Quell’ossigeno chiamato #scrittura

quell'ossigeno chiamato scrittura

C’è chi proprio non riesce a fare a meno dell’odore della carta. Io, più che altro, non riesco a fare a meno dell’odore delle parole. Quando stai troppo tempo senza respirare gli inchiostro degli altri, leggendo, e il tuo stesso inchiostro, scrivendo, non ti manca il respiro? Ma per librarsi nell’Olimpo degli scrittori amati e raggiungere una scrittura mozzafiato sono tanti gli aspetti del respiro da calibrare…

Fino all’ultimo respiro

A me sembra di vederti. Lì, mentre ti lambicchi il cervello su quale frase usare per andartene in grande stile. La scriveranno poi da qualche parte no? Così, fino all’ultimo respiro, hai le parole in testa e nel cuore, nei polsi e nelle narici, tra le mani, scritte sui fogli che hai già scritto, e tra le dita, dentro la penna, come parole che non hai ancora detto.

La scrittura è una passione a cui ti dedicheresti fino all’ultimo respiro?

Perché è così che dovrebbe essere: a volte la vera difficoltà non è lottare per ciò che si desidera, ma capire per cosa valga la pena lottare. E scegliere di lottare solo per quelle cose che danno senso a ogni respiro è un ottimo modo per non disperdere le proprie energie.

Fiato corto

La scrittura può essere un’ottima panacea. Ma la scrittura, oltre che terapia, è al tempo stesso un po’ una malattia. Scrivere stanca. Perché è come scavare senza sosta, avventurarsi non solo in luoghi mai esplorati ma in luoghi di cui non si sapeva neanche l’esistenza. È una corsa e una sfida. Uno sforzo e una bellissima fatica.

C’è qualcosa nella tua scrittura che ti strema? C’è qualcosa nella tua scrittura che ti sembra giunto allo stremo?

Levare il fiato

Ci sono scritti che a leggerli è un eufemismo dire che ti levano il fiato. Li leggi e resti a bocca aperta per lo stupore. Ci sono parole che diventano meraviglie d’inchiostro, libri che non smettono di sorprenderti neanche quando li rileggi per l’ennesima volta. E poi ci sei tu. Tu che a volte ti senti stupido a portare avanti un sogno in cui a volte credi solo tu (o no, neanche tu. Anzi, a dirla tutta, tu meno degli altri) ma che non smetti di sognare di stupirti e di stupire.

Qualcuno ti ha mai detto che scrivendo gli hai mozzato il fiato?

Si scrive per essere letti, certo, ma si scrive anche per essere assaporati non solo con gli occhi ma anche con tutti gli altri sensi. Si scrive per essere respirati. Quindi è inutile (e controproducente)  assillare i lettori, stare addosso ai potenziali compratori del nostro potenziale libero trasformando la potenza delle nostre parole in un peso opprimente. Siamo d’accordo sul fatto che per scrivere serva leggere(zza), no?

In un fiato

Programmare, pianificare, organizzare, sono ottimi verbi. Ma non sono “il verbo”. Purtroppo (e per fortuna) nulla è mai del tutto regolare. A volte capita di voler o dover fare qualcosa in un fiato. Anche se quando scrivi solitamente preferisci avere un piano ben congeniato di tanto in tanto lascia al tuo ingegno la possibilità di prendere fiato dalla pianificazione. Anche solo una volta.  Sottraiti all’occhio vigile dell’organizzazione, quello sguardo di fronte a cui non si può neanche fiatare, e fai qualcosa di assolutamente e irrimediabilmente spontaneo. In un solo fiato.

Riprendere fiato

Il fatto che la scrittura sia una di quelle attività che ti toglie (in senso positivo) il fiato non vuol dire che tu non possa aver bisogno di riprendere fiato, di sospendere per un po’ la tua attività di scribacchino, di appendere la penna al chiodo giusto il tempo di capire quale quadro/progetto letterario conviene appendere a quel chiodo fisso che è per te la scrittura.

Tu come riprendi fiato dalla scrittura?

Risparmiare il fiato

Un vecchio adagio recita che “è meglio tacere e passare per stupidi che parlare e togliere ogni dubbio”. Il fatto che tu sappia e possa fare qualcosa non significa che tu debba necessariamente farla. Né che tu debba farla continuamente. Ciò che scrivi ha valore anche perché è frutto di un’accurata selezione. Se tu scrivessi tutto, senza nessun filtro, cosa avrebbe di speciale un tuo scritto? Sarebbe solo un casuale mucchio di parole in mezzo a una moltitudine di altri mucchi di parole. Se non sai cosa scrivere quindi… Non scrivere. Ma prima assicurati che a frenarti dal parlare sia davvero la voglia di risparmiare il fiato e non la paura di sentirsi mancare il fiato all’idea che il proprio inchiostro sia solo fiato… Sprecato.

Quante volte leggendo (e leggendoti) hai pensato “sarebbe stato meglio risparmiare il fiato”?

