C’era una volta uno Scrittore… (e un Web Writer, un Poeta, un Autore…)

c'era una volta uno scrittore...

Ogni volta che scrivi un articolo, un post, un editoriale, una recensione, un verso, un capitolo del tuo prossimo libro,  ogni singola volta che tracci una parola nuova di questa parola ti resta una traccia. Una traccia che, se di scrivere quello che è scritto ne è valsa la pena, è una traccia che ti migliora.

Perché ogni parola entra a far parte della tua storia. Ma tu, che tanto ami e sai scrivere, di che storia vuoi essere protagonista? Vedi il tuo rapporto con la scrittura come un harmony in cui si racconta un amore non ricambiato? O vedi la tua vita sempre a fianco delle parole come una trilogia dell’orrore dove tanti, troppi, segni lasciati dalle tue penne?

Invece prova a vivere con la scrittura una fiaba: il messaggio del post di oggi te lo darò con l’AMP Ciclico (perché ci vuole sempre un messaggero perché giunga a destinazione lo stimolo.)

Allontanamento

Quando hai sentito parlare della “comfort zone” anche tu ci hai messo un po’ prima di capire esattamente perché la comfort zone fosse un posto così tanto da evitare? La comfort zone te la immagini così: un posto comodo (così comodo che forse però ti spinge ad adagiarti?), un luogo che ti sembra accogliente (ma che forse così come ti accoglie ti toglie il gusto della sfida?), un orizzonte rassicurante perché famigliare (che però magari non ti sprona a guardare più oltre, a vedere cos’altro c’è oltre il limite che ti è noto?).

Perché una fiaba abbia inizio è necessario che il personaggio intraprenda una strada diversa dal solito. Ogni nuovo inizio è al tempo stesso una frattura, una scucitura. Qual è allora la differenza con uno strappo che si cerca di rattoppare? La differenza, come spesso accade, sta negli occhi di chi guarda: per iniziare un nuovo percorso a volte è necessario allontanarsi anche da quelle sicurezze da cui non ci si sarebbe mai voluti distaccare.

Quanto ti sei ormai abituato a tenere i tuoi sogni nel cassetto? Troppo faticoso togliere dagli armadi gli scheletri e fare un doveroso cambio di stagione? Preoccupati di riporre solo le eccessive preoccupazioni che sono il peggior tappo per la tua penna. E riponi le favole che non ti aiutano: non fare né come la volpe quando non arriva all’uva, né come il corvo che diventa facile preda delle lusinghe e, per carità, non sognarti nemmeno di fare come il cervo buono solo a criticare le sue gambe salvo poi scoprirle indispensabili!

Allontanarti dalla tua comfort zone di romanzi mai terminati, curriculum mai spediti, blog mai aperti, lavori inadeguati tenuti stretti come se fossero salvagente mentre sono solo blocchi di cemento, ecco, allontanarti da tutto questo potrà apparire spaventoso ma prima di ogni “c’era una volta” c’era qualcosa, sai? Eppure se quel qualcosa non fosse terminato l’avventura non avrebbe mai avuto inizio.

Mancanza

C’è una cosa che mi è sempre affascinato nel mito di Eros: il fatto che fosse figlio della Povertà. Del resto, a ben pensarci, non staremmo tutti in una costante e insensata immobilità se non ci mancasse niente e non avessimo mai bisogno di nessuno?

Tu che scrivi hai fiumi di bi-sogni dentro ogni tua biro: hai bisogno di tirare fuori sotto forma di tratti che diventano lettere che diventano parole che diventano frasi tutto quello che ti nuota dentro ma hai anche bisogno di vedere il tuo lavoro apprezzato, riconosciuto. Quando ti manca questo, quando non ti senti abbastanza valorizzato e senti che al tuo lavoro come web writer gli altri e tu per primo non state dando abbastanza valore, se sei convinto di valere di certo non ti mancherà il coraggio per scrivere un nuovo capitolo della tua storia.

