Il mondo è nelle mani di chi sa scriverne

Il mondo è nelle mani di chi sa scriverne

Piatta fino a prova contraria

Scrivere è prendere le parole e metterle in fila, una dietro l’altra, tenendole tutto sullo stesso piano. E se una frase su quel piano a starci proprio non ce la fa? La si prende e la si pressa, la si schiaccia, la si preme contro tutti i “vorrei ma non posso” finché quella frase così perfetta nel suo essere smisurata, così ordinata nella sua criniera dorata spettinata, così simmetrica nel suo unico corno splendente, diventa carne d’unicorno in scatola.

Giusto?

Sbagliato.

Perché il mondo dei lettori non è fatto di monocoli bocciati all’esame di visione stereoscopica: la scrittura può essere la millefoglie delle arti se ci si allena a maneggiare la penna senza montarsi la testa, può essere profonda senza far affondare chi legge in un mare di sbadigli e anche se qualche volta si sbaglia e si fa un buco nell’acqua per rincuorarsi basta pensare che anche per far sbucare dal terreno il petrolio qualche scavo inutile lo si deve pur fare.

Quando di andare oltre i confini proprio non ne hai voglia ciò che stai leggendo è comunque un piatto perfetto: perché per gli occhi che non vogliono affacciarsi oltre i bordi delle parole il testo sa farsi piatto come la terra prima di Pitagora.

E quando invece la voglia che nutre il lettore di approfondire e di lasciarsi trascinare dalle parole spera di non impattare contro una delusione? Lo scritto spalanca mondi come un libro pop-up ben architettato e poter soddisfare lettori così diversi con lo stesso tipo di contenuto è l’arco di trionfo più bello che potrebbe veder eretto per sé uno scrittore.

 

Pangea…

All’inizio sei tutto d’un pezzo.

Come l’Aiace di Sofocle.

Come una pietra a Stonehenge.

Come il pezzo di legno da cui è nato Pinocchio.

Come i blocchi di marmo liberati da Michelangelo.

Come la tavoletta di cioccolato al latte che resta intatta perché a te il cioccolato piace fondente.

Ma così, tutto intero, duri poco. Ci pensa la vita a farti a pezzi. In modi più o meno tremendi ma anche divertenti. Ciò che sei, quel blocco (note) che parla di te, quel monolito che hai così faticosamente costruito deve frammentarsi per permettere alle sue diverse parti di crescere, di svilupparsi. Per questo anche se quando una parte di te prende una strada tutta sua senti un dolore sottile, come di ossa che crescono, sai che è necessario.

Aiace ha bisogno di essere fatto a pezzetti minuscoli e guardarli in controluce come le pietre forse preziose per capire che può continuare a essere ottimo così come si è sempre accontentato di essere oppure diventare migliore.

La pietra a Stonehenge sa di non essere speciale tanto per come è fatta quanto per come è disposta rispetto anche alle altre. E forse qualche volta preferirebbe diventare polvere e volare via che rimanere sempre immobile senza la possibilità di disegnare la propria via.

Pinocchio non è il tuo nome quindi nessuno verrà a costruirti. Dovrai farti da solo.

Un blocco di marmo non puoi proprio permetterti di esserlo. Perché le storie intrappolate nel marmo contano proprio su di te per venir fuori.

E il cioccolato? Se la vita ti dà solo cioccolato al latte fai una torta. E chiedi il fondente al vicino.

 

… E Panthalassa

Il mercato è come la panthalassa: acqua, acqua, ancora acqua. Sarà per questo che è così facile naufragare. Ma l’acqua non è tutta uguale: c’è l’oceano rosso e l’oceano blu. L’oceano rosso è quello che si è arrossato a furia di stare esposto. Si tratta di fette di mercato ben note, di ambiti che sono da tempo sotto i riflettori, di segmenti dove la concorrenza è agguerrita E lo spazio non è infinito. Per questo farsi spazio è difficile.

L’oceano blu, in confronto, sembra il paradiso. Come una strada che, il 15 agosto, porta a una spiaggia a cui nessuno vuole andare. Ma c’è una domanda fondamentale che ci si deve fare: la strada è sgombra perché in quella spiaggia non vale la pena andarci o perché, semplicemente, sono in pochi a conoscerla ancora?

La tua scrittura è un’auto in corsa verso il mare. Negli oceani rossi spesso la sosta sembra quasi vietata da quant’è complicata ma il fatto che tutti vadano in quella direzione può essere per te al tempo stesso deterrente (paura della competizione) e sprone (conferma che quella via ha valore). Negli oceani blu, invece, a volte sembra non ci sia neanche un controllare. Ma tu sei pronto a non limitarti, con le tue parole, ad ascoltare un bisogno ma a essere tu stesso a instillarlo come gocce d’inchiostro sul foglio?

 

I continenti contenti

A un qualche punto della tua vita qualcuno ti chiederà di descriverti. Magari hai undici anni, ti chiedono di descriverti in inglese, tu ti canticchi in testa quella canzone che fischietti quando a casa soffi dentro il Crystal ball e ne esce un ritratto strano di te che sai quello che vuoi dagli altri ma non sai mai quello che davvero vuoi da te. O magari di anni ne hai qualcuno in più e hai concordato con te stesso le risposte da dare, nelle diverse occasioni, ma alla stesura annuale dei buoni propositi che già a febbraio saranno carta da riciclare non ti fermi più da tempo a pensare se quelle risposte ti calzano ancora bene.

Perché siamo continenti in evoluzione.

