Scrittura di San Martino: maiale, oca e vino (pt.1)

scrittura di San Martino: maiale, oca e vino

Questo post è nato nel segno dell’imprevisto. Ma serve, anche l’imprevisto serve. Perché se l’arte imita la vita (e pure il contrario) allora la scrittura non può pensare di non fare i conti, almeno qualche volta, con gli imprevisti.

Questo post, quindi, è per me l’emblema di quello che mi capiterà e ti capiterà di dover fare mille e mille volte: accorgerti che quello che avevi costruito lo avevi costruito con il materiale sbagliato o nel posto sbagliato oppure la struttura era solida e il luogo azzeccato ma le cose a volte si distruggono comunque e così ciò che avevi creato è andato perduto. Ma quando capisci che tu sei più di ciò che hai fatto (e magari è stato rotto dal fato), quando ti rendi conto che sei come un fiore che è più della somma delle sue parti, allora capisci che per quante cose tu possa perdere tu, sì, proprio Tu, non sarai mai perduto finché non ti arrenderai all’esserlo.

(A questo post è capitato quello che capita spesso a chi si ritrova a doversi ricostruire: ha provato a farsi in quattro. Non sa bene se ci riuscirà ma intanto da uno che era è diventato trino). 

“La sola arma che tollero è un cavatappi”

Io, a un certo punto della (mia che poi è diventata anche tua) storia ho aperto questo blog (che poi, a dirla tutta, non so bene chi ha apaerto chi. Forse è più lui che ha aperto me aprendomi come una breccia che fosse per un mucchio di cose fonte e finestra. Sì, di tanto in tanto io faccio vaghe allusioni al XIII canto della Commedia). Quando apri un blog, se sei fortunato, ti ritrovi catapultato in un simposio dove capisci che tutti, ancor più che dal vino, sono attratti da quell’attrezzo magico che il vino ti permette di gustarlo: il cavatappi.

Un blogger è in qualche modo un portatore sano di cavatappi. Per sé e per gli altri. Perché cava sempre (si spera) qualcosa in più di un ragno da quel buco che ha dentro che sputa parole e reclama considerazione e perché, quando ha di fronte un lettore, resiste all’impulso di cavargli gli occhi e tenerseli tutti per sé così da avere per sempre la sua attenzione e, invece, cerca di cavare ciò che di simile e di completamente differente ha chi lo sta leggendo. Perché bloggare è al tempo stesso riconoscersi nell’altro e confrontarsi per scrivere il cambiamento.

“Bevo per rendere gli altri interessanti”

Scrivere è un modo salva-fegato (quando il fegato per affrontare le cose ce l’hai) per rendere tutto più interessante.

Scrivendo rendi più interessanti gli eventi che (ti) capitano. Puoi rendere interessante anche la cosa più noiosa. Perfino la ricetta del bollito può diventare un calderone di parole così entusiasmanti da farti ribollire il sangue.

Scrivendo ti rendi più interessante. E non solo agli occhi degli altri ma anche quando ti guardi allo specchio. Perché a furia di osservare il gioco delle cose umane, per poi riportarlo su carta come se la realtà fosse un criminale recidivo e i tuoi scritti ne fossero verbale, capisci che ci sono due modi di affrontare una storia, anche quando la storia è la tua:

1) Puoi pensare che qualcosa ti sia dovuto, sempre e comunque. Puoi convincerti che se qualche autore con la fantasia sovraeccitata ti ha plasmato di carne e inchiostro allora la parte da protagonista ti spetta. Di diritto. Puoi ripeterti tra te e te che hai dei diritti, tu, che al sindacato dei personaggi in cerca d’autore non piacerà sapere che sei stato catapultato in una storia senza neanche conoscere la tua missione e senza avere i giusti riconoscimenti! Oppure…

2)… Puoi pensare che c’è qualcosa che devi dare, sempre e comunque. Puoi convincerti che quando riesci ad accendere negli altri una scintilla di interesse riguardo ciò che suscita anche il tuo, di interesse, allora hai bruciato un libro nel senso migliore del termine: sei riuscito a far ardere di passione un tuo lettore.

Scrivendo puoi rendere più interessanti gli altri. Perché ti rendi conto che tutti portano con sé una storia che non conosci. Ma a te le storie piacciono quindi diventi curioso non solo di tutto ma anche di tutti.

 

“Se la penicillina può curare i malati, lo sherry spagnolo può riportare i morti in vita”

La scrittura “tecnica” può informare e insegnare, la scrittura creativa può inebriare. Che poi tutto può essere tecnica e creatività insieme. Lo stagno lo hanno usato tutto per costruire i compartimenti che abbiamo noi in testa. Per il resto tutto è al tempo stesso genio e regolatezza (sì, senza la s).

La tua penna è come una bambina: tutto può esserle lieve, se le parole da scrivere, i testi da completare, gli articoli da stendere, diventano un gioco (serio) dove non si perde mai la passione e il divertimento.

Perché sì, occorre essere chiari, comprensibili, (più di un bugiardino), facilmente (?) somministrabili. Occorre essere utili, pragmatici, risolvere un problema. Proprio come la penicillina. Ma la differenza tra curare e resuscitare sta proprio in quel tocco in più che solo chi sa versare fiumi d’inchiostro inebrianti come lo sherry può donare ai propri scritti.

Annunci

2 pensieri su “Scrittura di San Martino: maiale, oca e vino (pt.1)

  1. Mi piace l’idea che scrivendo si possa essere più interessanti, perché in fondo quando scrivi stai svelando parecchi lati di te, a prescindere da cosa tu scriva.

    E è vero anche che scrivendo puoi far diventare interessanti anche gli altri, non ci pensiamo mai a quell’aspetto della scrittura: una scrittura che riesca a cambiare gli altri. Ma questa parte è la più difficile.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...