Prove

Succede che una mattina tutta la voglia di scrivere online, tutto il desiderio di scrivere articoli da piantare per tutto il web piantandola definitivamente con il timore di mettersi in gioco e poi scoprirsi non all’altezza, tutta la necessità di mettere su carta la storia che sta mettendo radici dentro di te come un albero, ecco, succede che qualche mettina tutte queste cose non sai proprio dove le hai messe.

Sono come le chiavi di casa: sai che sono da qualche parte, probabilmente le hai sotto il naso eppure non riesci a vederle. Peccato che senza la giusta chiave non puoi andare da nessuna parte. Invece di concentrarti sulle porte che non sei riuscito a farti mai aprire, invece che focalizzarti sui recinti di lavori poco appaganti che ti sembrano quasi l’unica scelta possibile, prova a ritrovare la chiave del tuo entusiasmo, della tua ambizione, del tuo impegno e della tua determinazione: solo queste chiavi aprono i veri portoni. Quelli grandi e che non cigolano perché saldi.

Cambiamento

C’è una frase che mi piace spesso ripetermi: “una è più autentica quanto più somiglia all’idea che ha sognato di se stessa”. Uno scrittore somiglia a tante cose:

  • È come un biscotto che prima è impasto, molle, facilmente plasmabile e poi diventa più resistente senza però dimenticare l’importanza di essere friabile.
  • È come un gelato, un gelato che prepari mettendoci tecnica ma anche la cialda migliore e una gustosa punta di cioccolato.
  • È come un globulo rosso che sa essere flessibile perché , se c’è una cosa che ha imparato (e chi non impara mai niente è già morto o peggio è come se non avesse mai vissuto), questa cosa è che è importante sapersi adattare restando fedeli a se stessi, saper cambiare sempre tendendo al miglioramento.
  • È come una cellula stellata che aspetta solo l’impulso giusto per brillare di luce propria.

Fine

Questa è la fine di questo post, ma il suo fine ha vita autonoma e cammina ben oltre il confine dato dalla fine di questa pagina (web). E il tuo fine e finale qual è?

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32 pensieri su “C’era una volta uno Scrittore… (e un Web Writer, un Poeta, un Autore…)

  1. Domanda non facile.
    La zona di comfort è la peggiore. Io ci entro spesso e spesso non so come uscirne. C’è sempre qualcosa di più resistente che ne blocca l’uscita.

    Anche la mancanza di vedere riconosciuto tutto il lavoro che ho fatto negli ultimi anni concorre ad affossarti.

    La parte sulle Prove è bella e vera, anche. Difficile anche questa, ma più utile forse delle altre.

    Il mio fine e finale? Non so, sai? ll fine è vedere riconosciuto quello che so fare e faccio ogni giorno, il finale è essere veramente appagato da questo lavoro.

    E il tuo? 🙂

    1. La zona di comfort è la peggiore. Io ci entro spesso e spesso non so come uscirne. C’è sempre qualcosa di più resistente che ne blocca l’uscita.

      Ho una nuova teoria: secondo me dopo un po’ la porta per uscire dalla comfort zone… Si mimetizza.
      E poi gli occhi si abituano ai colori di quel posto così (apparentemente) rassicurante e il pomello dellaa porta non lo vedono proprio più.
      E quindi il “qualcosa di più resistente” sei tu. Tu e la tua incapacità di vedere la via d’uscita. (E sì, l’incapacità è proprio figlia della mancanza di volontà).

      Perché la comfort zone sa come lusingarti.

      “Anche la mancanza di vedere riconosciuto tutto il lavoro che ho fatto negli ultimi anni concorre ad affossarti.”

      In generale il proprio lavoro può non venire riconosciuto (o si può avere la sensazione che non venga riconosciuto) per svariate ragioni ma, nel tuo caso, caro Daniele Imperi, mi spiace ma tutti qua ti apprezziamo e sappiamo quanto sei apprezzato 😉

      Il mio fine/finale è essere felice, naturalmente!
      E diventare attrice anche delle emozioni altrui.
      (Per la pace nel mondo rimandiamo all’anno prossimo?) 🙂

      1. Sono arrivata su questo blog tramite penna blu e, anche se ho avuto modo di leggere solo un paio di post, mi è piaciuto moltissimo.

