Uccidere non è come scrivere. Si può smettere.

uccidere non è come scrivere, si può smettere

Il libro perfetto è come il delitto perfetto. Non esiste. Ma esistono scrittori (colpevoli di aver scritto capolavori) perfetti per certe vittime perfette per esser colpite con le armi di quegli scrittori: le loro penne.

Tu stai uccidendo l’inchiostro che ti ribolle dentro o stai preparando il tuo prossimo lancio di parole come proiettili?

L’importanza di essere un punteruolo rompighiaccio

Tu guardi a uno scrittore osannato, (apprezzato e  noto come vorresti diventare tu) e pensi che sembra proprio una nave rompighiaccio.

C’è qualcosa che nella sua scrittura che riesce a fendere il ghiaccio dell’indifferenza della gente. C’è qualcosa in ciò che scrive, in come lo scrive, che è capace di aprirsi un varco nella vita delle persone, creare una nicchia nella quotidianità di ogni suo potenziale lettore e riempirla con l’inchiostro del libro che ha scritto.

Perché sì, tanti ti dicono che quando scrivi devi trovare la tua nicchia a cui parlare, ma poi è dentro le persone che compongono quella nicchia che devi andare a cercare un incavo che ha la forma della tua penna.

Per trovare la tua collocazione devi rompere il ghiaccio e poi, mescolando con maestria le tue parole, servire un drink ineguagliabile a chi vuoi ordini ancora una spremuta della tua miglior scrittura.

Facile rompere il ghiaccio quando sei una nave attrezzata a farlo, vero? Tu non sei ancora così ben equipaggiato. Ma non è necessariamente un male.

Tu, scrittore in fieri, sei come un punteruolo. La tua penna è sottile perché ancora esigua è la porzione di pubblico su cui ha avuto occasione di far presa il tuo inchiostro. Ma sei comunque tagliente al punto giusto e sono proprio le tue dimensioni ridotte che ti rendono estremamente preciso. Quindi efficace.

Un punteruolo è maneggevole e infatti tu hai dalla tua l’essere… Alla mano. Il ghiaccio che rompi lo senti. Puoi essere a stretto contatto con i tuoi lettori e hai la straordinaria possibilità di vedere, in ognuno di loro, quell’iceberg di voglia di leggere che non aspetta altro che trovare la penna giusta che ne faccia cubetti a misura di pagina.

Il lettore è vittima dell’amore per la lettura. Come te

Se scrivi ciò che vorresti leggere il tuo lettore non è una creatura mitologica impossibile da descrivere. Il tuo lettore sei tu.

Tu e il tuo lettore siete vicini come due commilitoni rimasti feriti nella stessa battaglia. Per tanto tempo avete lottato contro una mancanza che è come tutti i nemici nelle guerre: senza un vero volto. Sentivate solo un gran vuoto e temevate di aver perso nottetempo qualcosa. Che non speravate più di ritrovare.

Ma un giorno avete capito che ciò che che desideravate era solo una fetta di mondo diversa e più grande. Così avete tenuto in mano un libro, scoprendo che con un libro in mano le braccia diventano più lunghe e possono sfiorare i pensieri di chiunque. E avete visto che non esistono lenti più acute di quelle fatte d’inchiostro. Del resto “più che per farsi vedere è per vedere che si scrive“.

“Ascolta, non voglio sapere chi sei, ma se potessi essere qualcuno, chi saresti?”

Quando scrivi è questo che importa più di tutto. Più di ciò che ti sei rassegnato a essere per inerzia, più di ciò che sei diventato per necessità, più di ciò che non sei ma credi sia meglio fingere di essere, più di ciò che fai e che confondi con ciò che sei, più di tutto conta ciò che senti di essere. Perché se sei uno scrittore è scrivendo che puoi diventare ciò che sei. Perciò, dimmi, tu se potessi essere te stesso chi saresti?

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31 pensieri su “Uccidere non è come scrivere. Si può smettere.

  1. Bella domanda. Non ti so rispondere. Non so quanto di me appaia da quello che scrivo – qualcosa sì, per forza. Però non emerge tutto e mai emergerà tutto.

    Penso comunque che sarei quello che sono, con tutti i miei pregi e difetti, le mie intolleranze, il mio pessimismo, i miei pregiudizi, la mia irritabilità, la mia etica, ecc.