Sprecare il fiato

Quando respiri (e quando scrivi) c’è una fase in cui espiri e una fase in cui inspiri. Quando espiri regali qualcosa di te. L’aria che ti ha camminato dentro, che ha raccolto i segnali disseminati nelle strade del tuo corpo, ora è mandata fuori, a camminare per il mondo, a raccontare qualcosa di te. Quando sei in piena i(n)spirazione, invece, ti aspetti di ricevere qualcosa. Quando è ora di rivedere un po’ la qualità e le modalità delle proprie tanto sospirate frasi? Quando si ha il timore e un po’ anche la sensazione di parlare inutilmente, di non essere ascoltati.

Ti è mai capitato di avere la sensazione che qualcosa che hai scritto e soffiato fuori sia andato “sprecato”?

Stare col fiato sospeso

Tra le più grandi aspirazioni di un autore non c’è forse la speranza che chi lo legge stia col fiato sospeso fino alla fine dei suoi scritti e poi, una volta consumate le sue parole, ne desideri sempre altre? Ne voglia sempre ancora? Prima di raggiungere un traguardo simile nel rapporto con ogni lettore è soprattutto lo scrittore che deve stare col fiato sospeso. Un po’ intimorito eppure estremamente curioso di scoprire quale sarà l’essenza che chi lo leggerà coglierà nelle sue parole.

Cosa ti fa stare più col fiato sospeso quando scrivi?

Tira il fiato

Ora rilassati. Dopo essere stati pungolati da uno scritto (come spero almeno un po’ sia accaduto con questo post) serve un momento per riposarsi. Tirare il fiato. E poi, tutto d’un fiato, tirare fuori le impressioni che si sono impresse sul proprio diaframma di lettori/scrittori.

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17 pensieri su “Quell’ossigeno chiamato #scrittura

  1. Sì, penso che mi dedicherei alla scrittura fino all’ultimo respiro, come in tutte le arti.

    Mi strema la scrittura stessa 🙂

    Non riprendo fiato: finita una storia, ne inizio un’altra. Cambiare è riprendere fiato.

    Non essendo mai soddisfatto di quello che scrivo, penso ogni volta che sarebbe stato meglio non scrivere.

    E a volte è capitato che ho scritto qualcosa che, penso, sia andato sprecato. Lo misuro, almeno, col numero dei commenti e delle condivisioni.

    Quando scrivo mi fa stare col fiato sospeso la storia stessa, nel senso che non vedo l’ora di finirla.

    1. Insomma, Daniele, tu sì che vivi storie appassionate e travagliate con le tue storie!
      Saranno pure storie d’inchiostro ma, quando senti che per “riposarti” ti servirebbe un giro in un chiostro… Capisci che a volte l’inchiostro può davvero scorrerti nelle vene.

  2. Complimenti per la qualità della tua scrittura. Non conoscevo il tuo blog, sono giunto per caso. Questo post ha la forza della chiarezza e l’intensità del respiro. Brava, hai colto in pieno l’anima dello scrittore.
    Per molti aspiranti scrittori, scrivere non è una necessità vitale, ma un semplice desiderio. Vorrebbero ma non sanno bene cosa.
    Invece quando scrivi un romanzo, questo deve diventare parte integrante della tua vita. Deve essere l’ultimo pensiero della sera, il primo del mattino. Deve essere fra le parole quando parli, devi masticarlo quando mangi. Devi sorridere quando ti fa sorridere e piangere se fa piangere. I personaggi non devi vederli con la mente, ma con gli occhi. Devi sentirne l’odore, percepirli attorno a te. Solo così, la tua storia sarà veramente importante, sarà vita vera.

    1. Ciao Marco, benvenuto!
      Adoro la bellezza di cui a volte sa vestirsi il caso 🙂
      In effetti penso che, in fondo, parlare di “voler scrivere” è dar voce a un ossimoro.
      Quando si tratta davvero si scrivere nessuno può davvero “voler scrivere”.
      La penna è un bisturi e quando scrivi sei chirurgo e paziente al tempo stesso.
      Col male di scrivere ti infetti in modi che non ti aspetti e poi il tuo stesso volto diventa quello di questa irrinunciabile patologia.
      (Grazie dei complimenti e del tuo passaggio. Spero di aver occasione di accoglierti ancora. Presto)

  3. Leggerezza, secondo me, è una parola importante. In questo senso forse sono in controtendenza: non mi piace pensare di essere schiava della passione per la scrittura. Se lo sono, preferisco non saperlo e fingere di essere libera. La leggerezza dove finisce, sennò?
    La sensazione che un mio scritto fosse sprecato l’ho avuta qualche volta all’inizio, quando postavo racconti su di un forum che amava i toni dark-sanguinosi. Sapevo che erano lontani dalle mie vere corde, ma per partecipare ed essere apprezzata cercavo di adeguarmi allo stile e agli argomenti che piacevano di più. Però, sai cosa? Niente è andato sprecato. Mettermi alla prova, anche con qualche forzatura, era un’ottima palestra e mi obbligava a confrontarmi con i gusti dei lettori, una cosa che è rimasta parte di me. Non ho mai la sensazione di scrivere da sola e per me sola, e questo mi piace. Perciò niente sprechi, solo gustoso esercizio. 🙂

    1. “Sapevo che erano lontani dalle mie vere corde, ma per partecipare ed essere apprezzata cercavo di adeguarmi allo stile e agli argomenti che piacevano di più. Però, sai cosa? Niente è andato sprecato. Mettermi alla prova, anche con qualche forzatura, era un’ottima palestra e mi obbligava a confrontarmi con i gusti dei lettori, una cosa che è rimasta parte di me.”

