Tre scimmiette sul comò che scrivevano le storie

 tre scimmiette sul comò che scrivevano le storie col dottore

Gli incipit servono solo a convincere a leggere chi avrebbe letto comunque e convincere a non leggere chi avrebbe abbandonato in ogni caso.

Non vedo

 

Le storie che non vedi rendono invisibile te

Le storie hanno un potere speciale. Così speciale che invece di tenerselo per sé lo usano su di te: le storie che ti sembrano invisibili in realtà ti ammantano e come un mantello magico rendono invisibile te. Perché la parola è il nostro scettro e  siamo tutti vestiti di storie. Ma se noi per primi tutte queste storie non riusciamo a vederle allora diventiamo re nudi che potrebbero indossare mille volti ma finiscono con l’essere abbigliati di niente.

 

Ma gli occhi cosa sono?

Una volta ho fatto un gioco. Io ero l’alieno che non sapeva il significato delle parole. Che poi chissà quante volte anche tu ti sei sentito così. Alieno. Insomma, io ero l’alieno e ogni parola che mi veniva in mente la chiedevo al mio interlocutore. Sperando riuscisse a spiegarmela. Quando ci siamo messi a parlare di occhi e lui mi ha detto così, d’impulso, che gli occhi sono finestre sul mondo. E non credo abbia torto. Sarà per questo che quando la scrittura diventa un’imposizione è come chiudere le imposte e se prima si riusciva a scrivere testi mozzafiato ora sono le lettere che muiono soffocate.

 

Cambia occhi, non cielo

Per scrivere ci vogliono dei bastoncelli bestiali. Perché ci sono momenti, durante la scrittura, in cui tutto l’inchiostro sembra essersi sparso a perdita d’occhio. L’occhio ci prova a inseguirla quella macchia ma poi scopre che macchia non è. Hai fatto lo stesso quando ti sei accorto che dentro ti scorreva un rivolo d’inchiostro: hai tentato di disegnarne il profilo con lo sguardo, come si fa coi volti che si teme, di lì a breve, di non vedere più e hai cercato di arginarlo con le ciglia. Ma, per fortuna, invano. Perché anche se a volte il foglio da bianco ti sembra nero tanto è zuppo di storie inghiottite in buchi neri spaziofantasiali i tuoi bastoncelli reggono, fanno un castello come coi bastoncini cinesi ma che regge meglio e ti fanno vedere fino in fondo al buio. Perché hai sentito dire che se vediamo le stelle è perché nel cielo ci sono ferite da cui la luce può filtrare.

 

Non sento

 

Non c’è peggior sordo di chi non vuol scrivere

C’è un posto bellissimo in cui tutti i libri vengono scritti per tempo, in cui le prime stesure si lasciano stendere come il bucato e non buchi mai il foglio nel tentativo di cavare una ragno di storia dal buco. Questo posto è un posto in cui le storie arrivano senza interferenze alle orecchie di chi le vuole scrivere. Ma per arrivare in questo posto non esistono voli, se non pindarici, treni, se non con binari che, stufi di esser paralleli, si sono incrociati e le navi si chiamano tutte Titanic. Perché è uno Stato… Mentale.

 

Fai orecchie da mercante se vogliono farti s-vendere la tua storia

Ci sono frasi che lì per lì pensi siano messe lì per qualcun altro, senza dubbio. Non osi neanche provarle, come le scarpette di cristallo. Sei certo non ti calzeranno mai. Ma poi succede. Ti hanno detto di non splendere. Non te l’hanno detto a parole ma te l’hanno detto coi gesti, gettando sale sui campi e ammaestrando corvi. Finché hai capito che il sale ti sgorgava dagli occhi e che erano i tuoi capelli a essere corvi. Così le orecchie da mercante le devi fare quando a parlarti è quella piccola parte di te che quando parla, anche se a volte ha la voce proprio fioca, riesce a zittire le parti di te che invece regalano miele alle orecchie dei lettori.

 

Ci sono storie che ti mettono tra l’incudine e il martello

Ci sono storie che sono come eserciti. Passa un minuto, oppure anni e poi la scrittura ti vince. (semicit) Ci sono storie che ti accerchiano e che ti av-vincono. E tu vinci con loro se sai giocartela bene.