      1. Mi è toccata la prigione di una vita da umana (spero non me ne diano altre, dopo). Non so neppure che cosa ho combinato “prima” per essere caduta qui dentro. Ci sto comunque senza fuggire, nonostante dolore e sofferenza. Accetto quel che passa il “destino umano” cercando di imparare e spendermi dentro altri umani che sono “conviti” davvero di essere umani.
        La mia rivolta quotidiana è raccontare ogni giorno menzogne plausibili per rimanere in mezzo agli umani senza scoprirmi troppo.
        Ogni volta che ho tentato di andar via, mi hanno partata da Alcide.

      2. Quando leggi “spendermi dentro altri umani che sono convinti davvero di essere umani” capisci che chi scrive una cosa simile davvero la vita la sta scontando vivendola.
        Così vai a leggere altre cose (voi che state leggendo questo commento: leggete altre cose di Nadia. Merita) e finisci come me che ogni volta che leggo quel tuo pezzo su Alcide mi commuovo.

  2. Bellissimo post e domanda davvero difficile.

    “sei uno scrittore è scrivendo che puoi diventare ciò che sei”: niente di più vero. Scrivere ci stimola, abbattendo quella parte strutturale della personalità costituita dalla maschera.

    Noi siamo SEMPRE chi vogliamo mostrare di essere, è praticamente impossibile riuscire a vedere, almeno ad una lettura approssimativa, chi è l’individuo sotto la protezione della maschera.
    Con la scrittura, togliamo la copertura dal nostro volto e la appendiamo ad un chiodo arrugginito dal tempo, liberando dal conflitto fra Es e Super Io un’energia che gli estranei non conoscono.

    La mia energia è fusione tra materia e antimateria, misticismo e razionalità. Dalla mia penna escono parole che spesso ignoravo di conoscere e portano alla luce le passioni che, nel quotidiano, non posso svelare. Ed è bellissimo lasciarsi andare ad esse.

    1. “Bellissimo post e domanda davvero difficile.”
      Bellissimi voi che mi leggete e vi fermate a lasciarmi commenti belli come questo tuo 🙂

      “Noi siamo SEMPRE chi vogliamo mostrare di essere”
      Sai cosa penso Danilo? Che a volte non riusciamo neanche a mostrare davvero chi vorremmo mostrare di essere. Così ci ritroviamo tirati tra tre capi: ciò che siamo, ciò che vorremmo essere e ciò che, a volte inconsapevolmente, sembriamo.

      “Con la scrittura, togliamo la copertura dal nostro volto e la appendiamo ad un chiodo arrugginito dal tempo, liberando dal conflitto fra Es e Super Io un’energia che gli estranei non conoscono”

      Adoro quest’immagine. Noi che ci liberiamo del superfluo, scoprendo che a volte rinunciare a qualcosa significa smettere di limitarsi, e che nella rinuncia alla nostra maschera scopriamo una conquista più grande.

      “Dalla mia penna escono parole che spesso ignoravo di conoscere”

      Questa la tengo come mantra!

  3. Io scrivo sempre e comunque di me.
    In un perfetto gioco di specchi, come in un quadro di Dali’, vorrei essere lo scrittore che credo di essere quando scrivo.
    Nella realtà più spesso sono un selfie venuto male.

    1. “Vorrei essere lo scrittore che credo di essere quando scrivo”

      Ma se amare è la metà di credere vuol dire che ami tantissimo lo scrittore che credi di essere quando scrivi?

  4. A 5 anni, quando ho cominciato la mia carriera, ero una bambina che sentiva un’esigenza. Mi sentivo diversa dai coetanei e scrivere mi aiutava a comunicare. Per gli altri bambini ero la tipa strana che vinceva concorsi anziché giocare.

    A 15 anni, quando studiavo, diventavo lo scrittore o il poeta che mi facevano innamorare. Ne copiavo lo stile e ne facevo miei i tormenti. Per gli altri ero la tipa strana che scriveva poesie e racconti anziché uscire.

    A 25 anni ero una giovane donna che viveva e che scriveva agli altri per parlare d’amore. Ho scritto lettere che esprimevano i miei sentimenti. Perché pensavo che forse non si sarebbero compresi. Per gli altri ero la donna strana che scriveva lettere d’amore e le nascondeva nelle tasche o nelle buche postali anziché parlare e discutere.

