anche Jovanotti. E sai perché? Perché vogliamo andare a casa. Ma la casa dov’è? “Casa” è dove siamo noi. Ma proprio noi. Completamente e compiutamente noi stessi.

Ma tu, proprio tu che hai seminato un intero bosco di parole per coprire con le foglie sporche di inchiostro il cielo candido delle notti troppo bianche per essere raccontate, proprio tu che la focaccia per tua nonna l’hai preparata con le tue mani, perché ti hanno detto di non mostrare mai nulla che ti vergogneresti di far vedere a tua nonna e tu ti vergogneresti di mostrare a tua nonna che sei diventato infelice come tutti gli altri parenti prima e durante e dopo di te, ecco, proprio tu, ti sei lasciato consigliare la strada dal Lupo Cattivo come uno sprovveduto Cappuccetto Rosso.

Quindi stai battendo la strada che ti hanno indicato. E va pure bene. Ma ammesso tu sia sempre più che consapevole che non è l’unica. Proprio no. Ce ne saranno almeno altre otto come le porte aperte da quel bambino con le dita a forma di chiavi. E la scrittura non è esattamente una porta e neanche esattamente una chiave. La scrittura è più un portachiavi o uno stampo per chiavi universali o il metallo da plasmare per fare una qualsiasi di tutte le chiavi che nella vita possono servire. Un mezzo, uno strumento, un pezzo indispensabile di un puzzle che è necessario comporre per vederci chiaro e non limitarsi a procedere a tentoni in un mondo che si sente come estraneo.

Non sparare sulla lettera scarlatta

A volte penso che sarebbe bello se tutti ci portassimo addosso un marchio inequivocabile che ci dica senza giri di parole che cosa siamo chiamati a fare e che lo dica non sono a noi ma anche a tutti quelli che incontriamo. Un’impronta digitale che più che “digitale” nel senso di “riferita alle dita” sia “riferita alla pianta digitale, al medicinale”. Un’impronta che abbia lo stesso sapore che hanno i battiti del cuore quando il cuore aumenta la sua forza di contrazione.

Altre volte penso che in realtà non sarebbe bello: lo è. Perché tutti portiamo addosso le tracce di ciò che possiamo diventare. Solo che non si tratta di una sola lettera. Nossignori. Si tratta di tutto un alfabeto che portiamo inciso sulla pelle, una mappa disegnata con mano ben più ferma di quella che potremo mai avere quando ci ritroveremo decisioni importanti che potrebbero cambiare il corso della nostra storia ancora e ancora.

“Sono un cacciatore: ogniqualvolta riesco ad abbattere un aereo inglese, il mio desiderio di caccia è soddisfatto per un quarto d’ora”: il Barone Rosso una volta pare abbia detto questo parlando di se stesso. E tu che mi stai leggendo probabilmente non sei poi così diverso. Perché c’è qualcosa di estremamente esaltante nella caccia. Forse più ancora della cattura o, quantomeno, più della cattura quando la cattura va male. Il desiderio di raggiungere qualcosa ti dà l’indicibile lusso di poterla vagheggiare e ricostruire nella tua mente nella versione che più ti piace. Ma quando finalmente ti decidi a scoccare la freccia non puoi più distogliere lo sguardo dall’obiettivo per quello che realmente è. E devi pure fare i conti con la possibilità di sopportare l’onta di averlo clamorosamente mancato.  

Il terminal delle occasioni

Termini le possibilità quando non ne porti a termine nessuna. Loro (le possibilità) ci provano pure a resistere ma poi scadono irrimediabilmente nel momento esatto in cui crolla la tua fiducia nella possibilità di scrivere e riscrivere tutte le volte che vuoi la tua vita.

Prima di scrivere questo post (che sto scrivendo a piccoli sorsi, come con uno champagne buono, perché scrivere mi fa sentire le bollicine alate nello stomaco) stavo navigando, in rete, alla ricerca di un mare diverso da cui farmi irretire (ma senza inganno). E navigando navigando ho riflettuto su come in quest’avventura in cui vi sto trascinando dicendovi le cose poco a poco, lasciandovi sbirciare dentro il lago alla ricerca di un mostro che forse è solo uno specchio gigante rubato a un lunapark, sto provando a progettare un Titanic soprattutto per una grande, enorme (sì come l’iceberg assassino) ragione: perché ogni volta che ho avuto (grazie al vostro contributo) l’occasione e l’onore di sbirciare nella relazione che un mio lettore ha con le storie ho visto che il più delle volte sono amori più romantici di quello tra Jack e Rose. E che meritano un finale migliore.