        Se ad impedirci di uscire dalla nostra zona comfort è la paura, una volta superato questo limite scopriamo un mondo meraviglioso… a sua volta può diventare una nuova zona comfort.

        è questo, a mio avviso, lo scoglio più pericoloso: io posso superare il mio blocco e ricominciare a scrivere dopo anni di silenzio (come ho fatto) ma poi creare una mirabolante architettura di argomenti tabù, che non ho il coraggio di affrontare. è lì, secondo me, la sfida: affrontare anche le scene che ci fanno paura, che ci turbano o che ci toccano nel profondo, per sciogliere le nostre resistenze e poter finalmente arrivare al cuore delle cose, ad una scrittura libera e priva da condizionamenti mentali.

      2. Sto leggendo “l’insostenibile leggerezza dell’essere” e il fatto che poco prima di leggere il tuo commento qui anch’io, dal blog di Daniele, sia partita per fare un salto sul tuo blog mi fa pensare che “soltanto il caso può apparirci come un messaggio. Ciò che avviene per necessità, ciò che è atteso, che si ripete ogni giorno, tutto ciò è muto. Soltanto il caso ci parla. Cerchiamo di leggervi dentro come gli zingari leggono le immagini formate dai fondi del caffè in una tazzina.”

        Il tuo bel commento (grazie!) mi porta a pensare alla comfort zone come a un labirinto che si snoda seguendo itinerari che la nostra ragione a volte non conosce ma che le nostre paure conoscono eccome.

        In quale lotta sei al momento impegnata mia (mi auguro) nuova lettrice?

        (Grazie anche per i complimenti al blog e dato che sul tuo blog mi ha colpito la sezione dedicata a “domande e suggerimenti dei lettori” colgo l’occasione per farti sapere che anche qui c’è uno spazio in cui puoi chiedermi al volo qualsiasi cosa oltre che una pagina coi miei contatti 🙂 )

  2. il finale per me, è riconoscermi in ciò che faccio, in ciò che tiro fuori di me. rispecchiarmi in ciò a cui dò vita. per riuscirci, ogni giorno è come intraprendere da zero una sfida, un braccio di ferro con me stessa, e non sempre centro il risultato, ma fino a quando avrò voglia di provarci, sarò orgogliosa di me 🙂

    1. C’è una cosa del tuo commento che mi piace proprio tanto.
      Vuoi sapere qual è Francesca?
      La conclusione.
      Quel “fino a quando avrò voglia di provarci, sarò orgogliosa di me” ribalta tutto quel carico di frustrazione, insoddisfazione, ansia da prestazione di cui troppo spesso ci facciamo carico e lo fa diventare un mucchio di roba su cui salire e, stando in piedi, gridare quanto siamo orgogliosi di noi stessi anche “solo” (che poi solo non è) per aver avuto la forza e la voglia di provarci ancora e ancora.

    2. Buongiorno a te!
      Io alle coincidenze non credo, e se ci siamo incrociate in questo modo evidentemente c’è una ragione “energetica”… piacere di conoscerti, dunque!
      La mia sfida, in questo momento, consiste nell’obiettivo di portare avanti il mio romanzo senza incartarmi ancora, e senza rimanere vittima di antiche paure. Fiducia e costanza. Libertà e bellezza. Sono questi gli elementi che sto cercando di portare nella mia scrittura, e per farlo devo ancora maturare la capacità di entrare nel cuore del pezzo, senza farmi spaventare da emozioni troppo intense. Se mi commuovo, rido, o mi trema l’anima mentre affronto brani carichi di energia, non c’è nulla di male. Devo smetterla di inchiodare i miei personaggi ad una vuota neutralità, ed avere il coraggio per spingermi oltre.
      Il mio blog è ancora neonato. Ha visto la luce da poco più di una settimana. Sicuramente crescerà. Cambierà. E diventerà, con il tempo, qualcosa di meglio. Intanto lo nutro, piano piano. Stasera, probabilmente, pubblicherò qualcosa.
      Un abbraccio e a risentirci
      chiara

      1. “La mia sfida, in questo momento, consiste nell’obiettivo di portare avanti il mio romanzo senza incartarmi ancora, e senza rimanere vittima di antiche paure. Fiducia e costanza. Libertà e bellezza. Sono questi gli elementi che sto cercando di portare nella mia scrittura, e per farlo devo ancora maturare la capacità di entrare nel cuore del pezzo, senza farmi spaventare da emozioni troppo intense.”