    A 35 anni ero una donna sola e provata da pesanti accadimenti che decise un giorno di provare a scommettere su se stessa e sui suoi talenti, per esigenza di trovare una strada sua e solo sua. Per gli altri ero la tipa strana che viveva da sola con tre cani, scrivendo libri e abbracciando alberi, curiosa di conoscere le storie per sentire la vita nella sua interezza.

    Ne ho 40 adesso e scrivo per prestare la voce a chi non ce l’ha. Per chi confonde il comunicare con il semplice parlare. Per raccontare le storie e le emozioni che altri.non sanno dire. Vivo un dono che potrebbe anche esaurirsi oggi, domani, tra 5 minuti. E ancora adesso so che – per la gran parte della gente – sono strana.

    1. 1) Ciao ex compagni dell’asilo di Irene. Una piccola nota per voi: non è vero che Irene, a differenza vostra, non giocava… La vera differenza è che Irene giocava a un gioco a cui non tutti sanno giocare (mentre i vostri giochi li sanno fare tutti. Sì, sì, TUTTI. Poche storie) e a questo gioco, chiamato scrittura, che la diverte ancora vinceva pure. Tsk.

      2) Ciao ex compagni delle superiori di Irene. Vorrei farvi sapere una cosa: Irene usciva eccome. E andava in posti che molti di voi non conosceranno mai perché certi posti puoi visitarli solo se hai dentro di te la chiave. Viaggiava attraverso i luoghi e scopriva che i luoghi somigliano alle persone. Hanno temperature che possono variare, come l’umore della gente, e paesaggi che possono catturarti o respingerti irrimediabilmente. Viaggiava attraverso le persone e scopriva che le persone somigliano ai luoghi. Alcuni uomini restano inospitali anche se hai provato a prendere la residenza, mentre in certe persone ti senti subito a casa.

      2) Ciao ex postini mancati. La vedete quella giovane donna che imbuca lettere e vi fa venir voglia di chiederle a forma di chi sia il buco nel cuore che si porta dentro? Ecco, quella giovane donna parla eccome. Non scrive per evitare la discussione. Scrive per permettere a chi leggere di discutere con ciò che di lei forse non riuscirebbe mai a raccontare altrettanto bene a voce.

      3) Ciao pesanti accadimenti. Io non sto simpatica a voi e voi non state simpatici a me. Ma per Natale vi farò ugualmente un regalo: vi regalerò un navigatore satellitare così la smetterete di cadere sempre addosso alla gente sbagliata. Tutte le “cadute massi” peggiori sono strabiche e colpiscono dove non dovrebbero. Mentre le persone si stropicciano gli occhi perché pensano di avere le visioni: ma quella donna sta davvero abbracciando un albero? Eh, sì, sta abbracciando un albero. A trovarlo qualcuno che accetti tutti i cerchi che gli anni hanno lasciato e li stringa forte. A trovarlo qualcuno che ti abbraccia come Irene abbraccia gli alberi.

      4) Ciao gente che non ha voce. Come dite? È inutile che parli con voi perché il vostro traduttore-megafono-jukebox comunicativo è Irene? Ok, allora ciao Irene. Resta strana e piena di questo dono che io, da tua lettrice, dubito si esaurirà.

      Grazie per questo commento incredibile

      1. Grazie a te per la risposta. Che il tuo viaggio nella scrittura sia lieve, pieno di amore e di consapevole leggerezza.
        La missione del raccontastorie è di essere un vaso che si ricolma degli altri per continuare a donare la bellezza della vita e il coraggio di viverla. Un abbraccio.

  5. Sempre io, Monia. Non vorrei essere nessun altro. Questo non significa che io mi senta perfetta; ma il viaggio mi piace così tanto! E poi tra lettura e scrittura posso davvero essere chi voglio per dieci, cento, mille pagine, quando mi viene voglia di cambiare aria. E vado sul sicuro, anzi baro, perché “io” è qualcosa che chissà dove mi porterà. Te lo credo che non mi annoio.

    1. Ecco, ora mi hai fatto venir voglia di andare in giro “io sono me stessa, quindi baro” perché… “io è qualcosa che chissà dove mi porterà”. La sfida dovrebbe essere proprio appassionarsi al proprio viaggio e poi trovare nella lettura e nella scrittura l’occasione di farne mille di viaggi paralleli e, perché no, anche di reinventare infinite volte il proprio.

