La scrittura sb(i)anca la notte

la scrittura sb(i)anca la notte

Ci sono notti così nere che, se è vero che il simile cura il simile, possono essere curate soltanto somministrando loro litri di inchiostro. La scrittura sbianca la notte, anche la più scura.

E poi ci sono notti così belle che il tempo vorresti rapinarlo e poi lasciarlo scivolare come pioggia sulla vita delle persone che sono libri aperti che qualcuno non legge più. La scrittura sbanca la notte, le ruba le stelle e le va a incastonare nelle storie che più meritano di essere illuminate.

“Era una notte incantevole, una di quelle notti che ci sono solo se si è giovani”

Uno dei poteri della scrittura è che la scrittura, quando maneggiata con cura, può consacrare all’immortalità. Ma non un’immortalità come quella di Titone, un’immortalità dove la morte, da nemica temuta diventa compagna ardentemente desiderata perché la vita non finisce ma continua a decomporsi come i libri a contatto col fuoco. Un’immortalità dove anche la giovinezza è eterna. La scrittura può infinitare. Se è vero che ci sono notti da cui ci si può fare incantare solo se si è giovani è anche vero che essere giovani va ben oltre un numero di cera bianca che si scioglie sopra panna, bianca, che cola agli angoli come la le lacrime che hanno un solco preciso da seguire che si chiama ruga.

“Esaltato dall’intelligenza della mia ragazza: questa non nuoce mai alla bellezza”

L’intelligenza non può mai fare che bene alla bellezza. Perché essere intelligenti significa, innanzitutto, saper scegliere. Ognuno ha a propria disposizione un cielo immacolato. L’intelligenza fa da filtro, fa da colino: più attentamente sai selezionare cosa far diventare stella del tuo firmamento più la tua volta celeste sarà bella. Per questo a rndere bello ciò che scrivi, a rendere un’opera degna di essere letta ciò che butti sul foglio e ciò che ti tieni addosso è vivi, è anche quello che non scrivi. Quello che resta tra le righe ma alla riga non riesce a risalire mai, quello che hai tracciato, con tratti confusi, sul foglio ma poi hai deciso di eliminare, quello che ci sarebbe potuto essere sul tuo scritto ma non c’è perché tu hai deciso non ci fosse, ecco, quello che hai scremato e eliminato diventa la ciliegina sulla torta. Perché il tuo scritto è bello non solo perché belle sono le parole che hai usato, perché, magari, hai usato quelle perché conoscevi solo quelle e allora non ci sarebbe un vero merito nell’averle usate. Il tuo scritto è bello perché quelle parole le hai scelte tra milioni possibili, perché hai deciso di salvare quella storia dalla tritadocumenti del tempo.

“Più semplicemente le cose avvengono, meglio è”

“Più è difficile più vale”.

“Uhm, penso di aver trovato la soluzione a questo quiz, ma no, non è possibile sia quella giusta, la risposta che mi è venuta in mente è troppo semplice per essere esatta”.

“Se è troppo facile che gusto c’è?”

“Per aspera ad astra!”

Eccetera, eccetera, eccetera. Giusto? Non necessariamente. Quando le difficoltà si rivelano inevitabili, quando sono lì e tu ti svegli la mattina, ti affacci alla finestra e vedi quel masso enorme che ti impedisce di vedere il mare allora sì, non hai molta scelta: devi accettare la difficoltà e trovare il modo di superarla. Ma la difficoltà non è come il pizzico di sale, non va messa proprio ovunque. Quando qualcosa ti sembra così incredibilmente semplice che hai la tentazione di non crederci perché figurati se una cosa tanto semplice, tanto lineare, tanto facile può capitare a te, per una volta smentisci Wilde, salvatore di tutti quelli che non sanno che citazione usare e non cedere a questa tentazione. Se scrivere ti è facile non significa che devi trovare qualcosa di più difficile, per compensare. Significa invece che devi alzare il tiro, che invece di smettere di impegnarti nella scrittura perché “tanto mi riesce facilmente” devi impegnarti a tal punto da arrivare a un livello così alto che tutto è una sfida. Ma una sfida che tu sai di poter combattere perché senti di avere le armi adatte.

“Ora la “dea fantasia”… ha già tessuto con la sua mano capricciosa la propria trama d’oro e ha disfatto davanti a lui i ricami di una vita insolita e meravigliosa”

Siamo tutti un po’ Moira. No, non solo la Moira famosa nel mondo circense. Anche se a volte ci sono storie che sono difficili da domare come tigri e anche se a volte a scrivere ci si sente come pagliacci tristi davanti a un pubblico che non si riesce più a far rifere. Siamo tutti un po’ quelle Moire che nella mitologia greca tessono il fato degli uomini. Scrivendo si ha infatti la straordinaria possibilità di tessere non solo una trama nuova della propria storia di scrittori ma anche di ricamare sulla vita dei lettori le proprie parole e, naturalmente, di filare il destino dei propri personaggi.

“Un minuto intero di beatitudine!  È forse poco per colmare tutta la vita di un uomo?”

No, non può bastare. Per questo forse è il caso di domandarsi che cosa fare per sbiancare a tal punto le proprie notti da non avere più isolati momenti di gioia che sembrano stelle ma un cielo incredibilmente terso e tutto di un bianco splendente.

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8 pensieri su “La scrittura sb(i)anca la notte

  1. Questa mattina c’è un passerotto sul davanzale della finestra a leggere con me il tuo messaggio.
    S’è fatto largo tra la nebbia fradicia che nasconde le colline.
    Oggi è così. Io, te un passerotto e la nebbia. Adesso preparo il tè per tre.

  2. Sono d’accordo molto con la parte sulla scelta delle parole: da quello dipende non solo lo stile di scrittura, ma anche la curiosità che possiamo infondere al lettore. Mi piace scrivere tentando una buona ricerca delle parole, spendendo tempo, sia nella fase di scrittura sia in revisione, a scoprire se ho usato quelle giuste, se non era meglio trovare dei sinonimi.
    La cura delle parole ci evita una scrittura sciatta.

  3. Hai citato il King.
    E hai intessuto nelle stelle questa frase.
    “E poi ci sono notti così belle che il tempo vorresti rapinarlo e poi lasciarlo scivolare come pioggia sulla vita delle persone che sono libri aperti che qualcuno non legge più”.
    E io ho pensato ai buchi neri, varchi per gli universi paralleli, e mi ci sono tuffato.

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