        Mi auguro tu possa trovare nel tuo percorso (e anche qui sul mio blog, naturalmente) tanti compagni di penna che armati di abbracci, kleenex, sorrisi e bicchieri per brindare a tutti i successi! 😀

      2. Comunque vada, non smetterò mai di lottare per migliorarmi… anche se dovessi spaccarmi la testa a forza di picchiare contro un muro! 🙂 Tornerò a leggerti volentieri, e anche io, dovesse servire, mi armerò di kleenex e di abbracci!

  3. La comfort zone è terribile, ti coccola e ti stritola. Io sono cauta per natura, perciò uscirne consapevolmente è insieme una prova e anche un seme di futura soddisfazione, perché le cose più belle che ho fatto (per esempio i miei viaggi da cicloturista quando ancora usavo male i rapporti) sono nate proprio da questo. Poi ci sono le prove che dicevi tu… e ci sono. Punto. L’entusiasmo risorge da solo quando è pronto. Non bisogna avere troppe pretese, né troppa fretta.

    1. “L’entusiasmo risorge da solo quando è pronto”
      Bello vedere l’entusiasmo come una fenice che, all’occorrenza, sa anche giocare a fare la farfalla e starsene nella sua crisalide di cenere per il tempo necessario a risorgere più forte di prima!

      Bella anche l’idea che già il “solo” uscire dalla comfort zone sia un primo passo che, indipendentemente dalla meta a cui porterà, è un primo passo di cui essere fieri.

  4. Ciao Monia!
    Voglio farla davvero breve. Il finale secondo me è come dice Ben Stiller in non-mi-ricordo-più quale film: fallo! Hai in mente una cosa? Falla. Ecco come uscire dalla comfort zone. Sperimentare sempre, valutare i risultati, provare a crescere, trovare
    altre soluzioni. La vita è un’esperimento scientifico-sociale. Ed è la cosa più divertente che ci sia 😀
    Simone

    1. Ok, Simone, ammettilo: a te piace vincere facile.
      Se vieni qui e dici “la vita è un’esperimento scientifico-sociale.” come posso darti qualcosa che non sia sono perfettamente d’accordo?

      (E sì, sono anche d’accordo sul fatto che sia estremamente divertente. Anche quando ci si sente… Allo stremo. Perché anche allora, in fondo, non si è altro che scienziati provetti e provette di un esperimento sorprendente! 😉 )

      La nostra scatola fantasma chissà quali grandi cose sta facendo, vero? 😀

      1. Ultimamente ho scoperto un altro mio talento naturale, ovvero quello di dimenticarmi le feste…come spiego nel mio ultimo post. Per il resto, sto lavorando contemporaneamente a vari progetti. SPOILER- sono tornato anche all’architettura, sto infatti progettando delle case-
        Buona giornata!!! 😀
        Simone

  5. Le tue considerazioni sono assolutamente pertinenti.
    Credo che allontanarsi dalla “comfort zone” sia la cosa più difficile. Quando scrivi, sei continuamente costretto a scegliere tra infiniti bivi, con due vocine nel cervello che ti suggeriscono vie opposte.
    Da una parte c’è la strada facile, quella che faresti per camminare su basi solide. Un sentiero già battuto, agevole, che spesso porta a riflettere, alle tre di notte, su fogli pieni di cose già dette, poco originali ed interessanti.
    Poi c’è la strada ardua, scoscesa, delle cose non fatte. Quella più misteriosa, difficile da praticare perché irregolare, piena di ostacoli e pericoli. Scegliendola sai di poter inciampare in qualsiasi imprevisto e questo genera paura.
    La maggior parte delle persone si ferma dopo aver percorso pochi metri, troppo preoccupata di dover continuamente decidere che via imboccare. Questo senso di frustrazione blocca la creatività e l’entusiasmo e ci riporta ciclicamente al punto di partenza.
    Il desiderio di veder compiuto il tuo lavoro, di avere una gratificazione spinge a colmare questa mancanza ed è il motore delle idee. Si arriva, così, a quelle serate perse col naso all’insù a scrutare quelle piccole “pulsar” alla ricerca dell’idea giusta, la scintilla che potrebbe far tornare a brillare la tua penna.
    Per fortuna, di luci, il cielo notturno è pieno.