  6. Se fossi una scrittrice sarei mille persone e nessuna. Mi inventeterei, mi plasmerei come creta. Dare un’avventura, l’ammaliatrice o la donna sensuale della porta accanto. L’assassina, la scienziata…
    Son solo una lettrice che si perde nei libri che legge diventandone il personaggio, provando le stesse emozioni, vivendo come per incanto la stessa avventura, le stesse emozioni.
    Vivo 1000 vite ed è la cosa più bella che si possa fare.

    1. Innanzitutto benvenuta Gioia!
      Leggendoti mi è balenato in mente che, in fondo, siamo tutti sulla stessa barca.
      Perché, ancor prima che lettori e/o scrittori siamo un po’ tutti libri.
      Perciò col libro che siamo possiamo giocare a essere di volta in volta scrittori diversi diventando “mille persone e nessuna” e poi leggerci con occhi sempre nuovi vestendo i panni di tutti i lettori che siamo stati quando abbiamo sfogliato i libri che abitano dentro gli altri.

  7. Siamo già chi siamo. Il giorno che un mio testo sarà disponibile all’acquisto non vedrò fuochi d’artificio alla finestra, la gente per strada mi tratterà allo stesso modo e nessuno si congratulerà.
    Premerò un pulsante su uno schermo e un certo numero di scemi troverà in quel che dico un senso più profondo, delusi da una realtà che a loro pare angosciante ma solo perché sono intossicati di perbenismo. Gli intelligenti mi criticheranno. Sempre che abbia fatto il giusto SEO, la giusta promo, seguito le indicazioni tecniche, dipinto sorrisi falsi in tutte le foto, altrimenti saranno due gatti che forse nemmeno mi piacerebbe conoscere di persona.

    Se fossi uno sfigato penserei “ehi, ho scritto un libro!” e poi lo mostrerei ai colleghi d’ufficio, alla moglie d’ordinanza, alla mamma mammona. Scriverei commenti allegri nei blog altrui. Imputerei a questo mio “intelletto” o al mio “essere creativo” i blandi successi che sono imputabili solo al mio peso forma, all’abbronzatura e all’odontotecnico. In parte al mio essere un opportunista codardo. Se fossi donna, inizierei a sentirmi meno grassa, dimenticando le frustrazioni sessuali di una tragica adolescenza. Questo se avessi un bel carico di malesseri sedimentati. Ci si aggrappa anche alle minuzie per darsi un valore. Ci si inventano i festival, poi si spera di andare a letto con qualcuno più attraente.

    Invece ci sarà un’immobilità spaventosa di pareti e situazioni. Una mail di conferma, al massimo. Il tutto molto blando, grigio, mobile solo nella percezione (ma quella si stempera a breve). Un supermercato chiuso. Al limite si vedrà cascare un obolo nel buco delle offerte qualche giorno dopo, e forse sarà quello lo sprone a rifarlo. Di certo non ci saranno fattori che indicheranno un sostanziale cambiamento di indirizzo della vita, e così sarà per chiunque.
    Scrivere e leggere sono modi rocamboleschi di passare il tempo mentre ci si logora per quello che manca.
    A volte finisce tutto con una fucilata. E’ storia.
    Siamo già chi siamo, lo eravamo prima di rendercene conto.

    1. Siamo già chi siamo. Ma poi possiamo aggiungere un “purtroppo” o un “nonostante tutto” o aggiungere un punto interrogativo e magari mettere anche punto fermo dopo già o sparare una manciata di virgole perché le virgole forse non sono proiettili come le parole e invece di finirti del tutto ti lasciano “solo” tramortito. Come il Valium che “non ti fa mettere di stare male ma almeno non sei più arrabbiato perché stai male”. Ma, appunto, stai male uguale. Come probabilmente continuerai a stare male dopo aver premuto il grilletto, pardon pulsante.

      Anche se penserai Sì, Era Ora lo scrivessi e non avrai sorriso troppo nelle foto perché la gente vuole tu sorrida abbastanza da fargli credere che una vita meno angosciante sia possibile ma non tanto da far loro pensare che la tua vita, angosciante, non lo è per nulla e allora sono loro che hanno sbagliato tutto.

