Memorie di un uovo

fame di scrittura

In principio sei un uovo. Sei un uovo con tanto di guscio che ovatta le cose brutte, certo, ma anche quelle belle ma tu sei un uovo, un uovo ancora con il guscio per giunta, e non immagini ancora che ci siano tutte queste cose belle capaci di risucchiarti in un vortice come fanno le bottigliette vuote con i tuorli.

Poi il guscio si incrina e tu prima vorresti provare a rimediare e riattaccare quei pezzi di te che sembrano aver voglia di andarsene usando la colla che hai negli occhi quando leggi gli scritti degli altri. Ma poi ti sei ricordato di quella frase che dice che una crepa c’è in ogni cosa ma va bene così perché è da lì che entra la luce. Allora pensi che forse è il momento di venir fuori.


Magari fossi un fiore. I fiori sbocciano tra profumate carezze di petali e raggi di polline e colore. Quando sei un uovo invece è tutta questione di punti di rottura e di coperture spezzate per poi ripararsi sottocoperta fino a diventare un uovo nuovo.

E “uscir fuori” è una fatica scivolosa come una salita ripida su cui riposano le bolle di sapone che non ce l’hanno fatta a spiccare il volo.

Ogni nuova nascita è figlia di possibilità abortite.

Infatti il mio uovo di uccello azzurro è nato dopo aver pensato e ripensato a come vestire il guscio che avrei lasciato rompere a tutte le persone che speravo (e poi è successo) avrei incontrato e questa gallina dalle uova (che a)d’oro non starebbe scorrazzando felice per la fattoria dei blog da sei mesi se una mattina il gallo della decisione non avesse cantato e tutto mi fosse apparso non necessariamente semplice come un uovo di Colombo ma necessario.

 

L’incubatrice che covava i blog

Deve esserci un posto in cui stanno tutti i posti che non sono ancora i posti di qualcuno. Le strade che ancora non significano niente di speciale per nessuno, i viali che non hanno ancora storie valide da raccontare e far volare in alto come palloncini viola, gli incroci che sono ancora rette parallele rispetto alla vita degli altri, tutti lì in attesa di diventare parte della vita di qualcuno. Covati come i sospetti e come i sogni che a un certo punto sono stufi anche di starsene al caldo se starsene al sicuro e al caldo significa ancora aspettare.

Con Calamo deve essere successo un po’ lo stesso perché non credo di averlo davvero progettato ma credo sia stato lui ad avermi scelto. Che poi se ci pensi è decisamente meglio.

Quando diventerà un adolescente ribelle e se ne starà appoggiato allo stipite della porta somigliando più che a un sovversivo a un pulcino arruffato e proverà a far roteare le parole come i coltelli dei lanciatori finti, quelli che vogliono ferirti, e mi dirà che si ricorda ancora com’è stato faticoso nuotare immerso in quell’acquario di incubatrice dove il liquido amniotico era la saliva delle parole non dette e dei libri sfogliati e che vorrebbe non essere mai nato da me io potrò dirgli che è stato lui a rompere la bottiglia al varo contro la mia chiglia mentre io era andata lì quasi per caso non pensando davvero che avrei trovato qualche sogno neonato a cui prestare il fianco.

 

Travagliare, sempre, rompendo uova per fare una frittata.

Per porre fine alle tribolazioni spesso devi (semplicemente?) iniziare. Perché il travaglio, come fatica, sofferenza, è tutto prima. Mentre il travaglio come impegno e lavoro non finisce mai ma è un travagliare che è bello portare avanti. O per meglio dire è un travaglio che è meglio portare avanti solo finché è bello e appagante e ti riempie di entusiasmo.

Ho questa foto (mentale) di me che mi lego e sciolgo compulsivamente i capelli e non so decidermi a sciogliere i nastri di quel regalo che è un regalo in primis per me e che mi auguro possa donare qualcosa a chi decide di scartarlo (e di tenerlo): non so decidermi a dare inizio al mio blog.

Perché quando partorisci uno scritto  poi vengono gli amici a farti visita e lanciano uno sguardo alla culla e catturano la loro prima impressione e poi ti lanciano complimenti e ti dicono che è proprio la tua copia sputata e tu non capisci bene perché devi essere sempre convinta che ciò che nasce da te debba essere un piatto su cui sputare prima che spuntino dei risultati tangibili pronti a smentirti anche se ti fai tangere molto di più dagli ingranaggi non ancora ben oliati che da tutti i km di strada già bruciati.