 

Non parlo

 

La scrittura non ha voce…

… Perché ne ha milioni, di voci. Quando uno scrittore parla del suo libro parla con mille bocche oltre la sua. La scrittura non ha voce perché ha già mille voci che si prodigano per lei. Ha le voci dei personaggi, volti prestati alle pagine. Hai le voci dei lettori che, se sei bravo, si sono ammutoliti leggendoti ma che poi, distolto lo sguardo dai tuoi caratteri, hanno capito il carattere della tua storia, dei suoi figuranti e hanno pensato che sarebbe stato davvero da stolti non raccontare del bel libro che hanno letto anche a altri.

 

Tocca le corde scrittorie giuste

Se riesci a parlare è perché le tue corde vocali vibrano al passaggio dell’aria. C’è qualcosa, al di fuori di te, da cui devi lasciarti attraversare perché lo strumento unico che hai dentro possa risuonare. Del resto quando qualcuno ti legge lascia entrare il tuo respiro e le tue parole sono come note che il lettore sente suonare finché le tue note diventano le sue parole, forgiano la sua opinione e il tuo scritto passa di bocca in bocca come il ritornello, riuscito, di una bella canzone.

 

Inchiostri balbuzienti e scritti come canti

Ci sono momenti in cui l’inchiostro si blocca. Quando scrivi il tuo polso non sempre ti segue, non sempre si piega a fare quello che tu vorresti fare. Così il tuo sorriso prende una piega strana. A volte succede che tu vorresti scrivere qualcosa, hai in testa cosa e la testa la agiti come se a furia di agitarla la tua testa si trasformasse in una bomboletta di panna e le parole uscissero dalla penna più facilmente. Ma invece non riesci a tirar fuori niente. Altre volte qualcosa la scrivi, perfino, ma non è quello che avresti voluto così ti fermi, rileggi, ti blocchi, ti inceppi, ti sembra molto triste avere un foglio piano e liscio e farne scoglio roccioso. Il polso si serra, la mano diventa un pugno, nello stomaco della tua storia che ti sale dalle viscere e si appende al cuore, come un trapezista esperto in cadute. Quando proprio non vuoi saperne di desistere provi a schiarire la voce delle tue storie. Ma a volte basta smettere di parlarti in testa e iniziare a cantare sul foglio senza lasciare alle parole il tempo di pensare che, se volessero, si potrebbero fermare.

 

Questionario (non) di Proust

Hai mai incontrato una storia che ti sembrava nessuno vedesse, tranne te?
Hai mai guardato alle parole come se non ne conoscessi il significato?
Ti sei mai chiesto qual è, se c’è, la ferita da cui filtra la tua scrittura?
Quale sarebbe il tuo ideale centro di scrittura permanente che ti farebbe scrivere ininterrottamente?
Com’è il tuo “boicottatore interiore”?
Hai tra le mani una storia che tiene in pugno?
Quando qualcuno incontra le tue parole quel qualcuno inevitabilmente inizia a parlare di te?
Ti hanno detto che, in chi ti legge, lasci il segno?
Ti va di scrivere quello che ti va in questo spazio senza troppi condizionamenti?
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11 pensieri su “Tre scimmiette sul comò che scrivevano le storie

  1. Sto intravedendo le mie ferite nel tempo, da certi elementi che ritornano sempre, magari sotto mentite spoglie, nelle mie storie. Questioni di padri e di voci fuori dal coro, per esempio. Ogni tanto ne scopro una nuova, e mi dico: “ah, sei arrivata anche tu!”. Perché non le conosco, ma le riconosco quando le incontro.
    Il mio boicottatore interiore è un tizio simpatico. Una volta gli ho offerto un tè, proprio mentre mi tormentava, e l’ho preso alla sprovvista. Siamo diventati amici, più o meno. Quando va tutto troppo liscio gli rivolgo un pensierino: “ehi, tutto bene lì”? Non vorrei trovarmi a scrivere in totale, perenne, serena letizia. Pensa che noia!

