Co-me-te

co-me-te

Premessa: se il blog è una terapia (e io no, qui non vi linko tutti i post in cui ne abbiamo parlato, sì abbiamo, plurale, perché i miei post sono uno spunto poi tu e tutti gli altri “tu” che passano di qui possono coglierli o lasciarli marcire come semi caduti nel terreno sbagliato) allora ogni blogger diagnostica il proprio “problema”, cerca la propria cura, distribuisce articoli come medicine e ogni cosa che scrive è una pillola. Da infilare in un filo. Perché certe volte le parole sono pillole e perle al tempo stesso.

Promessa: quando ho aperto questo blog (e tu, se passi di qui spesso, dovresti saperlo che il blog è neonato e non è ancora morto ma non è un non-morto del tipo zombie. Direi proprio di no) ho fatto una promessa sia a me stessa sia a chi avrebbe scelto di dedicarmi la sua attenzione e il suo tempo. Ho promesso di essere il più possibile autentica e quindi vicina all’idea di me stessa (come Almodovar insegna) e di non dissetare mai la sete di miglioramento e di confronto. Per questo vado oltre i miei limiti, posto qualcosa che scrivo e quando vedo che anche tu che mi stai leggendo spingi ogni giorno un po’ più in là i paletti che ti eri imposto di avere allora penso che siamo tutti sempre un po’ più avanti ed è per questo che per incontrarci non abbiamo bisogno di darci un appuntamento: ci incontriamo strada facendo.

Di Flavia amavo la sua argenteria. E i suoi occhi di amianto. Amavo lo splendore rancido della sua casa, l’eleganza barocca del lusso dissoluto, il tono opaco delle ombre dei suoi genitori appese sempre all’uscio ad un passo dall’andare via, star fuori, lontani, distanti, indifferenti.

Se ripenso a lei ripenso ad una pozzanghera color petrolio che riflette il piombo liquido dei suoi occhi: un colore così innaturalmente diverso dall’azzurro terso del cielo sopra di noi da esservi perfettamente intonato. E’ un giorno d’agosto, i pensieri ti rimangono appiccicati addosso come tè freddo con troppo zucchero e noi siamo al verde. Siamo sempre al verde perché ci piace il rosso, ci piace il nero e ci piace moltissimo il bianco. E così abbiamo le mani bucate. Soprattutto quando si tratta di bucarci le braccia.

Allora la sua argenteria decidiamo di venderla al monte dei pegni. Ché in un mondo dove quella poesia macinata di agonia come il grano nei mulini della miseria, non esiste più, perfino la parola “pegni” è un deliquio meraviglioso.
Gioco con le chiavi. Non mi sembrano più lucenti come qualche mese fa però mi sembrano vere. A volte mi chiedo ancora se ne valga la pena. Se sia uno scambio vantaggioso prendere questa realtà di ruote che stridono, neonati che piangono, mariti che sbraitano, oggetti che cadono, e rinunciare a quel vuoto pieno di stelle dove nulla può ferirti davvero. Se sia realmente questa la via da seguire: fingere di essere dei martiri perché ci si impone di sopportare l’insensatezza dei giorni, la stupidità del dolore, l’inutilità dei sacrifici.

Se sia davvero questo il percorso da compiere: illudersi di essere degli eroi perché ci si ostina a lottare contro i mulini a vento, a chiudere gli occhi davanti agli uomini scuoiati da questa vita, a turarsi le orecchie mentre qualcuno implora qualcun altro di smettere. E quel qualcun altro non smette mai. La mia mano gira la chiave nella toppa troppo in fretta e non ho il tempo di darmi nessuna risposta. Riconoscerei la casa di Flavia anche se mi ci catapultassero ad occhi chiusi, bendato, con le mani legate ed ogni altro senso mutilato. Tranne l’olfatto.

Mi basta sentire l’odore speziato della cannella per capire che sono da lei. Che sto tornando ai suoi occhi lucenti e letali come il mercurio. Che sto per toccare ancora le sue spalle cadenti che si sollevano sempre quando vuole esprimere inconsapevolezza. Ma lei non è affaccendata col suo risotto. Flavia è sul divano. Le chiedo di farmi vedere i polsi. Lei sa che sono fermamente convinto che i polsi non mentono mai. Ma lei rimane ferma, adagiata mollemente sui cuscini. Ha qualcosa di rotto dentro. È una bambola sventrata da ogni capacità di agire. “Ho provato. Ho creduto ed ho provato. Davvero”. Sussurra. E solleva appena le palpebre.

Quel tanto che basta per mostrarmi le radici rosse del rancore ancorate ai suoi occhi liquidi. “Non contano le speranze. Contano le azioni”. Le rispondo con l’intento malcelato di farle male. Lei si mette a sedere come se fosse ancora una donna reale in carne, ossa e volontà e non solo la proiezione evanescente di tutte le sue possibilità di vita abortite. Si mette a sedere e lascia che il suo sguardo vermiglio sia come un dardo diretto contro il mio petto inutile. “Provare è un’azione”. Ha usato l’ultimo soffio di vera vita che le scorreva nelle vene per cercarsi un alibi al suo ennesimo fallimento. “Flavia”, lei odia il suo nome. Dice sempre che ha il sapore di cose frivole e svenevoli, di lusso che rende l’animo indolente, di dolcezze pure come crimini. Ovviamente è il nome perfetto per lei. Per questo lo odia tanto.