Confessioni di una mente alla coque

Che io scrivo lo sanno tutti e non lo sa nessuno. Perché deve esserci qualcosa di sottile eppure penetrante, qualcosa come una penna bic usata per una tracheotomia d’urgenza, qualcosa come una piccola escrescenza che si insinua tra il medio e l’indice perché è lì che batte la penna e si dolgono le parole. Deve esserci questo quid che fa pensare alla gente che il fatto che io scriva sia scontato e saldo.
Che io scrivo lo sanno tutti e non lo sa nessuno. Perché è facile fare la coquette solo per gioco ma poi è difficile spogliarsi (e scrivere è spogliarsi) senza remore quando si tratta di parlare di qualcosa che il cervello te lo fa bollire come l’uovo sul fuoco mentre chi guarda chi lo prepara pensa che chi lo prepara stia facendo una cosa semplice ma chi lo prepara lo sa che è tutta una questione di equilibri delicati, ché il mondo è spesso un posto strano in cui le vette sono sul ciglio dei disastri. E tu a volte ti accigli pensandoci ma poi la crepa diventa abbastanza grande da far passare la luce e vedi gli occhi di qualcuno illuminarsi leggendoti ed è in quelle ciglia che trovi il senso di tutto questo.

Questione di BRUNCH

Blog, blog, blog, perché sei tu il mio blog? Resteremmo di stucco se i nostri blog davvero ci rispondessero. Una volta per tutte. Non è però forse così importante che ci rispondano davvero. Conta infatti molto di più sapere perché ci legge, chi ci legge (e se commenti organizzo un mega brunch in Hotel e ti offro un uovo alla calamo).

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18 pensieri su “Memorie di un uovo

  1. Io ti leggo. Perché? Non perché lo faccia anche tu, i nostri blog sono rette parallele che non s’incontrano mai. Al massimo si salutano da lontano.
    Non perché voglio conoscerti meglio. Sarebbe bastato un solo post, c’era già tutto.
    Non è un piacere. Lo era all’inizio. Poi si è trasformato in una dipendenza, che non ha più consapevolezza del piacere ma solo delle proprie carenze.
    Le mie dita ogni volta viaggiano sulla tastiera grazie alla loro memoria tattile e compongono il nome del tuo blog, bastano tre lettere e la memoria della cronologia del pc fa il resto. E sono qui,a leggerti. Perché?
    Non lo so davvero. Per mille ragioni o per nessuna. Forse per quell’ineluttabilità delle cose, perché è tempo di farlo, perché il guscio ad un certo punto si rompe che tu lo voglia o no, anzi a dispetto di tutto, perché dove stavi prima era comodo, caldo, tranquillo, ovattato. Invece fuori ci sono luci, colori odori e parole nuove.
    E tu hai voglia di ascoltarle e di leggerle, perché non sono le solite parole.
    Ecco perché ti leggo. Per risentire l’emozione della sorpresa.
    Perché ogni volta è come fosse la prima volta.

    1. Ogni volta, in effetti, è la prima volta. Perché se possiamo essere paragonati a qualcosa questo qualcosa è qualcosa di fluido ma non necessariamente mutevole, flessibile ma non necessariamente arrendevole, che ha memoria ma che sa essere continuamente diverso (e si spera migliore) rispetto a se stesso.

      1. Vuoi dire che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume? Mi pare che ne avesse parlato un filosofo delle mie parti. E se ci fosse stato oggi ne avrebbe avuto conferma, al primo bagno la leptospirosi, hai voglia di farti il secondo!
        O piuttosto, conformemente alle tue origini, i cambiamenti dei tuoi ultimi post perseguono il motto del compianto principe di Salina?
        Tg

  2. Anche io ti leggo per scoprire la sorpresa che ci riserva il Calamo, perché so che sarà sempre qualcosa di nuovo e originale.

    Lo vedo anche nel mio blog che è stato lui a scegliere me e non viceversa. Quando ho scelto io il blog, alla fine l’ho trascurato e poi chiuso.

  3. Ti leggo perché mi piaci tu, m’ispiri serenità, quello che scrivi non sempre m’importa. A volte lo trovo scontato, già visto e previsto. A volte tenero, intelligente, interessante. Ma ti leggo comunque.
    E’ come svegliarsi di notte dentro il letto e toccare l’altro, mentre dorme, solo per sapere che c’è.
    Ecco, il bello è sapere che ci sei. Punto.

    1. (Nota per i lettori: è vero che sono antipaticissima, infatti io e l’autore del commento siamo d’accordo così di rado 🙂
      Il tuo post è un panegirico che non avrei mai pensato di meritarmi.

  4. Ti leggo perché mi piace faticare a capire ciò che dici ma pensare che va bene lo stesso, perché se lo ascolto come musica il messaggio arriva.

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