Chi ha paura della scrittura?

chi ha paura della scrittura?

Per prima cosa creiamo l’atmosfera. Non vorrai metterti a leggere così, senza neanche aver rotto il ghiaccio, vero? Non ti ha insegnato niente la lezione sulla scrittura del punteruolo

 
Musica. Ci serve della musica. Metti su la musica di Krzysztof Komeda con Mia Farrow che fa LaLaLa e tu che hai la pelle d’oca. Sì, la colonna sonora dei titoli d’apertura di “Rosemary’s baby”, esatto. E magari rispolvera “il seme della follia” di Carpenter.

 
E adesso? Adesso è il momento giusto per chiederti quanta paura hai della scrittura. Quanta paura hai che la scrittura ti fagociti come un mostro tritacarta e la carta dei tuoi scritti non sopravviva? E quanta paura hai che accada esattamente il contrario e la tua carta lasci di sasso gli occhi trita carta dei lettori?

Scrivere un best seller. Più della Bibbia.

C’è un’equazione che nessun libro di matematica ha ancora provato. È l’equazione che fa corrispondere un gran successo di mercato secondo alcuni a un vero successo, qualitativamente alto, di letteratura e secondo alti a un certo insuccesso, a inevitabile ciarpame. Ma è davvero così?

Le vendite sono il risultato di un insieme di fattori. Come quando prepari una torta e se la torta non viene bene puoi aver sbagliato la quantità di farina o di uova o di burro o hai mescolato male o hai cannato la cottura. L’errore è una catena.

Quello che vende ha, nel bene o nel male, la possibilità di arrivare a più persone. Di contagiarle. Sta a te considerare la tua semenza e avere cognizione di quali sono i frutti che puoi raccogliere quando semini parole.

A te fa più paura non essere letto o essere letto in quantità industriali?

Dio non è uno scrittore…

… o forse sì? Lo scrittore è un demiurgo. Perché è artefice del suo mondo di parole, è l’artigiano che plasma il suo castello di carte scritte, è la forza ispiratrice o ordinatrice del suo cosmo letterario. Perché “è reale quello che noi crediamo sia reale”.

Forse lo scrittore è quello che vede una crepa tra la realtà che vorrebbero e quella che è. E invece di indugiare nel sentirsi “l’unico sano di mente” sulle pareti della sua bella “cella imbottita” costruisce la sua nuova realtà raccontando “quello che accadrebbe se la realtà desse ragione a lui”. Se è vero che “dio ci uccide quando diventiamo noiosi” allora sì, lo scrittore è un dio, perché uccide i personaggi quando diventano inconsistenti e non hanno più peso nella storia.

Della tua scrittura sei più vittima o carnefice? 

“Io so che quel libro farà impazzire la gente”

Nella letteratura quello che non ti fa impazzire… Non è scritto bene abbastanza. Perché un libro in cui la scrittura è coltivata davvero, come colture di batteri del male di scrivere che non ha cura, ecco, un libro così è come un germe, virale davvero, come un vero seme di follia che ti trattiene, tra indice e epilogo, come dentro delle fauci da cui non puoi liberarti. Perché non vuoi liberarti.

Tu hai già piantato il tuo seme d’inchiostro?
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14 pensieri su “Chi ha paura della scrittura?

  1. Molti spunti interessanti. Il punto e’ innanzitutto quanto valga la nostra personale opinione riguardo alle nostre creazioni letterarie. Faccio spesso un gioco: se le cose che leggo mi piacciono più di quelle che scrivo. E mi capita non tanto spesso. Anzi alcuni scrittori pur mediamente bravi li ho lasciati perché mi dava troppo sui nervi che loro avessero successo e io no. Senza fare nomi: Carofiglio. Dunque io sono convinto che il mio libro farebbe “impazzire la gente”. La crasi fra il dire e il fare sta in quel condizionale. Immodestamente per me non risiede nella scrittura, ma in uno di quegli altri fattori, di quegli ingredienti della ricetta che evidentemente mi mancano. Sarà che proprio ieri mi sono scoperto intollerante alle uova 🙂

    P.s. Il finale del tuo post lo dedico ai tuoi post

    1. “Faccio spesso un gioco: se le cose che leggo mi piacciono più di quelle che scrivo. E mi capita non tanto spesso.”

      Mi sembra un gioco geniale, sai?

      (E grazie tantissimo per il post scriptum)

  2. McCarthy una volta ha detto che non vale la pena scrivere una storia che non ti porti al suicidio. Un pensiero forte, che però si ricollega a quanto hai scritto alla fine del post.

    E infatti le sue storie, almeno tutte quelle che ho letto, mi sono rimaste ben impresse dentro, cosa che non posso dire di tutte quelle lette finora. Segno, forse, che per scriverle ci ha messo l’anima, anche se quasi tutti i suoi romanzi arrivino al massimo a 200 pagine.

    Forse io sono più carnefice della mia scrittura, ma dovrei diventarne vittima per migliorare.

    1. “McCarthy una volta ha detto che non vale la pena scrivere una storia che non ti porti al suicidio.”

      è una frase che ha del commovente. Spero di riuscirne a farne un monito. Grazie mille per averla regalata a Calamo e ai suoi amici.

  3. “Se è vero che “dio ci uccide quando diventiamo noiosi” allora sì, lo scrittore è un dio, perché uccide i personaggi quando diventano inconsistenti e non hanno più peso nella storia”.

    Bellissima questa frase e ogni post che scrivi, Monia, conferma la tua bravura.