 

Mentre penso a tutte queste cose resto muto e la pausa nel mio discorso si dilata fino a farla diventare insofferente a questo silenzio innaturale. Devo parlare o potrebbe morirne. “Smettere era stata una tua promessa”. Ho parlato pronunciando quella parola che so entrarle dentro come una ferita: promessa. Come gli uccelli che prima di rovinare al suolo si esibiscono nel loro volteggiare più bello, come i fiori che prima di appassire si fanno puro pensiero per l’olfatto, così lei raccoglie le energie e si alza in piedi. Si passa le mani tra i capelli. Con fare febbrile. Quei lunghi bastoncini di vaniglia si perdono per qualche istante nel miele della sua chioma. Gioca col nastro, lo avvolge, tira su la coda e le si dipinge sul volto un’espressione di muta soddisfazione. Mi fissa. Potrebbe uccidermi sporcando il marmo bianco di tutto il rosso che mi nuota dentro. Oppure contro quel marmo freddo potrebbe chiedermi di schiantare tutto il caldo del nostro amore stupido. In fondo sarebbe la stessa cosa. E lo sa anche lei mentre afferra il piatto con i ghirigori color carta da zucchero. Lo rigira tra le mani, distoglie lo sguardo dai miei occhi per lasciarsi bagnare da quel bianco surreale reso ancora più acceso dai baci del sole e sibilla piano “le promesse sono come le porcellane: è nella loro natura essere infrante”.

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19 pensieri su “Co-me-te

  1. Siccome scrivi e ti esponi, lo faccio anch’io commentando con sincerità. Io amo la qualità della tua scrittura, e’ veramente molto elevata, alla tua età poi hai una padronanza che molto scrittori affermati hanno acquisito solo nel tempo e con difficoltà mentre a te sembra fluire con naturalezza. Però. Succede che la messe di immagini, aggettivi ricercati, metafore, allitterazioni, dopo un po’ mi diviene ridondante e ho difficoltà ad arrivare alla fine. Problema mio, senza dubbio, non essendo questo il mio genere di letture. Insomma, io un libro scritto così non lo comprerei, mentre i post su un argomento li leggo molto volentieri, forse perché più “facili”.

    1. Sì, certi virtuosismi alla lunga diventano un po’ ridondanti, affaticano. Ma se passate a leggere qualcosa nei primi post si trova anche di più di quanto si trova qui, eppure si riescono a leggere. Questo è solo un livello appena più alto, ma una volta che ci si abitua allo stile dello scrittore (della scrittrice in questo caso) poi diventa facile e scorrevole. Va giù come acqua insomma. Certo Monia ci fa gli scherzi e ci alza il livello di colpo, ma se rileggiamo una volta sola questo testo, il successivo (sempre che Eudai_Monia non ci metta mano di diavoletto) ci apparirà molto più fruibile. Io trovo che in questo alzare l’asticella un poco alla volta sia maestra. Voi no?

    2. Apprezzo tantissimo il commento!
      Solo un appunto: non credo sia un problema tuo e se è solo una formula per edulcorare la critica… Non serve 🙂
      Critiche così costruttive non solo sono sempre ben accette ma sono proprio ciò a cui anelo.
      Grazie mille, davvero.

  2. Faccio mio il commento di glaurito, perché è vero, se ti metti in gioco meriti una risposta, e che sia sincera. Anch’io trovo qualità nella tua scrittura, e un’intensità per niente comune. Proprio la stessa intensità, espressa tramite le tue metafore e le tue immagini, si fa talmente densa da costringermi a rallentare la lettura, oppure saltare avanti. Con un testo lungo avrei dei problemi, anche se ti apprezzo molto. Ma forse un testo lungo lo gestiresti in altro modo.

    1. Mi hai fatto pensare a una crema col tuo “troppo densa”.
      Sì, credo anch’io che sia meglio “diluire” di più l’intensità e il tuo commento, così preciso e intelligente (in tutti i sensi: so quanto sai leggere tra le righe, tu) è molto importante per me.
      Grazie del tuo parere, Grazia!

  3. Non so ancora dire che gusto mi abbia lasciato in bocca questa danza velenosa. Caro il mio demone mi piaci sempre, anche quando riempi i vuoti in preda a un horror vacui tutto tuo. Anche quando le tue parole diventano stiletti nelle mani di un folletto beffardo e a volte un po’ crudele. 🙂

    Concordo con Andrea quando scrive “io trovo che in questo alzare l’asticella un poco alla volta sia maestra”.
    Grazie a questa tua maestria rendi i tuoi lettori funamboli spericolati.

    1. Sono fortunata perché ho per lettori dei veri e propri camminatori del cielo che usano parole come “stiletto” che è una parola che mi piace tanto perché sa di tacchi e camminate pericolanti eppure salde e di coltelli e lame e tagli al tempo stesso.

      Grazie a te e a voi, sempre.

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