 

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13 pensieri su “Scrivi come il Barone Posso

  1. Che dire.. “è stato un onore suonare con voi”.
    Per dirla alla Titanic – che Monia ha tirato in ballo – perché in fondo è questo.. nessun rimpianto, nessun rimorso…
    Sono meno d’accordo sul discorso dell’alfabeto impresso sulla pelle: che tutti leggano la storia descritta dalle mie cicatrici, ma che nessuno s’azzardi a giudicarmi per gli sfregi che ho sul cuore.

    1. Pezzali ha volte ha proprio ragione, oh!
      Quanto all’alfabeto impresso sulla pelle in realtà io, più che alle “cicatrici”, agli “sfregi sul cuore” che parlano di dove e di chi si è stati, mi riferivo alle mappe che raccontano ciò che possiamo/vogliamo diventare.

  2. Quanto mi è piaciuto questo post! Ne condividerò un’affermazione sulla pagina FB del mio blog. Il problema sarà scegliere quale: mi piace tutto. La storia del marchio inequivocabile, però, mi ha colpita in particolare. GRAZIE!

    1. Sai, Raggio-Di-Sun, quando ho scritto questo post, in effetti, ti ho pensata.
      Ero perfino tentata di citarti su Tw perché sentivo in qualche modo che ti sarebbe piaciuto.
      E sai perché ne ero convinta?
      Perché l’ho scritto proprio animata da quello spirito da cui ci si sente pervasi quando si entra nel tuo blog: la ferma convinzione che alla fine tutto si sistema quindi se ancora tutto non è sistemato… Non è la fine!

  3. Questo post mi ha colpito e affondato, anch’io ho appena postato di quanti nemici della scrittura ci siano, là fuori, e di quanto ogni nuovo Barone sia più Posso del precedente. E sull’onda del cinismo che dilaga oggi sulla mia tastiera… c’era spazio anche per Jack su quella zattera di legno… ma già mi torna un raggio di ottimismo: per fortuna sta solo a noi scrivere il finale delle nostre storie. Potremmo decidere di salvare Jack, e se Rose ci sta tra i piedi, potremmo anche farle fare un tuffo 😛

    1. Mi è piaciuto molto il tuo ultimo post (che, appunto, è quello che hai scritto il giorno in cui mi hai lasciato questo bel commento).
      Mi è piaciuto anche perché, unendolo a questo tuo commento, mi sono chiesta se quello “smarrimento” che hai provato una volta terminato (complimenti!) non sia anche legato al fatto che se hai concluso hai scelto quell’assetto per la tua storia e con le altre (numerosissime, come i viaggiatori sul Titanic) possibilità hai (più o meno definitivamente chiuso).
      Deve trattarsi di qualcosa come la sensazione di vuoto che si prova dopo aver riempito tanto qualcosa di meraviglioso come sono certa sia il tuo libro.

  4. Raggio-Di-Sun, ah ah!! 😀 Ho appena postato sulla pagina Fb un link a questo articolo, e ho scelto questa frase: “Sarebbe bello se tutti ci portassimo addosso un marchio inequivocabile che ci dica senza giri di parole che cosa siamo chiamati a fare e che lo dica non solo a noi ma anche a tutti quelli che incontriamo. Un’impronta che abbia lo stesso sapore che hanno i battiti del cuore quando il cuore aumenta la sua forza di contrazione. Tutti portiamo addosso le tracce di ciò che possiamo diventare.”. La foto allegata è quella del tatuaggio di un acchiappasogni sul corpo di una ragazza.
    Ps. Sei grande.

  5. Vero, tutti portiamo le tracce di quello che possiamo diventare, ma sarebbe bello riuscirle a vedere.

    In questo modo, forse, qualche possibilità si riusciurebbe a portarla a termine.

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