      E poi uno sfigato lo sei perché “ehi hai scritto un libro!” mettendoti a scrivere le cose ancor prima e ancor più che viverle e tutto questo perché hai avuto la sfiga di nascere con questa sacca di veleno che se lo sputi fuori poi letale non è ma se lo tieni dentro entra in circolo e non sai mai cosa possa andarti a scrivere e dove, dentro di te. E poi all’intelletto e all’essere creativo non si può imputare niente. Ma in compenso si può amputare tutto o quasi.

      “Ci si aggrappa alle minuzie per darsi un valore” e anche per toglierselo. Perché no, le pareti non stanno immobili. Ogni parete ha sempre voglia di provare come sarebbe essere la parete di fronte e allora i muri si avvicinano e le stanze si restringono. Solo l’ego qualche volta si allarga come i sacchetti dentro cui respiri quando l’aria sa di panico.

      Scrivere e leggere sono modi rocamboleschi di trovare nuove mancanze.

      Siamo già chi siamo, in potenza, ma non lo saremo in atto finché non ce ne renderemo conto.
      (Grazie per questo commento: grazie a esso ho avuto l’occasione di usare le mie mani che ti sono tanto care per risponderti!)

  8. Grazie della rinfrescata, ci voleva proprio. Credo che in futuro rileggerò ancora questo articolo quando ne avrò bisogno.
    Sconfesso il titolo del post: smettere di scrivere si può, ed è un po’ come uccidere sé stessi, un omicidio che può durare anche tutta una vita.
    Essere me stessa è il mio sogno proibito. Lo voglio e non lo voglio al contempo, perchè intravedo le sue conseguenze e mi impauriscono. La mia scrittura, al suo meglio, è come me. Lancinante e surreale. E’ facile non apprezzarla. E ho paura, come tutte le persone, come tutti gli scrittori, di non essere apprezzata. Detto così sembra un problema inesistente, “ovvio cosa devi fare, lasciare perdere il mondo e parlare con la tua voce”. Ma il problema esiste invece, perchè lo scrittore senza il lettore non è nessuno, e perchè un giorno ti accorgi che il tempo e le persone ti cambiano, e non sai più quale sia la tua vera voce. E’ il momento quindi di ricominciare a cercarla. Al momento sono ancora in viaggio 🙂

    1. Benvenuta Francesca!
      Considera pure questo articolo la tua bottiglietta personale: mi fa sempre piacere sapere di essere riuscita a scrivere qualcosa che sia come una pillola di freschezza a cui ognuno più attingere quando più ne sente la voglia e il bisogno.

      “Sconfesso il titolo del post: smettere di scrivere si può, ed è un po’ come uccidere sé stessi, un omicidio che può durare anche tutta una vita.

      È proprio vero, “l’importante è che la morte ci colga vivi”. Ma questo quante volte accade? Immoliamo spesso parti di noi stessi a non si sa bene quali altari. Rinunciamo, talvolta senza neanche averci provato. Trascuriamo ciò che fa di noi NOI per impiegare le nostre energie a coltivare erba da estirpare.

      Hai saputo creare un’immagine estremamente efficace. Il titolo del post è contento di essere stato sconfessato da parole così.

      Calamo prova a essere il regno segreto di chi pensa cose come “essere me stessa è il mio sogno proibito”. Perché volere e non volere qualcosa, al tempo stesso, non rende questo qualcosa meno importante per noi. Anzi. Puoi volere a cuor leggero qualcosa di cui ti importa poco ma quando, invece, sei di fronte a un sogno per te estremamente importante ne senti il peso e oscilli con lentezza esasperante tra la volontà e noluntas.

      Tra le cose bella dei viaggi in cui hai come meta te stesso, secondo me, c’è la scoperta che se è vero che gli altri ti cambiano con i loro gesti è anche vero che tu cambi loro e incidendo sulla loro vita con la tua, come se le vostre vite fossero binari impazziti che si incrociano senza una ragione, cambi anche te stesso.

      Sarà un piacere averti ancora qui, tra una tappa e l’altra 🙂

  9. Chi vorrei essere? Chi vorrei essere? Beh, vediamo, è difficile. Come già detto, siamo quel che siamo e non lo sappiamo lo stesso chi siamo.
    A questo punto, credo proprio che vorrei essere il protagonista di un libro, uno di quelli con una vita avventurosa che ne passa di tutti i colori, fra le altre cose trova la donna della sua vita, e c’è anche il lieto fine. Dal momento che posso scegliere, voglio un lieto fine.

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