      Apprezzo davvero la tua capacità di vivere anche una “forzatura” nel modo migliore: come l’occasione per mettersi alla prova, per scoprire e provare a superare i nostri limiti, come parlavamo qualche post fa “per uscire dalla comfort zone”.
      Del resto non è così che si fanno le migliori scoperte? Solo sperimentando si possono scoprire anche lati di se stessi inaspettati! 🙂

  4. C’è un’espressione meravigliosa, letta in un’intervista a Margaret Mazzantini, nella quale mi rivedo completamente: “dopo una lunga sessione di scrittura, ho l’anima sudata…”

    La scrittura toglie il fiato perchè è come lo sport. Davanti al computer, la nostra anima va in palestra, solleva pesi, corre sul tapis roulant, e alla fine si ritrova addosso quella stanchezza SANA derivante dall’aver fatto qualcosa di importante.

    Mai avuto la sensazione di sprecare il fiato: se ho scritto delle schifezze in passato, forse è perchè ce le avevo dentro. Alla fine, i nostri lavori altro non sono se non uno specchio di ciò che ci balla nel cuore. Tappa dopo tappa, noi intraprendiamo un percorso di crescita che ci porta dall’essere bruchi a spiccare il volo, come farfalle colorate. Nulla di ciò che ci appartiene deve farci schifo, nemmeno il periodo che abbiamo trascorso chiusi nel bozzolo, incapaci di esprimere noi stessi.

    1. L’anima sudata, la stanchezza sana…
      Mi viene da pensare a quante volte, sospirando (di un sospiro che non ha nulla a che vedere con il sollievo) diciamo di essere stanchi.
      Stanchi di quella stanchezza cattiva, quella stanchezza che non è produttiva ma produce solo danni.
      Ai nostri danni.
      Ci auguro di provare il più spesso possibile quella “stanchezza SANA derivante dall’aver fatto qualcosa di importante”.

  5. Ecco il mio personale percorso, ri-pensato dopo la lettura del post, ben integrato da commenti ricchi di spunti e di qualità “letterarie”, cito Monia:
    “C’è chi proprio non riesce a fare a meno dell’odore della carta.” Sono partito da qui, e non sono ancora guarito..
    “Io, più che altro, non riesco a fare a meno dell’odore delle parole.” Sono arrivato qui, forse perché mi è sempre piaciuto parlare ma mi mancava qualcosa.

    Ora la fase dell’ascolto si è dilatata (mai abbastanza). Con che effetto? Il desiderio di scrivere, di fissare punti e argomenti per me stesso e per chi mi legge, e quando la relazione scrittore-lettore supera la somma del semplice “scritto-letto” allora è davvero festa!

    Un altro punto che mi ha “pungolato”: “Siamo d’accordo sul fatto che per scrivere serva leggere(zza), no?”
    As.so.lu.ta.men.te. SI.
    Scrivere leggero, che bello! Una costante tensione, nello scrivere, leggere, lasciar lì, riprendere in mano.
    I supporti? Quel che capita: post it quadrati o rettangolari, un tweet, il pezzetto di carta che accompagna la rivista in abbonamento, un tovagliolo, evernote,..

    Mai soddisfatto.

    1. “C’è chi proprio non riesce a fare a meno dell’odore della carta.” Sono partito da qui, e non sono ancora guarito…

      Per questa malattia mi auguro che nessuno trovi mai una cura 🙂

      quando la relazione scrittore-lettore supera la somma del semplice “scritto-letto” allora è davvero festa

      Sono assolutamente d’accordo: quando le parole dello scrittore e quelle del lettore invece di sommarsi si moltiplicano può nascere una magia straordinaria: come una mongolfiera (per restare in tema “aereo”) che sorvola tutti i tramonti dentro ognuno di noi.

      post it quadrati o rettangolari, un tweet, il pezzetto di carta che accompagna la rivista in abbonamento, un tovagliolo, evernote…
      Mai soddisfatto.

      Questo carnevale di supporti su questo sfondo di “insoddisfazione” che non è frustrazione ma anzi è continua spinta a continuare, andare avanti, allestire nuovi carri allegorici con le proprie parole… È davvero uno spettacolo affascinante.

      Grazie del tuo prezioso contributo, Alberto 🙂

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