    Se lo scrittore è un dio non tutti avranno fede in lui, è alla base di ogni religione e quello che può essere un miracolo per qualcuno, potrebbe essere il nulla per qualcun altro. Tocchi un argomento interessante: è la bravura che fabbroca i best seller? Sinceramente io non l’ho ancora capito. Mi è capito di leggere i cosiddetti best seller e lasciarsi incompiuti, perchè la vita è troppo breve per star dietro a un libro che non ti piace. Mentre vere e proprie chicche che sono sconosciute ai più.

    La bravura di base ci deve essere e lo scrittore deve lavorare in questo verso: sperimentare, scrivere, riscrivere, buttare, limare, rifare sono alla base del lavoro di scrittura. Ma credo che lo scrittore debba imparare a diventare bravo nel difensere le proprie storie dalla propria paura. Quante volte uno scrittore non è bravo a difendere il proprio lavoro? Tante secondo me, ma credo che questa sia ancora un’altra storia.

    1. “Bellissima questa frase e ogni post che scrivi, Monia, conferma la tua bravura.”

      Mila, così mi fai arrossire! Grazie!

      “Tocchi un argomento interessante: è la bravura che fabbrica i best seller?”

      Ho avuto anch’io le tue esperienze e così mi sono chiesta quanto possano essere correlati successo e bravura… E sì, continuo ad augurarmi lo siano sempre di più!

      “credo che lo scrittore debba imparare a diventare bravo nel difensere le proprie storie dalla propria paura.”

      Adoro questo pensiero. Lo trovo, senza esagerare, di un’acutezza disarmante.

  4. Temo più l’invisibilità del mega-successo, ma solo perché la prima la conosco e il secondo no. No, non mi sento vittima della scrittura e nemmeno carnefice. Penso che siamo compagne di viaggio, e siccome il viaggio dura anni (una vita?) finisce che qualche volta litighiamo e poi facciamo pace. Non ho ancora scritto qualcosa che mi scalzi dalle mie fondamenta, perciò immagino che nemmeno il lettore possa uscire sconvolto dalla lettura di un mio libro. Forse però non è questo il mio obiettivo, se ne ho uno. Gli scossoni sono tosti, ma dopo un po’ li rimuoviamo e proseguiamo per la nostra strada. I piccoli cambiamenti, quelli sì, sono pericolosi. Finisce che modificano il nostro percorso di un solo millimetro, e poi di millimetro in millimetro chissà dove andiamo a finire…

    1. “Temo più l’invisibilità del mega-successo, ma solo perché la prima la conosco e il secondo no.”

      A me Grazia Gironella piace tanto anche perché è capace di sovvertire le cose e invece di avere più paura dell’ignoto a priori sa temere di più qualcosa che già ha provato.

      Mi piace molto anche la tua idea di “convivenza turbolenta” con la scrittura e il tuo obiettivo: la tecnica della “gutta cavat lapidem” è molto interessante e sembra efficace!

  5. Si il TUO farà impazzire la gente. Su questo non ci sono dubbi. Sapresti promuoverlo anche da sola, con pochi strumenti quali tw e il blog, ma anche senza impegnarti salirebbe velocemente nelle zone alte. In effetti bastano pochi lettori giusti da lasciare senza parole perchè parlino a profusione (un omaggio ai tuoi giochi di parole). Partirebbe con calma e impiegherebbe un paio di mesi prima di raggiungere la visibilità necessaria, ma funzionerebbe. E bene anche.
    Sai che odio puntualizzare l’ovvio, ma di fatto qui manca solo il libro. Il tuo naturalmente.

    1. Sono d’accordo con te, Andrea. Ma secondo me il libro di Monia e’ immaginario e reale come le biblioteche di Borges, proibito come la Commedia di Aristotele, all’indice, anzi a tutta la mano (non al medio!), ed è’ un libro come la pipa di Magritte. E, parafrasando Moretti, se ne parla più se lo scrive o se nono scrive? Io, fossi in lei non lo scriverei mai. Perché sono certo che l’abbia già fatto…

  6. A me piace molto l’idea di essere un Dio nella creazione di un mondo in un libro, credo di avertelo già detto da qualche parte, ma a mia discolpa aggiungo che sono uno di quei dèi benevoli, i personaggi che mi annoiano li lascio alla loro vita, uccido i personaggi la cui morte è significativa e contribuisce alla vita degli altri.
    Per quanto riguarda i bestseller, una volta ho sviscerato la questione con un tipo che mi disse che gli autori bestseller sono quelli che vendono di più, non necessariamente quelli che scrivono meglio, poi in confronto alla Bibbia nessuno è un bestseller. Quindi pur volendo vendere molto, questo un po’ mi fa paura, quasi quasi vorrei un nutrito ma non smisurato gruppo di lettori che comprano il mio libro perché consapevoli che potrebbe piacergli, non perché tutti lo comprano. Ogni lettore soddisfatto, poi, è per lo scrittore un universo infinito di gioia, un segmento di una retta che per quanto minuscolo contiene l’infinito e perciò vale quanto qualsiasi stratosferico numero di lettori e anche più. Un valore inestimabile.
    Per finire, sento la scrittura parte di me, quindi è vittima e carnefice, sono vittima e carnefice.

    1. Questo commento è bello ricco, Renato!
      C’è la voglia di essere demiurgo, che non solo crea ma anche ordina, che non solo dà origine ma anche fine (sia nel senso di conclusione che di scopo) e c’è la voglia di essere letti per vera voglia di essere letti perché alla fine, il fine, è quello di lasciare qualcosa di vero, al lettore.
      Oltre le cicatrici di vittime e carnefici.
      Perché solo così un libro può sperare di infinitarsi.

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