Quando verranno a chiederti della tua scrittura potrai chinare la testa e dividere il tuo mondo di china in base a precisi criteri storici: racconterai la tua storia raccontando degli anni spesi in ogni cosa, del tempo investito in quel progetto, delle ore seminate sul terreno di quel libro o di quell’altro, sì, quello accanto.

O potrai tagliare con l’accetta i diversi ambiti in cui ti sei impegnato. Come se davvero fosse possibile accettare che più che della stessa sostanza dei sogni siamo fatti della stessa sostanza dello zucchero filato e quando un sogno ci divora ci sciogliamo e quando qualcosa ci resta addosso abbastanza a lungo resta appiccicato e non è possibile ritagliarne i confini come se le persone fossero solo pezzi bioptici e avesse fatto progressi la chirurgia delle emozioni e delle ambizioni.

O ancora puoi considerare continenti le zone di te abitate. Gli angoli delle tue occupazioni in cui ti vai a rifugiare quando ti senti una pianta per cui nessuna esposizione è adatta. Perché i continenti delle tue capacità (e delle loro applicazioni) che vale la pena di esplorare, in fondo, sono soprattutto quelli in cui ti senti vivo.

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15 pensieri su “Il mondo è nelle mani di chi sa scriverne

  1. “Quando verranno a chiederti della tua scrittura”, per me che respiro De Andre’ e’ frase che vale tutto il post.
    Che per il resto e’ perfetto, chiarissimo e si commenta da sé. Allenarsi “a maneggiare la penna senza montarsi la testa” è regola aurea raramente applicata, ovvero mistificata, dacché molti che scrivono la testa non la montano proprio, più spesso usano le estremità opposte. Per cui, se non ci fossi tu, la mattina prima di uscire davvero non saprei cosa leggere 🙂

  2. “Metto” un *piace* per onorare il tuo coraggio e determinazione nell’incedere senza timori sulla missione che ti sei data. Lo metto perché la tua scrittura è pressoché impeccabile, ma anche fantasiosa e non imbalsamata.
    Lo metto perché offri suggerimenti intelligenti e ben congeniati che non sembrano neppure suggerimenti, ma racconti argomentanti.
    Per il resto, lo sai anche tu, o forse non lo sai ancora proprio fino in fondo: fuori da certi “colori” siamo tutti senza speranza.
    E lo scrivo sapendo che è meglio quando resto con le dita silenti.
    Potessi parlarti, con te parlerei come si parla alla luna senza temere delusioni.

    1. Certi commenti sono come raggi di luce che si vanno a infilare nei buchi neri che in tutti, i momenti più disparati della vita, hanno scavato e a questi buchi neri danno un senso nuovo, diverso.
      Per questo, dopo un commento come questo, non posso che chiedere alle dita che lo hanno partorito quali siano, secondo loro, i colori che ci danno speranza e se esiste una vita d’uscita, da scavarsi con le unghie, per avere speranza anche fuori da essi.

      1. Esiste sempre la via d’uscita, ma è diversa per ciascun individuo anche se ci vengono imposti schemi prestabiliti. C’è chi insegue qualunque colore pur di arrivare da qualche parte, non importa quale, e alla fine si trova imbrattato come la tuta di un imbianchino senza più nessuno dentro.
        C’è chi per “caso” o per lascito si trova dentro il colore adeguato alle proprie aspirazioni senza merito alcuno e gode gratuitamente.
        Tanto tempo fa c’era qualche spazio per chi sapeva inventare colori di speranza, adesso c’è troppo di tutto nel bene e nel male.
        La speranza, sappiamo, è sempre l’ultima a morire ma ben di rado campa a lungo se non ha per compagna la fortuna. Perciò io m’insegno (ma non è regola universale) che è bene scavare in modo assennato perché l’assatanato consuma unghie e dita trovandosi alla fine con le mani talmente in disordine da non poterle presentare per stringerne altre. E allora si trova all’uscita senza passare dal via.
        Comunque è sempre una via d’uscita.
        😀

    1. Brava, la penso proprio così!
      Qualche scavo “a vuoto” (che poi magari tanto a vuoto non è perché nello scavare si ha comunque avuto l’occasione di affinare la propria abilità di scavatori) va messo in conto e occorre anche prenderlo col giusto spirito: come una rondine non fa primavera così un buco nell’acqua non fa subito Titanic! 🙂

  3. Sono d’accordo sui vari punti, il difficile è mettere tutto in pratica o anche capire che sia tutto davvero così 🙂
    La parte della Pangea e quella finale sono quelle su cui concordo di più. L’evoluzione ci vuole, e nel mio caso, almeno quella, c’è stata 🙂

    1. Qualche giorno fa ho condiviso su Twitter la frase “potrei fare qualunque cosa, se solo sapessi che cosa”, quindi sì, sono d’accordo quando dici che spesso la difficoltà non è (sol)tanto impegnarsi nel fare qualcosa ma anche capire cosa si deve/vuole fare.
      Quanto all’evoluzione… Se è vero che l’unica cosa costante è il cambiamento mi sembra che Pennaland si stia dimostrando molto costante. 🙂

  4. Leggerti è sempre un piacere, quando mi parli di Oceani Blu e Oceani Rossi poi…
    Non lo sai, ma sono leggermente fissato con quei due concetti!

    Come dice Seth Godin “o sei una Mucca Viola o non sei nessuno”

    Misà che qui ce n’è una 🙂

    1. “Caso” è il nome che diamo alle cose che hanno un loro senso che però noi non sappiamo spiegare 😉

      Quest’anno, per Calamo, vorrei un bell’albero minimal (dovendo scegliere meglio blu e argento, comunque) in un attico tutto bianco.

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