    1. Le tue due strade, la strada “facile” e quella “scoscesa” (sì, quella delle cose non fatte ma che avresti terribilmente voglia di fare) mi fanno pensare al peso che ha un talento, una “vocazione”.

      Così mi fermo e penso (oh, ve l’ho detto che ho appena finito l’insostenibile leggerezza dell’essere. Abbiate pazienza)

      “Faceva cose delle quali non gli importava nulla, ed era bello. Comprendeva ora la felicità delle persone (per le quali fino a quel momento aveva sempre provato pietà) che svolgevano una professione a cui non erano spinte da nessun “Es muss sein!” interiore e che esse potevano dimenticare non appena smesso il lavoro. Mai prima di allora aveva conosciuto una simile beata indifferenza”

      Forse sentire dentro quel marasma interiore che ti porta a passare serate intere “col naso all’insù a scrutare quelle piccole “pulsar” alla ricerca dell’idea giusta, la scintilla che potrebbe far tornare a brillare la tua penna” è possibile solo quando di ciò che stai facendo ti importa davvero.

      Anzi, dirò di più: forse la continua sensazione di essere sull’orlo di un precipizio, il timore di un passo falso, la paura di non star camminando come una simile strada (non “un percorso” ma “IL PERCORSO!”, L’Unico Possibile!, Quello che è ciò che è perché contemporaneamente non è tutto il resto) è la bussola che ci permette di capire che siamo sulla strada giusta.
      (Quella scoscesa, certo.)

  6. GRAZIE. Si, proprio in maiuscolo.
    Sembrava dall’incipit un articolo sulla scrittura, sul problema di (man)tenersi in percorsi già battuti e su come uscirne.
    Invece.. il testo e i commenti si integrano a vicenda non più sui mezzi ma sui fini e sul percorso del viaggio “La vita è un’esperimento scientifico-sociale. Ed è la cosa più divertente che ci sia”.
    Si, è il NOSTRO esperimento, non deleghiamolo. Mai.

    1. “Sembrava dall’incipit un articolo sulla scrittura, sul problema di (man)tenersi in percorsi già battuti e su come uscirne.
      Invece…”

      Sembra anche a te un perfetto specchio della vita, vero Alberto? Si inizia con certe premesse e poi… E poi le premesse evolvono.
      Di tanto in tanto involvono, è vero, e a volte è proprio inevitabile mentre a volte avremmo potuto evitarlo ma non sapevamo minimamente come farlo… Così è successo. Eppure c’è un’altra cosa che non abbiamo saputo evitare: scrivere, della nostra vita, un nuovo capitolo.

      (e il GRAZIE in maiuscolo non posso che girarlo 😉 )

  7. Il mio fine, Monia, è essere come un globulo rosso: flessibile, restando fedele a se stessi, cambiando per migliorare, sempre, fino alla fine.
    Il finale? Liquido e cangiante, verso la sostenibilità 🙂

    1. Bellissimo aggettivo “cangiante”!
      Bellissimo perché riesce a coniugare l’essenza di qualcosa (un tessuto ha un suo colore, uno sguardo ha un suo colore) con la capacità di questo qualcosa di non porsi passivamente di fronte a un evento come l’arrivo dei raggi del sole ma, al contrario, di reagire cambiando sfumature. In fondo non è questo ciò che dovremmo continuamente fare? Restare fedeli a noi stessi senza avere paura di cambiare?

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