    1. C’è una frase che è un gran tormentone tra tutti i miei prof.
      Neanche fosse il ritornello di una canzone pop e i professori fossero adolescenti abbronzati.
      La frase incriminata è “si riconosce sono quello che si conosce”.
      Per questo mi piace tanto l’idea che anche se le voci ti sembra di non conoscerle poi quanto le incontri le riconosci eccome.
      Un po’ come dovrebbe accadere a uno scrittore: essere riconosciuto, quando viene letto, anche se non è ancora conosciuto.

  2. Ero già soddisfatto per essermi letto un bel post e mi accingevo mentalmente a rispondere ad uno dei soliti quesiti che fai alla fine (e che mi piacciono tanto!) così da poter iniziare bene la giornata con un commento a qualcuno che ME PIACE! (come dimo a Roma), ma tu ne poni addirttura un bell’elenco.
    Come faccio però a non rispondere? Ormai ho approfittato del tuo scrivere e non posso andarmene senza lasciare traccia!
    Facciamo così, ci provo ma non assicuro niente eh 😄

    Allora:
    1) Non l’ho incontrata…ci sono dentro dagli anni di Goldrake. E’ la mia. A volte capita si…capita che nonostante gli sforzi (oh sono pigro ma li faccio eh) ti sembra come se nessuno ti veda, e magari è anche così.
    Diciamo che molto sta a noi, e probabilmente se arrivano certe sensazioni non è che possiamo incolpare il mondo e basta, magari facciamoci un esame di coscienza. Io l’ho fatto, l’ho diviso a rate perchè mi sembrava una cosa un tantinino “annosa” e ad oggi qualcosa è migliorato.

    2) Si, lo faccio sempre. Non è per distrazione o per difficoltà di attenzione, ma perchè spesso quando leggo provo a lasciare che sia la lettura a dirmi qualcosa, e non cerco di cavarne io il significato. Se la prima opzione funziona, allora con me hai vinto! Nel caso specifico Monia Wins 😀

    3) Si, si chiama inquietudine. Attenzione, non ne soffro eh, però diciamo che tutto è partito da li. Non sono mai stato un compagnone o uno da “mischia” insomma…ho sempre preferito stare per fatti miei proprio perchè quella strana sensazione sembrava affievolirsi almeno un po’. Un giorno poi ho iniziato a scrivere per conto mio in biblioteca, durante un commento che DOVEVO fare ad un racconto di Maupassant. Mano a mano che continuavo mi sembrava di stare più sereno, e allora ho deciso di dedicarmici con più fermezza. Ad oggi sono sempre lunatico e instabile, ma sicuramente meno rispetto a prima e poi sono fan di Maupassant 😄

    4) Racconti brevi e magari un po’ tristi o macabri (visto l’inquietudine?). Qualcosa da scrivere nelle serate di pioggia (adoro la pioggia!!), su una vecchia poltrona di pelle tipo chesterfield con un caminetto acceso, un tè (si scrive così?) caldo a portata di mano e poca luce ad illuminare il resto oltre la scrivania, per evitare di guardarmi intorno e trovare distrazione. Oh, colpa di Lovevraft e Maupassant…

    5) E’ un infame il mio boicottatore perchè mi conosce bene e fa di tutto per rovinarmi il momento della scrittura. Io ci provo a farlo star zitto, ma poi tra un cuscino morbido, un divano comodo e altre distrazioni il maledetto vince sempre. Ah!, si fa chiamare Pigro…

    6) Rispondo come alla prima…si la mia. Vorrei poterla guidare io, vorrei dirle “fatti i c…i tuoi e lasciami in pace”, ma al momento mi tocca abbozzare e trarre più benefici possibili da quello che ho. Non perdo la voglia di guidare io il cocchio e decidere cosa fare (quello mai), ma magari un giorno, sempre su quel famoso post sulla felicità verrò a spiegarti 🙂

    7) Non lo so, o almeno non ci faccio caso. A volte mi capita di rendermene conto, e magari qualcuno lo fa pure. Se accade, speriamo siano parole buone.

    8) No mai, ma tornando a quell’esame di coscienza di cui accennavo, forse è meglio così. Almeno fino a quando non riprendo possesso del cocchio.

