La tua pelle è carta bianca per il tuo racconto

la tua pelle è carta bianca per il tuo racconto

L’energia non si perde, si trasforma; dove vanno le parole? (Jeanette Winterson, Scritto sul corpo)

 

L’importanza di (non) sapere cosa vuoi

La meta che l’uomo persegue è sempre velata. La ragazza che desidera il matrimonio desidera qualcosa di cui non sa nulla. Il giovane che brama la gloria non ha alcuna idea di che cosa sia questa gloria. Ciò che dà un senso al nostro comportamento è sempre qualcosa che ci è totalmente sconosciuto.

Ma certo che è importante sapere ciò che vuoi. Importantissimo. Ma sai che c’è? C’è che in realtà com’è davvero (in corsivo) ciò che vuoi tu non potrai saperlo. Almeno finché non lo avrai. Più che cercare di prevedere, con dovizia di particolari, come sarà il tuo futuro puoi cercare nella ricchezza di parole che popolano il tuo presente d’autore la materia prima per costruirti un’imbarcazione.

Per poi prendere il timone della tua natura da narratore senza timore e veleggiare verso il tuo obiettivo anche se non saprai esattamente com’è. D’altronde sai chi sei tu e sai che lì saresti la migliore versione di te stesso, la bella copia di tutte le storie che ti porti dentro.

Scrivere per un ri(s)catto

La gente di solito si rifugia nel futuro per sfuggire alle proprie sofferenze. Traccia una linea immaginaria sulla traiettoria del tempo, al di là della quale le sue sofferenze di oggi cessano di esistere.

Scrivere sotto ricatto, anche se di stessi, serve davvero? La scrittura non è fatta per essere tenuta sotto scacco. Al contrario la scrittura è il tuo asso nella manica. Una cosa per cui ti rimbocchi volentieri le maniche perché in questa cosa ti senti un asso. La scrittura è la mossa che non pensavi di saper fare ma invece di riesci e fai scacco matto al resto. Al tuo avversario. Soprattutto a te stesso.

Non ha un suono estremamente melodioso la parola revanche? Ecco, tu devi dare una chance alla tua scrittura proprio perché scrivere potrà essere la tua rivincita.

Perché siamo fatti per il 70% d’acqua. E per il 30% di storie.

Fai ciò che sei

Se è possibile dividere le persone in categorie, lo è certamente solo sulla base dei desideri profondi che le orientano verso questo o quella attività che esse svolgeranno per tutta la vita.

Tutti vogliono essere qualcosa. Come se per ammirare lo spettacolo che abita dentro una persona bastasse tenere in mano un biglietto. Da visita. Chi ti incontra ti chiede cosa fai. Per cercare di capire cosa sei. Peccato che a te sembri una delle domande più difficili del mondo.

Tu non vuoi essere qualcosa. Tu vuoi essere qualcuno.

Puoi lasciare che ciò che fai definisca ciò che sei. Che il mestiere che svolgi non sia una gemma che puoi scegliere di indossare finché ti piace ma diventi una colata d’ambra pronta a inglobarti, imprigionarti. Puoi fossilizzarti.

Oppure puoi lasciare che sia ciò che sei a farla da padrone. Puoi raccontarti. Attraverso il tuo carattere. Che diventa font.

Scrittori e personaggi: una relazione complicata

Per questo voglio bene a tutti allo stesso modo e tutti allo stesso modo mi spaventano: ciascuno di essi ha superato un confine che io ho solo aggirato. È proprio questo confine superato (il confine oltre il quale finisce il mio io) che mi attrae. Al di là di esso incomincia il mistero sul quale il romanzo si interroga. Un romanzo non è una confessione dell’autore, ma un’esplorazione di ciò che è la vita umana nella trappola che il mondo è diventato.

I personaggi di uno scrittore sono al tempo stesso ciò che lo scrittore è, ciò che sarebbe voluto/potuto essere e ciò che non sarà (e in fondo non desidererebbe essere) mai. La cosa spaventosa e travolgente è che questo rapporto controverso con ciò che si scrive, a ben pensarci, si instaura praticamente sempre.

Le copertine servono ai lettori per infilarsi nel letto dello scrittore e sognare i suoi incubi e i suoi sogni. Certo. Ma serve anche allo scrittore. Una copertina è come una bandiera. Il simbolo di una terra chiamata Scrittore i cui confini si confondono e si mescolano con quelli dello Scritto. Lì, sul bordo, nasce una nazione nuova. Una piccola repubblica dell’im-possibile dove le storie vengono raccontate così bene che quelle vere sembrano fantasie irrealizzabili e quelle finte sembrano più che plausibili.

L’egocentrismo dello scrittore

Tutti abbiamo bisogno che qualcuno ci guardi. A seconda del tipo di sguardo sotto il quale vogliamo vivere potremmo esser suddivisi in quattro categorie. La prima categoria desidera lo sguardo di un numero infinito di occhi anonimi: in altri termini, desidera lo sguardo di un pubblico…

Se ammetti di scrivere per essere letto forse puoi anche sembrare un po’ egocentrico. Ma se scrivi solo ed esclusivamente per te stesso (o sei molto scarso e allora tutti i lettori del mondo te ne sono grati o) sei un’egoista. La vita, ogni possibile vita, anche tutti i “se” che a diventare vita non ce l’hanno proprio fatta, sognano di essere raccontati. Per diventare immortali, eterni.

Raccontare una storia vuol dire infinitarla.

Social(i)te e scrittura

…La seconda categoria è composta da quelli che per vivere hanno bisogno dello sguardo di molti occhi a loro conosciuti. Si tratta degli instancabili organizzatori di cocktail e di cene.

Qui, fortunatamente, siamo tutti vaccinati contro la sindrome del cappellaio matto, vero? Ma che tu mi sia conosciuto o ancora no sarebbe per me un piacere sapere quali pensieri hanno fermentato nella tua testa da quando ti sei fermato a leggere questo post.

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8 pensieri su “La tua pelle è carta bianca per il tuo racconto

  1. Odio quando la gente mi chiede cosa faccio. È una domanda che non faccio mai alle persone.

    E chi sei non si deduce dal lavoro che fai.

    È vero che se scrivi per pubblicare, allora sei egocentrico. Ma non è vero che sei egoista se scrivi solo per te stesso.
    Ci sono tanti motivi per cui uno decide di non pubblicare.

    Per fortuna non faccio parte della seconda categoria 🙂
    Forse mi compete più la prima.

    Ma aspetto di leggere il post in cui svelerai le altre 2 categorie 🙂

    1. “Odio quando la gente mi chiede cosa faccio. È una domanda che non faccio mai alle persone.”

      Firmiamo una petizione per sostituire questa domanda con un’altra? Però… Dobbiamo scegliere con quale altra! 🙂

      “Ci sono tanti motivi per cui uno decide di non pubblicare.”

      Bramo un elenco, firmato Daniele Imperi, su tutte le ragioni per cui si decide di NON pubblicare.

  2. “Raccontare una storia vuol dire infinitarla.”

    e vuol dire anche “curare” certi demoni che ospitiamo dentro. forse è per questo che su alcune cose/stati d’animo siamo praticamente paralizzati. non riusciamo a tirar fuori come quel che hanno suscitato in noi…perlomeno fino a quando non decidiamo di voler “guarire”

    1. Oggi vado in giro a dire a tutti (quindi anche ai miei amichetti virtuali che sono così reali che più reali non si può) che mi sono innamorata della frase “scrivere è una malattia come la perla”.
      Come non essere quindi d’accordo con te quando parli di “tirar fuori” le cose che certe cose “hanno suscitato in noi”?

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