    9) MI va sempre e come vedi l’ho fatto anche ora. Questo spazio mi piace perchè mi sa di qualcosa di tranquillo, di un ambiente quasi surreale in cui le parole corrono leggere e il suono che producono è simile a quello che mi rilassa e mi fa scrivere con maggior profitto…la mia bella, dolce e incantevole pioggerellina 😄

    PS: Stavolta l’essere prolisso è stata un po’ anche colpa tua 😄

  3. Alla prima domanda risposto: tutte quelle che scrivo 🙂

    Alla seconda no.

    3: no, non mi faccio queste domande. Scrivo e disegno, ma non mi chiedo il perché. Non m’interessa saperlo.

    4: centro come luogo? Una casa mia circondata dagli alberi e tanto silenzio.

    5: molto forte 🙂

    6: una storia che mi tiene in pugno? Forse quella che sto scrivendo per l’ebook?

    7: Non ne ho proprio idea.

    8: No, mai.

  4. Ero cieco di fronte alle possibilità, alle prospettive e stanco di non vedere e non esser visto nell’ombra in cui mi rintanavo mi sono scostato, mi sono lasciato abbagliare dalla luce, ho cambiato la prospettiva del punto di vista e ora vedo.
    Ero sordo alla voce del mio cuore, tappavo le mie orecchie per non sentire critiche e lamenti ma ho coperto la musica che avrebbe fatto danzare le parole nella mia testa. Ho accettato di ascoltare lo stridio della penna e ho scoperto che invece cantava.
    Ero muto, soffocato dalle mie paure, silente e incapace di esprimermi lasciavo rattrappire la voce dell’anima. Ma lei, più vasta dell’oblio in cui volevo ricacciarla, ha urlato e mi ha imposto di urlare le mie storie.
    Ora vedo e sono visto, ascolto e sono ascoltato, parlo e di me parlano.
    Ora sono ri-nato.

  5. Hai mai incontrato una storia che ti sembrava nessuno vedesse, tranne te?
    Mi è capitato. E per tirarla fuori ho fatto come Tiresia, e ho tirato a indovinarne la ragione, capendo che la scrittura, come il cuore, ragioni non ha.

    Hai mai guardato alle parole come se non ne conoscessi il significato?
    Forse è il modo migliore per avvicinarsi ad ogni esperienza. Per contaminare senza essere contaminati. Omertà letteraria.

    Ti sei mai chiesto qual è, se c’è, la ferita da cui filtra la tua scrittura?
    Non c’è una sola ferita, la mia anima è trafitta come Attilio Regolo nella botte, e la scrittura è per me come i trucchi di Houdini.

    Quale sarebbe il tuo ideale centro di scrittura permanente che ti farebbe scrivere ininterrottamente?
    Scrivere bevendo caffè in un caffè di scrittori a Mont-martre.

    Com’è il tuo “boicottatore interiore”?
    E’ uno spiritello che si diverte a interrompere il processo di digestione della storia come un diverticolo in un’ansa creata dall’ansia di creare.

    Hai tra le mani una storia che tiene in pugno?
    Le mie dita, come ogni burattinaio che si rispetti, tengono contemporaneamente molti fili, per cui sembrerebbe che da esse dipendano i movimenti dei pupi. Ma in realtà il padrone della festa è sempre chi è sulla scena, non chi è osceno (etimologicamente parlando).

    Quando qualcuno incontra le tue parole quel qualcuno inevitabilmente inizia a parlare di te?
    Non dovrei essere io a dirlo, comunque si parli bene o si parli male purché se ne parli.

    Ti hanno detto che, in chi ti legge, lasci il segno?
    La risposta dovrebbe essere simile al punto precedente. Aggiungo che spero un giorno i miei scritti abbiano nel lettore l’effetto dell’incisione apparsa a Costantino nella battaglia ponte Milvio a Roma. In hoc signo vinces. Se sia già successo, non lo so ancora. Ai poster l’ardua sentenza, ovvero se gli adolescenti hanno la mia effigie appesa in cameretta.

    Ti va di scrivere quello che ti va in questo spazio senza troppi condizionamenti?
    L’ho già fatto. Mi sono divertito a rispondere a tutte le domande come se lo stesse facendo Monia.

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